Riforme necessarie per aprire praterie nuove all’Italia

di GIOVANNI ALVARO

Puntualmente, insieme alle recenti turbolenze di governo, sono tornati in voga i discorsi riguardanti le riforme costituzionali. In Italia il tema della riforma costituzionale è estremamente delicato e ogniqualvolta se ne parli non tardano a ripresentarsi le solite polemiche, bigotte e strumentali.

Non di rado, infatti, accade che la modifica della Costituzione venga fatta passare per un attacco a tutto ciò che essa simboleggia. Lungi da me il considerare la nostra Carta impropria o da rifondare totalmente, ritengo al contrario che sia sicuramente una delle carte più nobili in assoluto, frutto del compromesso storico tra fazioni politiche totalmente differenti e accomunate dall’antifascismo e dalla paura di un nuovo regime. Tuttavia, prescindendo da qualsivoglia schieramento o ideologia politica, è innegabile che il tempo l’abbia logorata rendendola non adeguata alle esigenze della nuova realtà, che il confronto con le altre democrazie occidentali ha reso evidente. L’elemento che subito appare, anche agli occhi meno attenti, è il malfunzionamento della “macchina stato” nostrana.
Ciò è sicuramente riscontrabile dal continuo e persistente ricorso a quello che secondo la Costituzione dovrebbe essere uno strumento da utilizzare in particolari casi di urgenza e necessità: il decreto-legge. Oggi il suo uso è divenuta una prassi normale per tutti i governi, indipendentemente dal loro colore politico. Il dl viene oggi utilizzato sia per tramutare in legge provvedimenti urgenti e indispensabili, sia per far passare disegni di legge che di urgente non hanno praticamente nulla. E, negli ultimi decenni, l’abuso del decreto ha creato non pochi problemi. Basti pensare all’usanza rovinosa della reiterazione, dichiarata in seguito – e coraggiosamente – “incostituzionale” da parte della Consulta.
L’abuso del decreto avviene per bypassare le lunghe e disastrose tempistiche necessarie per la formazione della legge. Oltre a tale mezzo, infatti, l’esecutivo non dispone di strumenti abbastanza diretti e veloci per imprimere un proprio indirizzo al suo operato. Peraltro questo abuso non è l’unico esempio che dimostra in modo lampante l’inadeguatezza di alcune parti della nostra Costituzione. Inadeguata è infatti anche la riforma del titolo V, oggi denigrata e bocciata persino da coloro che l’hanno determinata.
Tale riforma ha privato ulteriormente l’esecutivo di determinati poteri, in beneficio delle regioni alle quali è stato lasciato il cosiddetto potere residuale, anche se spesso, nelle materie concorrenti, le Regioni hanno rallentato o addirittura bloccato qualsiasi decisione. Oggi, i tempi sono maturi per determinare una riforma costituzionale tesa a riscrivere la nuova impalcatura istituzionale.  E’ tempo che si adegui la Carta al sistema maggioritario che ha caratterizzato questi ultimi venti anni; che in armonia con essa si approvi una nuova legge elettorale; che si diano reali poteri al governo; certezze di governabilità assieme alla nuova impalcatura periferica con l’abolizione delle province.
È quindi arrivata l’ora di abbandonare il «bicameralismo perfetto»in favore di un sistema monocamerale o prevedendo magari due camere con diverse funzioni che permettano al governo un azione più veloce e diretta (un po’ come avviene nel resto dei Paesi più avanzati).

È giunto il momento di abbandonare il campanilismo nostrano, che per anni ha impedito un rinnovamento costituzionale assai vitale per le sorti del Paese. Se il Parlamento non riuscisse a correggere le disfunzioni che impediscono una piena e diretta governabilità, l’attuale Costituzione verrebbe superata e modificata dalla prassi consuetudinaria. La consuetudine infatti colmerà i vuoti normativi e apporterà le dovute correzioni, così come sta avvenendo con il decreto-legge. Pensato come strumento straordinario, e divenuto oggi un espediente ordinario, e come sta avvenendo col ruolo del Capo dello Stato che da semplice notaio, come era stato pensato dai padri costituenti, è diventato uno dei maggiori soggetti politici del Paese.

One thought on “Riforme necessarie per aprire praterie nuove all’Italia

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    16 ottobre 2013 at 21:04
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    la nostra costituzione va bene cosi com’e’…devono cambiare non i volti ma le persone,qunto meno dovrebbero modificare il loro credo…almirante parlava di riforma di stato sociale nel 1978…nessuno imporra la suata’ almeno su di me..io penso..ragiono e’ non giustifico,specie chi ha partecipato a tutto questo….essre realisti oggi non conviene….

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