«La mafia uccide solo d’estate»: un film che sussurra alle coscienze

di MARIA TROVATO
 
La mafia è un argomento che purtroppo non esce mai di moda. Perché in Sicilia (ma anche in altre regioni, per non dire in altri Stati) essa si trasforma, si adegua alle vicissitudini del territoio, ma non scompare.
Questo flagello della società può essere eliminato, ma il percorso è lungo e tortuoso: per prima cosa si deve fare in modo di aggirare trappole come l’indifferenza e l’omertà, nelle quali è fin troppo facile cadere.
Fortunatamente, negli ultimi anni – anche grazie alla musica, al cinema e alla televisione, che si sono fatti portatori del vessillo dell’impegno civile – queste trappole hanno perso parte della loro attrattiva.
Basti ricordare a tal proposito canzoni come I cento passidei Modena City Ramblers, dedicata alla vita di Peppino Impastato; Pensa di Fabrizio Moro, contro l’omertà e in ricordo di chi per la verità perse la vita; ma anche numerosi film e serie televisive che hanno raccontato la vita di personaggi illustri in prima fila nella guerra contro la mafia: i giudici Falcone e Borsellino, il generale Dalla Chiesa e tanti altri.
 
Ultimo manifesto antimafia, in ordine cronologico ma sicuramente non per impatto emotivo, è il film interpretato e diretto da Pier Francesco Diliberto in arte Pif: La mafia uccide solo d’estate. La peculiarità che presenta il film di Pif rispetto agli altri film incentrati su questo teme è che la mafia è al contempo sfondo e protagonista e che tutti le altre “presenze” sono pedine mosse o meglio trascinate da quella che Verga avrebbe definito una grande fiumana.
Ambientato negli anni’90 in una Palermo dilaniata dalla stragi mafiose, il film ha l’accortezza di puntare i riflettori su chi nella triste storia siciliana di quelli anni non era né protagonista né antagonista ma semplice comparsa che per sopravvivere era costretta a fare finta di nulla.
Il grande merito che si deve riconoscere a questo film è quello di essere riuscito a rendere la tragedia di quelli anni in chiave ironica, senza per questo sminuirne la portata drammatica. Tra i personaggi più divertenti spicca fra tutti Arturo, eteronimo di Pif, personaggio per cui l’epiteto tragicomico è d’obbligo, la cui presa di coscienza del fenomeno mafioso è il tema centrale del film; ed ha ancora più risalto perché circondata dall’indifferenza del contesto, composto da chi comodo nel proprio cantuccio preferisce credere all’esistenza di decine di persone che in un brevissimo periodo impazziscono per amore e decidono di diventare assassini per lo stesso motivo piuttosto che rendersi conto dell’esistenza di un’associazione criminale, armata e organizzata che potrebbe – se disturbata – turbare una quiete conquistata con così tanta fatica.
L’ironia esce di scena e lascio posto alla commozione, nella scena finale del film: Arturo ormai adulto fa il giro di Palermo col figlioletto  e si ferma davanti ogni monumento alla memoria di una vittima di mafia per raccontargli la storia dell’uomo a cui esso è dedicato: Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Rocco Chinnici e così via.
 
Il film finisce, ma la storia in esso raccontata rimane sospesa nel limbo degli interrogativi mai risolti.
Del resto, dagli anni Novanta ad oggi la mafia ha cambiato volto, ma neanche tanto: dalle stragi alle tangenti il salto è breve; nel frattempo continua a svalutare la democrazia italiana con la compravendita dei voti, ad avvelenare le generazioni più giovani e no con il traffico di droga, a lucrare sulla sfortuna altrui (basti pensare alla corruzione negli appalti dell’Aquila terremotata). Tutto ciò, quindi, senza che coloro che hanno lottato pagando il proprio coraggio con la vita sia mai stato realmente onorato: non lo sarà fino a quando non verrà fatta chiarezza sulla trattativa Stato-mafia – macchia infamante nella storia del nostro Paese – e sinché il fenomeno mafioso non verrà definitivamente depennato.
Inoltre, va osservato come gli anni difficili di crisi in cui ci troviamo a vivere spingano fuori dai confini della legalità, affiliandosi in vario modo alle associazioni mafiose – ora per necessità ora addirittura per disperazione – sempre più persone che normalmente vivrebbero “normalmente”. Sovviene a tal proposito una massima del generale Dalla Chiesa: «Lo Stato faccia per diritto quello che la mafia fa come favore», sulla necessità che lo Stato con le sue istituzioni stia vicino e faccia sentire la sua presenza con ogni mezzo possibile a chi per colpa della crisi è caduto in un vortice dal quale da soli è difficile venir fuori.
 
Prendiamo allora uno spunto di riflessione da questo film, ma non limitiamoci a ricordare gli anni ‘90, le stragi, il male di quel periodo. Viviamo nei nostri giorni, guardiamo i nostri telegiornali, non lasciamo soli i nostri connazionali che nella lotta alla mafia sono ancora impegnati; ma soprattutto abituiamoci a sfuggire, sotto ogni condizione, la strada dell’illegalità che a volte può sembrare la più facile. Sarà pure più piacevole la discesa, ma spesso finisce in uno strapiombo. Dalla fine di una salita, invece, tutto sembra un po’ più bello.

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