Un sacro Natale: il Tondo Doni

di GIULIA DE VENDICTIS


«Io intendo scultura / quella che si fa per forza di levare: / quella che si fa per via di porre, / è simile alla pittura». (Michelangelo Buonarroti, lettera a Benedetto Varchi)

È da poco passato il 25 dicembre, giorno in cui la cristianità celebra il suo natale più importante: la nascita di Gesù Cristo. Per salutare insieme ai lettori questo periodo di feste (purtroppo giunto a conclusione), vi proponiamo una celebre Natività di Michelangelo.
Il «Tondo Doni» è un dipinto a tempera su tavola circolare (120 cm di diametro) realizzato tra il 1506 e il 1508, attualmente conservato presso la Galleria degli Uffizi a Firenze. Nonostante la ripresa di un tema tradizionale, la Sacra Famiglia, quest’opera presenta numerosi elementi di rottura con il passato; primo fra tutti una Madonna totalmente inedita, senza velo sul capo che – contrariamente a tutta l’iconografia antecedente – non ha il Bambino in primo piano ma si volta per prenderlo da San Giuseppe, mostrando scandalosamente le braccia scoperte e muscolose e i piedi nudi. Ha appena smesso di leggere un libro, ora chiuso e abbandonato sulle gambe, e il bambinello gioca allegramente con i suoi capelli; una scena così normale e familiare, talmente lontana da quella sacrale con cui si usava rappresentare il gruppo biblico. La torsione di Maria, unita alla composizione piramidale con vertice nella testa di Giuseppe, genera un forte effetto dinamico che si adatta bene alla plasticità delle figure tipica della pittura di Michelangelo – punto di partenza del Manierismo – secondo cui la migliore pittura è quella che maggiormente si avvicina alla scultura.
Il tondo è idealmente diviso in due sezioni: il Nuovo e il Vecchio Testamento. La Sacra Famiglia è posta in primo piano, vicina all’osservatore nello spazio e nel tempo, separata tramite un muro dallo sfondo pagano e le sue figure nude; l’unico punto di congiunzione tra i due mondi è il piccolo San Giovannino. Questo dipinto fu realizzato su commissione di Agnolo Doni – da cui prende il nome – probabilmente in occasione delle sue nozze con Maddalena Strozzi o della nascita della figlia Maria. Un curioso aneddoto è legato alla storia di questa committenza: si narra infatti che, una volta terminata l’opera, Michelangelo inviò un intermediario per ricevere il pagamento di settanta ducati. Tuttavia il ricco fiorentino che «si dilettava di avere cose belle», ritenendo che fosse eccessivo «spendere tanto in una pittura», glie ne inviò solo quaranta. L’orgoglioso artista, indispettito, ne chiese altri cento e il Doni, «a cui l’opera piaceva», dovette pagargli il prezzo – ormai raddoppiato – di 140 ducati. 

Sarà forse per questo che è nato il detto «L’arte non ha prezzo»?

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