Brasile 2014: luci e ombre del gigante latinoamericano

di ROBERTO ZAMBIASI
Potranno i Mondiali più costosi della storia del calcio contribuire a trasformare il volto di un Paese ancora a metà strada verso lo sviluppo economico e sociale?
Non è facile, ad inizio giugno 2014, prendere in mano carta e penna e provare a tracciare un ritratto del Brasile, terra ricca di contraddizioni come poche altre.
Dietro ai riflettori accesi dai Mondiali e dalle Olimpiadi che tra un paio d’anni si svolgeranno a Rio, le zone d’ombra non sembrano mancare.
A partire dalla presidenza Lula, e poi con Dilma Rousseff, il Paese ha vissuto un tumultuoso sviluppo economico legato ad aumenti della produttività a ritmi straordinari. Gli incrementi del Pil hanno portato la nazione – grazie anche al prezzo molto alto delle materie prime, voce fondamentale delle esportazioni brasiliane – ad entrare nei cosiddetti «BRICS», i Paesi che hanno vissuto e stanno vivendo lo sviluppo economico più rapido e incisivo al mondo.
A caratterizzare la situazione brasiliana, rispetto a quella di altre nazioni, è stata la capacità di coniugare la crescita economica con un altrettanto importante sviluppo sociale, legato alla redistribuzione del reddito e a una politica di sussidi per le famiglie sotto la soglia di povertà.
Il programma più indicativo di questa tendenza è sicuramente la Bolsa Familia, inaugurata circa dieci anni fa dal presidente Lula per garantire un sussidio per sanità, scuola e cibo alle famiglie con un reddito mensile sotto i 25 dollari, che ha raddoppiato le entrate di queste famiglie portandole in pochi anni al di sopra della soglia di povertà, facendo crescere il Pil in maniera ancor più sostenuta.
Si è così creata una nuova classe media che, pur potendo garantire il soddisfacimento dei bisogni quotidiani, ha investito oltre le possibilità date dai sussidi e ha sofferto la crisi del 2008 più delle altre fasce della società.
Sono proprio questi uomini – che rappresentano circa il 38% della popolazione brasiliana – ad essere scesi in piazza un anno fa in tutte le principali città del Paese per chiedere nuove politiche sociali alla presidente Rousseff.
La storia insegna che nessuno teme la povertà più di chi l’ha conosciuta, e forse il governo dovrebbe stare molto attento alle sue prossime mosse.
Gli investimenti per sostenere i Mondiali, infatti, si aggirano ormai intorno ai 33 miliardi di euro tra opere pubbliche, infrastrutture, pubblicità e molto altro.
Considerando che i costi della Fifa World Cup del 2010 in Sudafrica (finora la più costosa della storia) si aggiravano intorno ai 4 miliardi di euro di investimenti, si capisce forse meglio quale sia la posta in gioco nella scommessa che il governo sta giocando.
Per valutare appieno il ritorno economico dell’evento, e soprattutto i suoi effetti di lungo periodo sull’occupazione – una delle piaghe che ancora affligge il Paese – bisognerà aspettare, ma quello che già da ora non si può nascondere sono le ombre che gravano sullo sviluppo del gigante lusofono.
Prima di tutto, la criminalità: con 50mila omicidi all’anno solo nelle grandi città, stupisce vedere come l’80% siano stati compiuti da giovani tra i 14 e i 24 anni.
Si tratta del popolo delle favelas, le gigantesche baraccopoli nelle quali i ragazzi spesso non trovano alternative e, invece di andare a scuola, per sostenere la famiglia e guadagnare qualcosa, entrano nel vortice della droga, delle rapine e degli omicidi.
A tutto questo si accompagna un’altra piaga, più forte in Brasile che in altri Paesi in via di sviluppo: la prostituzione, soprattutto minorile, diffusissima e finanziata dal turismo sessuale che – purtroppo – dai grandi eventi in programma nei prossimi due anni non potrà che trarre nuova linfa vitale.

Di fronte a una situazione così complessa, i commenti, le opinioni e le analisi diventano molteplici; ma ciò che tutti ci auguriamo, per la terra del samba e dei carioca, è che – al di là dei riflettori mondiali – si avveri l’augurio che Stefan Zweig fece alla nazione un secolo fa: «Brasile, che tu possa essere la terra del futuro!»

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