Il «Progetto Europeo»: un sogno intramontabile, un viaggio straordinario

di LUCA BELLARDINI


In questi ultimi tempi, probabilmente, non tira una buona aria per l’Europa; e men che meno tirava una buona aria quando – nel marzo 2012 – ebbi l’occasione di visitarne le istituzioni e respirarne l’aria a pieni polmoni, in quel di Bruxelles. Allora, in Italia, il nuovo esecutivo – guidato da Mario Monti – non perdeva occasione per sottolineare la sua vocazione europeista e il suo impegno a renderci protagonisti nell’Unione; e allo stesso tempo molti italiani – senza apprezzabili differenze in base all’orientamento politico – si sentivano vittime di un ingranaggio più grande, burocratico e antinazionale, eterodiretto dai palazzi della capitale belga o anche dall’Eurotower di Francoforte, dove s’era appena insediato il nostro (grande) connazionale Mario Draghi.

Montava, insomma, un profondo risentimento verso le politiche di austerità e verso quella inflessibilità (molto più annunciata che praticata) tesa a rimettere in ordine il bilancio del nostro Stato; un «rigore», insomma, che finiva per colpire le fasce più deboli mettendo a repentaglio le sicurezze del ceto medio. Eppure, nonostante quella brutta aria, ricordo con grande emozione il giorno in cui – al termine di un corso di formazione politica presso la sede romana del parlamento di Strasburgo, in via IV Novembre – mi fu comunicato che avevo passato la selezione per volare a Bruxelles. E che, appunto, di lì a un mese avrei preso l’aereo per raggiungere il cuore pulsante dell’Europa.
Un’Europa che grazie a quel corso, grazie alla condivisione di quell’esperienza con tanti altri ragazzi della mia età, sentivo incredibilmente vicina nonostante un’avversione profonda albergasse nei media, nelle strade e nelle piazze, nei cuori delle persone. Fu l’ennesima testimonianza di come molto spesso le esperienze di vita e le convinzioni personali – politiche, religiose o di altro tipo – riescano a prendere strade diverse.



Quel viaggio fu straordinario, e non è un’esagerazione. Due giorni di full-immersionin una realtà ben diversa dalla grigia mediocrità di un anno scolastico (ero ancora al quinto superiore) che volgeva lentamente al termine; in una realtà completamente lontana dal piccolo mondo di provincia in cui ero cresciuto. Per di più, gli incontri di via IV Novembre mi avevano catapultato per la prima volta in una città – Roma – che prima avevo conosciuto solo in occasione di impegni familiari, e raramente – com’è ora – per il mio diletto personale, o perché vi sto costruendo il mio futuro studiando in Luiss. In poco tempo ero passato da un’esistenza tranquilla e ordinaria – ma piuttosto limitata – a un entusiasmante andirivieni da e per la Capitale; e di lì a poche settimane avrei anche raggiunto il cuore pulsante di un’istituzione – l’Unione europea – che per me, fino ad allora, esisteva solo sui libri, nei giornali, in televisione.

Soprattutto, mai avrei immaginato che Bruxelles, oltre a rivelarsi una delle più affascinanti città del Vecchio continente, mi avrebbe trasmesso un’aria effettivamente diversa. Come se quel titolo di capitale d’Europa, anziché frutto di un abile compromesso tra i fondatori della Cee, fosse il giusto riconoscimento per un’urbe capace di riunire in sé una miriade di culture, epoche, architetture, correnti artistiche. In breve, tutto ciò che caratterizza non solo uno Stato o un super-Stato (come qualcuno vorrebbe l’Unione, e come forse essa diventerà), ma un popolo. Una tradizione.

Nella capitale belga c’è di tutto: dalle maestose chiese gotiche ai raffinati palazzi rinascimentali, dall’imponente spiritualità degli edifici barocchi ai virtuosismi del rococò, dalle sinuosità del liberty alla magia high-tech del vetro e dell’acciaio. Troverete lunghi viali alberati e piazze vastissime: la Grand Place, quella centrale, non può non scaldare il cuore – soprattutto di sera – a chi abbia conservato un briciolo di romanticismo. Vivrete la sensazione – molto più tangibile a Bruxelles che a Londra, Parigi o Berlino – di trovarvi a casa e allo stesso tempo in un luogo fuori dall’ordinario. Perché rappresenta, in qualche chilometro quadro, tutto ciò che vi appartiene: l’Occidente e la sua cultura millenaria.

Anche una visita al Parlamento europeo regala emozioni che non è facile dimenticare. Varcare la soglia di quella sala immensa equivale a entrare in una favola riservata ai sognatori. Anche se non è un posto in cui vengano prese chissà quali decisioni; non vi si parla di come salvare il mondo, né di come rendere migliori le nostre vite, né si fanno i conti con la storia. Molto spesso, e più prosaicamente, si fanno i conti con le mille sensibilità dei parlamentari, i loro campanilismi, i loro istrionici comportamenti, il loro atteggiarsi a paladini di chissà cosa.

Ma quando si mette piede lì dentro, scompaiono i titoli dei giornali; si dissolve lo stereotipo dell’Europa matrigna; la parola «austerità» e la sua connotazione negativa perdono di significato; e ci si dimentica pure di tutti gli sprechi e le insensatezze dei gruppi dell’Europarlamento. Si entra in un mondo permeato di magia, dominato dalla sensazione che ogni singolo individuo sia lì a scrivere la storia; si arriva quasi a pensare che quelle bandiere non sono inerti pezzi di stoffa, ma simboli di un qualcosa di più grande e nobile. Si ricorda – o si comprende – che cosa è veramente l’Unione: un mercato che fa viaggiare insieme capitali, intelligenze, professionalità, e quindi sogni e speranze; un territorio in cui la libertà e i diritti umani hanno piena cittadinanza; un crogiolo di culture, accomunate dai valori e divise dalle identità. Almeno nella sua ispirazione, l’edificio comunitario si fonda su tutto ciò che le persone di buona volontà dovrebbero avere più a cuore.

A maggior ragione, allora, è la casa dei luissini; e, dal canto suo, la nostra università è la casa naturale per coloro che – provenendo da altri Paesi – fanno di Roma la sede dei loro studi. Perché la Luiss e l’Unione condividono molto: hanno entrambe nel Dna l’apertura dei confini, la libera circolazione delle idee, lo scambio delle energie migliori. Entrambe mirano alla costruzione di cittadini consapevoli, protagonisti di un futuro inevitabilmente globalizzato e multipolare. Entrambe sono nate dall’intuizione di persone già affermate e influenti, al vertice delle loro carriere: ma – infaticabilmente inclini al mecenatismo – decise a costruire qualcosa di nobile che sopravvivesse loro. Un qualcosa aerē perennius, «più durevole del bronzo». Per vari secoli, il bronzo ha rappresentato la materia prima con cui le fonderie producevano cannoni: quei cannoni che durante i conflitti religiosi martellavano le città più importanti, flagellavano le popolazioni più industri, uccidevano le menti migliori. Quei cannoni che hanno sciaguratamente fatto da contraltare all’Europa degli scienziati e dei mercanti, dei produttori e degli innovatori, degli artisti e dei creativi. Oggi, appunto, il legame che ci unisce e l’Unione che ci accoglie sono più forti del bronzo, più forti del sangue che fino a sessant’anni fa bagnava le nostre terre.

Dal 12 al 15 novembre, quando il Progetto Europeo – promosso dalla nostra università e organizzato dall’associazione «All Around LUISS» – raggiungerà Bruxelles, lo spirito dei mecenati che fondarono l’Unione tornerà a farsi sentire. Se esso continuerà a vivere sarà merito di noi giovani: che abbiamo il coraggio di vedere coi nostri occhi e di vivere coi nostri cuori, senza mai arrenderci alla banalità o ai disfattismi. Guardando sempre avanti: a settentrione come a mezzogiorno, a levante come a ponente. Ovunque è l’Europa.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *