Rivalità e amicizia: quando un nemico può aiutarti a sconfiggere la morte

di ANTONELLA GUGLIERSI



«Mi sento responsabile per quello che è successo.»
«Lo sei. Ma vedendoti vincere quelle gare mentre stavo combattendo per la mia vita, sei stato ugualmente responsabile dell’avermi riportato in pista.»
Gli anni Settanta della Formula 1 vengono chiamati «ruggenti» nel libro del fotografo Rainer W. Schlegelmilch, e questa non potrebbe essere definizione più giusta: il rombo dei motori, il costante pericolo di morte in ogni circuito che i piloti erano costretti ad affrontare, le forti emozioni che l’automobilismo faceva provare sia ai fan dello sport che agli stessi piloti…
Purtroppo, questo era anche il periodo in cui, iniziando una gara, non sapevi se l’avresti terminata: i piloti la cui vita è stata stroncata solo nella prima metà di quel decennio sono molti e rispondono ai nomi di Piers Courage, Jo Siffert, Bruce McLaren, Jochen Rindt, Joakim Bonnier, Helmuth Koinigg, Mark Donohue, François Cevert, il suo compagno di squadra e Roger Williamson.

Ma quel decennio, in particolare l’anno 1976, viene ricordato soprattutto per l’accesa rivalità tra due piloti e personalità di spicco: l’austriaco Niki Lauda e l’inglese James Hunt.
Il loro primo incontro in una gara precedente alla loro entrata nella Formula 1, che sancisce l’inizio della loro rivalità – in seguito amicizia – è una delle prime scene del film, insieme all’introduzione delle loro storie personali: inizialmente separate, ma che poi si fondono proprio per la forte competizione che si instaura tra i due.
Sono due persone molto particolari e incredibilmente diverse, sia caratterialmente che professionalmente: Hunt è donnaiolo, sregolato, spesso spericolato alla guida; mentre Lauda è morigerato, preciso, calcola tutto nei minimi particolari, sia nella vita che alla guida (in una scena del film, non appena si presenta alla Ferrari, lo si vede percorrere la pista a piedi diverse volte e mettere completamente a nuovo quella che poi sarebbe diventata la sua auto).
E ancora, l’inglese corre già da parecchio in Formula 3, e vince, mentre l’austriaco è la novità, e in poco tempo si ritrova già a correre in Formula 1, grazie fondamentalmente all’aver “comprato” il suo posto in squadra e all’aver effettivamente migliorato le prestazioni di un’auto con grandi potenzialità secondo lui non sfruttate.
La loro enorme differenza continua ad esserci anche quando poi Hunt entra in Formula 1 con la McLaren – dopo essere stato fermo e lontano dalle gare per un periodo per lui fin troppo lungo, poiché il suo manager non gli aveva trovato uno sponsor in tempo ed erano stati costretti a non far correre più l’inglese per gli insormontabili costi che la presenza in Formula 1 necessitava – in opposizione al suo rivale Lauda con la Ferrari: anche nella scelta delle auto i due erano agli antipodi, pur essendo Ferrari e McLaren le migliori tra il ’74 e il ’77.
E nuovamente, nella vita privata, non potevano che essere più differenti: si sposano entrambi, Hunt con la modella Suzy Miller (quasi per scherzo e solo dopo poche settimane che si erano conosciuti), mentre Lauda con Marlene Knaus, dopo un’attenta e ponderata riflessione e anche una lunga frequentazione.
Tra gli altri piloti, Hunt era sicuramente più popolare di Lauda, soprattutto per la schiettezza di quest’ultimo, che risultava antipatico ai più: e questo gioca un ruolo fondamentale prima della tragica gara di Nürburgring del ’76, allora il circuito più pericoloso al mondo, quando viene richiesta la convocazione di un’assemblea generale da parte di Lauda per decidere se gareggiare su una pista ancora bagnata e pericolosa o meno. Influenzata da Hunt, la maggioranza dei piloti è favorevole a gareggiare anche in quella situazione molto pericolosa, che sarà quasi fatale per Lauda.
L’austriaco, per recuperare terreno e raggiungere Hunt dopo aver cambiato le ruote solo dopo il primo giro, spinge l’auto al massimo e questo causa un problema che lo porta contro le rocce che circondano quel tratto del percorso: l’auto finisce in fiamme, un’altra la travolge non potendo evitarla e Lauda si ritrova intrappolato a temperature di 800 °C. Viene trasportato in ospedale e dato per spacciato, ma si riprende. Costretto alle procedure più dolorose per liberare i polmoni e per le ustioni su tutta la parte superiore della testa, è motivato a guarire e a tornare subito in pista proprio dal seguire tutte le gare che Hunt vince in quel periodo: e dopo solo sei settimane, contro il parere medico, ritorna in pista sul circuito italiano. Arriva miracolosamente quarto ed è ancora il campione del mondo in carica: è al circuito giapponese del Fuji – gara che si svolgerà nonostante la pioggia scrosciante – che cede e si ritira, mentre Hunt, motivato al massimo, arriva terzo e lo supera di un punto, diventando campione del mondo del 1976.
Nella penultima scena c’è Hunt che si gode il successo e che soprattutto incontra Lauda, il quale lo redarguisce dicendogli che deve tornare ad allenarsi in pista, perché vuole un valido nemico e non vuole vincere facile: i rapporti tra i due, dopo l’incidente, sono cambiati.

Quando la voce fuoricampo di Lauda parla della vita di Hunt e della sua morte precoce a 45 anni a causa di un infarto, dice che «non era sorpreso, solo triste» proprio perché a morire non era stato solo il suo nemico – non è sempre un male avere un nemico, e questo l’hanno entrambi dimostrato ampiamente – ma una delle poche persone al mondo che rispettava e un po’ anche invidiava.
Rush ha messo in scena tutto ciò sapientemente, è un film avvincente, appassionante, che fa venire voglia di riguardare tutte le gare di quel periodo anche a gente che dell’automobilismo sa poco o nulla. È accompagnato da musiche superbe (la colonna sonora è di Hans Zimmer: come potrebbero non esserlo!); è commovente; fa riflettere. Sulla vita, sui rapporti umani, su quella che potrebbe essere da molti considerata scelleratezza la scelta di gareggiare mettendo a repentaglio la propria vita ogni volta che si saliva su un’auto da corsa, perché c’era il 20% di possibilità di morire: e questo dava ai piloti che alla fine della gara si ritrovano vivi un’adrenalina tale da convincerli a continuare a fare quel mestiere, perché erano così vicini alla morte e alla fine, il più delle volte, la sconfiggevano.

Tutto ciò rende Rush uno dei migliori – se non il migliore in assoluto – film sull’automobilismo, e a detta del vero Niki Lauda, avrebbe reso fiero e sarebbe sicuramente piaciuto a James Hunt – l’altro protagonista di questa storia fantastica – se solo avesse potuto vederlo.

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