The show must go on

di LUDOVICA CAMODEO

Ore 17 e 42 del 27 novembre 2013: il presidente del Senato, Pietro Grasso, proclama la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. In Aula le senatrici di Forza Italia sono vestite a lutto.
E mentre a Palazzo Madama va in scena la decadenza del Cavaliere, in via del Plebiscito egli tiene il suo ultimo discorso da senatore (terminato pochi minuti prima della proclamazione ufficiale). Lo ha fatto davanti ai suoi sostenitori, sfoderando la consueta ars oratoria e gridando contro una magistratura politicizzata e i soliti «comunisti» che lo hanno perseguitato sempre: fin dalla sua discesa in campo, nel lontano ‘94, dopo la caduta della Prima Repubblica e la fuga ad Hammamet dell’amico Bettino.

Silvio Berlusconi decade, dopo vent’anni di forte predominio della scena politica e sociale, da figura forte ed egemone anche nei periodi di governo non destrorso … Il Silvio de L’Italia è il Paese che amo: qui ho le mie radici, le mie speranze e i miei orizzonti; qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore: qui ho imparato la mia passione per la libertà. Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo ad un passato politicamente ed economicamente fallimentare […] la vecchia classe politica italiana è stata travolta dai fatti e schiacciata dai tempi […] Mai come in questo momento l’Italia, che giustamente diffida di profeti e salvatori, ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, creative e innovative, capaci di darle una mano e di far funzionare lo Stato.

Fa quasi strano rivedere il suo discorso, riascoltarne i passaggi e trovarsi a pensare che, con molta probabilità – se avessi avuto la capacità di agire – lo avresti pure votato, così ad occhi chiusi…e fa strano essenzialmente perché per chi – come me – è nato nel 1991 e, cresciuto in un’età politica in cui della destra e della sinistra italiana poco ha conosciuto, si è trovato dinanzi a una politica fatta essenzialmente di berlusconismo e antiberlusconismo. In cui se non stai da una parte stai dall’altra e i partiti sono diventati contenitori vuoti; in cui le ideologie hanno lasciato il posto ai personalismi. E poi ti ritrovi così, nel segreto dell’urna elettorale a mettere la tua prima croce alle Politiche: quasi sgomenta, perché la responsabilità e la forza che senti nella tua matita copiativa è così tanta che ti chiedi se davvero quella croce possa in qualche modo cambiare la vita del tuo Paese. Perché questo è il Paese che ami; quello stesso Paese che l’ormai ex senatore diceva di amare proprio come te. E ti senti quasi in colpa a proclamare cotanto amore, perché basta guardarti indietro e vedere lo spiacevole spettacolo che quell’amore ha procurato al tuo Paese.

L’Italia è il Paese che ami; l’Italia è il Paese che (lui, nda) ama; l’Italia è il Paese che è stanco di profeti e salvatori, che ha bisogno di persone con la testa sulle spalle e di esperienza consolidata, ma che nel dubbio sta sotto il balcone di Piazza Venezia a sperare in un nuovo uomo della Provvidenza, con carisma da vendere e ars oratoria da sfoderare. E no, non sto parlando del vicino inquilino di Palazzo Grazioli: ma del nuovo che avanza, di quel Matteo Renzi che con molta probabilità si ritroverà da qui a pochi giorni a capo di un Partito democratico sempre più diviso – almeno in apparenza – sui temi forti che attanagliano l’Italia.
Il «sindaco rottamatore» dovrà in qualche modo fare i conti con tutto ciò e con il Cavaliere che ha già annunciato che non si ritirerà dalla scena politica, nonostante decadenza e condanna passata in giudicato. Anche se nel 1995, davanti alle telecamere Rai negli studi di Santoro, lo stesso Berlusconi dichiarava: «Uno che viene colto con le mani nel sacco e che subisce una condanna definitiva in cui si dimostra che lui è stato evasore del fisco, io credo che abbia il buon gusto di mettesi da parte».

L’Italia è questa; il teatrino della politica è questo. The show must go on: avanti il prossimo.

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