L’Africa tra democrazia e dittatura


di RICCARDO SETTH

Il 2013 ha portato via con sé uno degli ultimi personaggi che ha cambiato la storia del XX secolo: Nelson Mandela, il primo presidente (nero) del Sudafrica eletto dopo la fine dell’apartheid, essendosi rivelato determinante per la caduta di tale regime. La fine del 2013, però, non ha elimina to gli altri abusi dei diritti umani che ancora affliggono il «continente nero».


Il Sudafrica è solo la punta di un iceberg che nasconde sotto il pelo dell’acqua la maggior parte del suo volume formato da genocidi, resistenza indebita all’autodeterminazione dei popoli, bambini-soldato e abusi sessuali. L’Africa è il secondo continente del mondo per estensione e quello con più Stati (54), con circa 1200 diverse etnie e quindi centinaia di modi diversi di comprendere e attuare le leggi. Secondo gli ultimi rapporti di «Freedom House» (organizzazione non governativa che conduce attività di ricerca su democrazia, libertà politiche e diritti umani), più della metà degli Stati africani viola diritti civili e politici. Dei 54 Paesi africani, 25 non hanno libertà di stampa, 23 solo parzialmente e 6 hanno completa libertà di stampa; infine, solo 11 Stati rispettano completamente la dichiarazione universale dei diritti umani. Sono ancora 9 i paesi africani retti da dittature militari: Sudan, Eritrea, Ciad, Mauritania, Swaziland, Repubblica Centrafricana, Guinea Bissau, Guinea Equatoriale, Zimbabwe. 
Il Sudan è il paese più colpito dalla guerra: il conflitto tra il Nord islamico e il Sud cristiano si protrae da più di 40 anni, rappresentando quella che è stata definita «la più grave situazione umanitaria esistente». Solo nel 2011, un referendum nel Sud Sudan ha proclamato la secessione dal Nord e la creazione di uno Stato indipendente. Rimane l’area di conflitto del Darfur, dove popolazioni nomadi arabe e popolazioni stanziali africane sono in conflitto per le risorse vitali come terra e acqua.

In Mauritania permane il problema della schiavitù e dei diritti umani; l’Eritrea è l’ ultimo Paese al mondo per la libertà di stampa; il minuscolo Swaziland è nelle mani di un giovane (Maswati III) preoccupato a scegliere giovani vergini da sposare piuttosto che occuparsi del fabbisogno di una popolazione tra le più povere e falcidiata dall’Aids; infine ecco lo Zimbabwe di Robert Mugabe, definito «uno degli avamposti della tirannia».
Tutto questo nonostante la fine del colonialismo abbia avviato l’Africa sulla via della democratizzazione, a differenza di altre regioni del mondo come Medio Oriente e Asia; e, oltre che in Sudafrica, molti altri Paesi hanno visto insurrezioni popolari per rivendicare la democrazia: basti pensare alla rivolta nel Togo per impedire il passaggio di potere da padre in figlio, agli innumerevoli arresti eseguiti in seguito al tentativo di golpe in Guinea Equatoriale, alla mobilitazione dei vari paesi per porre fine alla recente crisi in Costa d’Avorio.
Il 2013 non ha portato via la certezza di risolvere i gravi problemi in cui permangono alcuni Paesi africani. Ma non è utopistico sperare nella completa democratizzazione di tutti i paesi, ispirandosi alla nuova stella che dall’alto sorveglia e protegge il suo continente. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *