Polonia: ieri nazione oppressa, oggi «motore» d’Europa

Con la nomina di Donald Tusk alla presidenza del Consiglio UE, viene riconosciuto il ruolo strategico che la Polonia occupa oggi nell’Unione Europea come motore dell’economia e dell’integrazione del Vecchio Continente. Si tratta del traguardo – e forse anche di una nuova partenza – raggiunto da una nazione che ha dimostrato di saper affrontare sfide epocali e rialzarsi; capace di uscire in maniera ordinata dalla fase buia del regime comunista e dell’economia pianificata, attraverso un complesso processo di riforme e cambiamenti radicali che oggi lo rendono uno dei 30 Paesi più innovativi del mondo (secondo la multinazionale Bloomberg).
Un paese di quasi 40 milioni di abitanti, integrato nel sistema produttivo tedesco che ha dislocato lì intere fabbriche, attratto da un costo medio del lavoro pari a 11 euro contro i 24 italiani, e dalla forte etica del lavoro propria della tradizione degli operai polacchi.
Un paese che in vent’anni ha prodotto un miracolo: il reddito medio pro capite è passato da un quarto alla metà di quello tedesco e il tasso di crescita è stato mediamente di tre punti più alto che in Germania. Solo l’economia della Polonia, fra quelle europee, ha evitato la recessione prodotta dalla crisi mondiale del 2007-2009, continuando a crescere mentre l’Eurozona sprofondava.

Diversi sono i fattori che hanno permesso all’economia polacca di crescere così velocemente. Innanzitutto, negli anni Novanta, la drastica riduzione della partecipazione statale all’economia a favore del settore privato, come risultato delle privatizzazioni, del rapido sviluppo dell’imprenditoria e dell’afflusso di investimenti esteri. Inoltre una politica economica basata sulla disponibilità di una moneta nazionale, e quindi di un tasso di cambio flessibile, e sulla graduale riduzione dell’inflazione, ha consentito alla Polonia di attrarre capitali stranieri. Terzo fattore chiave è stata l’apertura al mondo esterno attraverso l’eliminazione delle barriere che ostacolavano il flusso di merci e servizi. Infine, l’ingresso del 2004 nell’Unione Europea ha determinato l’aumento di credibilità del paese nell’arena internazionale, consentendo di attirare più facilmente gli investimenti esteri, e l’afflusso dei fondi di coesione (negli ultimi anni pari a circa il 3% del pil) che hanno permesso alla Polonia di vivere una vera e propria rivoluzione infrastrutturale.

Erano state le sollevazioni degli anni Settanta e gli scioperi dei cantieri navali di Danzica guidati dall’elettricista destinato a diventare presidente, Lech Walesa, ad aprire una breccia nel sistema comunista. Recuperata l’integrità statale e gradualmente passata al libero mercato, il grande impulso all’economia polacca viene dato dalla “terapia shock” ideata da Leszek Balcerowicz, un piano radicale di riforme, privatizzazioni e liberalizzazioni che dà l’avvio al regime di concorrenza, con costi sociali molto elevati in termini di disparità e disoccupazione. Dopo le presidenze Walesa e Kwasniewski, gli anni duemila vedono prendere forma la leadership di Tusk, che nel 2007 diventa capo del governo col partito liberale e riesce a ricucire gli strappi degli anni precedenti con le istituzioni europee e con Berlino, usa molto bene i fondi comunitari e consolida la crescita di un Paese che deve però fare i conti con profondi problemi strutturali che nei prossimi anni costituiranno una sfida sempre più grande. Uno di questi riguarda il tasso di occupazione, che in Polonia è pari al 66% contro una media europea del 72%, dovuto, in parte, ai generosi programmi pensionistici introdotti all’inizio degli anni Novanta che permettono ai lavoratori di molti settori di andare in pensione anticipatamente e all’esistenza di ampie sacche di emarginazione sociale, soprattutto nelle campagne.

Altra sfida strutturale che la Polonia deve affrontare riguarda la scarsa efficienza della pubblica amministrazione. Sono infatti particolarmente difficili i rapporti tra impiegati pubblici e cittadini, con le regioni polacche che sono fanalino di coda dell’Europa a causa della scarsa trasparenza, dell’eccessiva complessità del sistema fiscale e dell’estrema lentezza del sistema giudiziario.

Ulteriore problema strutturale sono infine gli scarsi finanziamenti alla ricerca e allo sviluppo (che non superano l’1% del pil, tra i più bassi d’Europa) e che si riflette anche sulle basse posizioni occupate dalle università polacche nelle classifiche internazionali.

Quale sarà lo sviluppo del sistema polacco nei prossimi anni alla luce di questi fattori?

Le previsioni suggeriscono che l’economia polacca crescerà in maniera più lenta di quanto fatto finora, ma sempre più rapida rispetto al resto dell’Europa occidentale. Questo lieve rallentamento è dovuto all’influenza negativa dei fattori già menzionati, che non dovrebbero però portare a un arresto improvviso dello sviluppo polacco. Nell’economia del Paese si nasconde infatti un potenziale di crescita della produttività. Nei prossimi anni alcuni settori – tra cui quello energetico,destinatario di forti investimenti – subiranno radicali processi di ammodernamento e l’afflusso di fondi europei consentirà alle trasformazioni infrastrutturali di mantenere un ritmo elevato. Anche il settore privato sta subendo una serie di mutamenti e, nonostante il rallentamento della domanda globale, gli esportatori polacchi sono riusciti ad affermarsi con forza nei mercati emergenti: nell’ultimo anno, l’export è cresciuto a un tasso superiore al 20%, rendendo la Polonia sempre meno dipendente dall’andamento dell’economia dell’Ue. Questi fattori mostrano come l’economia polacca miri sempre più ad espandersi e affermarsi a livello globale.
In questo contesto diventa cruciale il dibattito sull’opportunità dell’ingresso della Polonia nell’Eurozona che, inizialmente calendarizzato per il 2015, a causa della contrarietà della maggioranza dell’opinione pubblica e della necessità di una modifica della Costituzione da approvare con un voto parlamentare di due terzi, ha subito una posticipazione prima al 2017 e poi al 2019. Naturalmente la possibilità di svalutare lo zloty è un fattore competitivo fondamentale a cui Varsavia difficilmente vorrà rinunciare. Ma a controbilanciare le convenienze economiche potrebbe essere la crisi ucraina, che suggerisce ai polacchi di rafforzare la loro integrazione nell’Unione europea.

La Polonia è dunque oggi un grande laboratorio europeo, che assume un ruolo sempre più strategico nella politica e nell’economia del Vecchio Continente, frontiera orientale di un’Unione che ha molto da apprendere da una nazione viva, forte, in rapida evoluzione, e che, nonostante le molteplici zone d’ombra, potrà dirci molto sul nostro futuro, pronta a dare, dopo il buio e la rinascita, il suo fondamentale contributo allo sviluppo e alla società europei.

Totò Scaletta

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