I problemi (decisamente più grandi) fuori dal campo

DI ANDREA D’ADDAZIO


Dopo il quarto pareggio poco brillante di seguito, la Roma continua a far discutere di sé. Stavolta il problema non sono la forma inaffidabile del Capitano o la svogliatezza nervosa del giovane ed irruento Adem Ljajic, tantomeno le speranze disattese per il ritorno-arrivo di Mattia Destro, stavolta tutto ruota intorno una serie di uffici sparsi tra Roma e Boston.

In questi giorni le linee telefoniche tra Massachusetts e Italia si sono scaldate per l’ ennesima polemica tra la proprietà americana e Unicredit riguardo all’ingresso del tycoon cinese dell’ aviazione Cheng Feng (e dopo lo sceicco giordano-umbro non fidarsi è meglio). Il presidente James Pallotta però, cercando di evitare dichiarazioni destabilizzanti, ha deciso di rimandare tutte le questioni al suo attesissimo arrivo nella Capitale l’8 dicembre, su cui già aleggia l’ incognita della presentazione del nuovo stadio. Sulla struttura, finora circondata da un alone di leggenda, piovono già critiche da ogni parte, ancor prima che vengano ufficializzati la data ed il luogo di presentazione (che finora è stata solo presunta per l’ Immacolata in Campidoglio).

Il luogo designato per la realizzazione, ovvero l’ex area dell’ippodromo di Tor di Valle (Roma sud-ovest, non distante dall’Eur) è considerata da molti addetti ai lavori (e non) eccessivamente periferica e vicina al Tevere; secondo alcuni ha addirittura un suolo inadatto ad una struttura mastodontica come uno stadio. Inoltre la zona è parte dell’ Agro romano: il piano regolatore prevede un numero di cubature di cemento alquanto basso e certamente insufficiente alla realizzazione del complesso; quindi – salvo l’approvazione della legge sugli stadi o una riforma del piano regolatore – tutto sarebbe impossibile. Oltretutto il progetto dell’ americano Dan Meis, al momento gelosamente custodito al segreto ma dichiaratamente ispirato al Colosseo, alla luce di un’anteprima concessa recentemente a Il Tempo (da cui l’As Roma si è dissociata in una nota
ufficiale) è stato definito un grezzo «intruglio mostruoso» dall’architetto Massimiliano Fuksas, romano e romanista.

Non meno surreale ed improbabile è il rischio dell’ingresso del crimine organizzato nella realizzazione, che renderebbe tutto molto simile allo scenario di Suburra di Giancarlo De Cataldo. Pallotta ha dichiarato recentemente di volersi regalare il calcio d’inizio di Totti nel nuovo Colosseo per il suo sessantesimo compleanno (esattamente tra 5 anni); ma, viste le premesse e non considerati gli impacci della burocrazia, sarebbe consigliabile puntare direttamente ai 70.
Però perché doversi privare di questo sogno? In un periodo di crisi del calcio italiano, che va oltre la tecnica e la tattica, per rimanere competitivi avere uno stadio di proprietà è diventata una reale esigenza: una soluzione che apporterebbe guadagni e vantaggi alla società, consentendo di rendere la partita un’occasione di unione per tutti quanti.

La città di Roma ha bisogno di nuove opere contro il calo di presenze turistiche, che la rendano ancora più attraente per un mondo in continua evoluzione. Olimpiadi 2024 o no, americani o Unicredit, lo stadio deve essere costruito per Roma e per la As Roma. Parafrasando Antonello Venditti, come è possibile non cominciare la risalita da quello che è il «cuore di questa città»?

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