Non è ancora finita – Non ancora teppisti, non ancora eroi

di FRANCESCA PEDACE



Non sono un eroe, ma solo uno dei tanti cui è capitato di essere accusato ingiustamente; e sicuramente uno tra i più fortunati, visto l’interesse mediatico suscitato dalla mia vicenda. In carcere i giorni scorrono tutti uguali (…) e spesso penso agli altri che stanno lottando per fermare il “biocidio” nella «terra dei fuochi» (…) perché io sono quello che sono loro. E dunque tutti pirati, tutti teppisti, finché non verremo ascoltati. 
Così Cristian D’Alessandro, uno dei 30 attivisti dell’Arctic Sunrise, commenta la sua esperienza. Tutti conoscono il caso di questa nave rompighiaccio che, ironia della sorte, da nave adibita alla caccia delle foche, è divenuta il simbolo della lotta alle trivellazioni nell’Artico da quando, il 19 settembre 2013, nel Mar di Pečora (Siberia) il suo equipaggio è stato arrestato dalle forze speciali russe. 
Il problema è che – a parte Greenpeace – tutti sembrano essersene dimenticati, sebbene la questione sia tutt’altro che finita. Come riporta Il Fatto Quotidiano, il giorno prima dell’arresto alcuni di questi attivisti avevano cercato di salire a bordo della piattaforma petrolifera «Prirazlomnaya», che a breve dovrebbe iniziare il pompaggio del greggio per la società russa Gazprom, colosso nel mondo dell’energia. Pare che la piattaforma avrebbe dovuto iniziare a produrre molto prima se non fosse stato per il disturbo del movimento ambientalista. 
Greenpeace riferisce che quel 19 settembre 15 uomini armati sono saliti a bordo dell’imbarcazione radunando l’equipaggio in maniera violenta, forzando la sala radio e danneggiando tutti gli strumenti di comunicazione. Dopo una prima ispezione la guardia costiera russa ha abbordato illegalmente la nave in acque internazionali trainandola sino a Murmansk, città della Russia nordoccidentale, «per ulteriori accertamenti». Secondo gli investigatori russi, infatti, a bordo della nave sarebbero state ritrovate alcune sostanze illegali come morfina e piante grezze di papavero; accuse cui Greenpeace ha risposto così: «Sono accuse infondate: l’Arctic Sunrise, prima di salpare, è stata controllata dai cani antidroga delle autorità norvegesi. Sulla nave sono presenti solamente delle medicine che, per legge, l’equipaggio è tenuto ad avere a bordo». 
Se poi l’arresto di per se aveva provocato molte critiche (più di 20 uffici di Greenpeace hanno organizzando proteste davanti alle ambasciate russe nel mondo), figuriamoci cosa possa essere successo quando la Russia ha negato agli attivisti i contatti coi propri consolati. Al riguardo si è pronunciato Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente: «È grave che una protesta pacifica contro le estrazioni di petrolio nell’Artico si trasformi in una palese violazione del diritto internazionale. Le azioni degli attivisti di Greenpeace sono pacifiche (…) La loro detenzione prolungata senza possibilità di contatto con famiglie e avvocati viola le convenzioni internazionali (…) È evidente che hanno toccato interessi economici immensi, che però mai dovrebbero prevalere sul diritto delle persone e dell’ambiente».

La prima accusa mossa all’equipaggio è stata quella di terrorismo, presto sostituita da quella di pirateria (punibile in Russia con 15 anni di carcere).  Il 23 ottobre, poi, è diventata quella di «hooliganismo». In effetti è strano definire l’attivista medio di Greenpeace un hooligan, cioè un soggetto violento e ribelle; ma secondo il Comitato d’inchiesta russo il comportamento dei militanti di Greenpeace avrebbe messo in pericolo la vita di chi lavorava sulla piattaforma anche se, come ha commentato Vladimir Tchuprov, direttore del programma artico di Greenpeace Russia, le operazioni di Greenpeace non hanno mai fatto una sola vittima nel mondo. Come se non bastasse, il rifiuto di testimoniare da parte degli arrestati avrebbe ostacolato le indagini spingendo gli investigatori a verificare in modo approfondito tutte le possibili versioni, incluso il sequestro della piattaforma per motivi economici, terroristici, di ricerca scientifica illegale o spionaggio.
In seguito a tutto ciò, l’Olanda ha deciso di appellarsi all’arbitrarietà diplomatica per il rilascio della nave (che effettivamente batte bandiera olandese) e dei suoi passeggeri, preannunciando che in caso di rifiuto da parte dei russi il proprio governo si sarebbe rivolto al tribunale della Nazioni Unite per chiedere misure provvisorie. Detto fatto: l’Olanda ha portato il caso (numero 22) al «Tribunale internazionale del diritto del mare» (Itlos), previsto dalla Convenzione Onu sul Diritto del Mare di Montego Bay (1982), la cui prima udienza si è svolta ad Amburgo il 6 novembre scorso. 
La Russia, pur avendo sottoscritto la Convenzione, ha dichiarato che non avrebbe partecipato al processo, che dubitava del fatto che la questione potesse essere di competenza dell’Itlos e che non avrebbe accettato le decisioni di questo tribunale (pur ribadendo di essere disposta a collaborare) giustificandosi col fatto che, già al momento della ratifica della convenzione, aveva dichiarato che non avrebbe accettato le procedure di risoluzione delle controversie che vincolassero l’esercizio della propria sovranità o giurisdizione. Una decisione avventata, considerando il fatto che mettendo in discussione il principio della libera navigazione in acque internazionali potrebbe sorgere una crisi generale del diritto internazionale. 

Comunque, come ci si aspettava, la corte dell’Itlos non solo ha dichiarato la sua competenza al riguardo ma ha anche stabilito la scarcerazione dell’equipaggio dell’Artic Sunrise e la possibilità per loro di allontanarsi dal territorio russo. Dopo di lei, a favore degli attivisti (seppure molto più limitativa) è stata anche la corte distrettuale di San Pietroburgo, che il 19 novembre seguente ha concesso la libertà su cauzione ai primi sette di loro e in successive sedute anche ai loro sodali. Insomma, il problema sembra apparentemente risolto ma il caso è ancora aperto: la nave resta sotto sequestro e, per quanto fisicamente liberi, gli attivisti sono ancora in Russia. Rischiando ancora una condanna ingiusta per il solo fatto di essersi contrapposti agli interessi economici di una superpotenza mondiale.

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