Roma in tre parole

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Questo non è un articolo. Questo è una città che si siede accanto al camino e si racconta, con un filo di voce, a chi sa ascoltare. È una città appesantita da un’insostenibile leggerezza del suo non essere che si guarda allo specchio, sorride amara e si fa guardare, da chi sa osservare. Roma descrive se stessa in stazione: gente a ritmo isterico si avvia verso l’uscita e altra verso l’entrata, ognuno con il suo incedere, con il proprio impegno nelle tasche, con un differente punto di vista negli occhi. Roma descrive se stessa in ogni piazza del centro: una chiesa, turisti che vorrebbero essere gente del posto, gente del posto che vorrebbe essere turista. Roma è la città dove tutti credono di vedere una diversa storia, pur vedendo la stessa. Roma è dejà vu e jamais vu, Arlecchino e Pierrot, Trilussa e Jep Gambardella, San Pietro e Via Sannio, forza centripeta e centrifuga, romanzi letti sottovoce e poesie gridate alla pioggia. Roma è il buco della serratura dal quale il mondo si spia, compiacendosi, disgustato. Roma è la strada più breve che porta dritta in faccia al muro. È statica filosofia del movimento. Un climax domenicale che inizia a mezzogiorno con l’angelus, passa per lo Stadio Olimpico alle tre di pomeriggio e finisce con la passeggiata in tarda serata all’Ikea. Roma è come trovarsi su una ruota di una bicicletta in moto perpetuo: un giorno nel punto più alto, quello successivo con la faccia sull’asfalto. È la favola dei vestiti nuovi dell’imperatore, in cui tutti fingono di vedere abiti che non esistono solo per non essere male giudicati, ma dove nessuno si stupisce qualora un bambino, ad un tratto, esclamasse: “Il re è nudo!”. Roma è tutto ciò che dovrebbe essere e tutto ciò che vorresti fosse.

In stazione cammini immerso a galla tra la gente e può capitare di chiederti come la vedano gli altri, Roma. Vai avanti per inerzia, spinto dai passi di chi ti sta accanto, e realizzi che siamo una pallina in cima ad un piano inclinato: basta una spinta per farci rotolare. Mi do una spinta e decido che il mio articolo lo faccio scrivere anche agli altri. Ognuno mi regala la sua Roma riassunta in tre parole e io la racconto a voi. Tanto questo non è un articolo: “Roma in tre parole”.

“Belle gambe camminano”, Antonio, 20 anni, studente

“Renault 4 rossa”, Marielisa, 38 anni, Avezzano (AQ), Video Production Coordinator

“Una meravigliosa bugia” Franco, 54 anni, panettiere

“Compra qualcosa, dai”, Assefa, 24 anni, venditore ambulante etiope

“Ebbra, manovratrice, piena” Lodo, bolognese, cantante de “Lo Stato Sociale”

“Eterna, Santa, Totti” Francesco, 20 anni, studente

“Resurrezione e Risorgimento”, Anna, 47 anni

“Cielo e tramonti”, Simone, lui non sa nemmeno di avermela data questa definizione

“11 novembre 1989” mio padre, meridionale trasferitosi a Roma proprio l’11 novembre 1989

“Lassa perde, regazzì”, Antonio, 84 anni, pensionato in fila alle poste

“Aspettare per andare”, Aurora, 16 anni, liceale

“Cavallo a dondolo”, Umberto, 63 anni, orologiaio

“Folla, rappresentanza, circo”, Ilde, 21 anni, studentessa

“Passato senza futuro”, Antonella, scrittrice di “1861, La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di scuola” e altri saggi da tematiche scomode e, troppo spesso, dimenticate

“Speranze, sacrifici, soddisfazioni”, Vincenzo, 20 anni, studente fuori sede. E chi è fuori sede può capirlo

“Me sò ‘mbriacato”, Daniela, catanese

“Bella, zozza, prepotente”, Filippo, comico eccezionale di “Satiriasi”. Se non lo conoscete, digitate “ Che cosa è Facebook?” o “Sesto Potere” su YouTube: fatevi questo favore

“Meraviglia, soddisfazioni, casa”, Giulia, 21 anni, studentessa

“Diritto di distrarsi”, Grazia, farmacista “

Ruderi, politica, grandezza” Giovanni, 21, studente

“Magnani, Fellini, Moretti”, Margherita, studentessa, che ci tiene a far sapere che Moretti è, chiaramente, in Vespa e che si scusa per l’esclusione di Sora Lella

“Semafori e tramonti”, Sole, 22 anni, studentessa

“È troppo lontana”, Elisa, 40 anni, leccese

“Ferite, superbia, potere”, Chiara, 21 anni, studentessa

“Passato, presente, futuro”, Antonella, 49 anni, insegnante

“4-3-3, Zeman, gol”, Luca, 37 anni, cuoco

“Colosseo, aò, Marcello”, Massimo, 21 anni, regista parmigiano

“Rughe, gricia, canzonette”, Niccolò, medico

“Amore, simpatia, aiutare”, Samba, 25 anni, che non leggerà mai questo articolo, ma che ringrazio per aver dispensato braccialetti e sorrisi a me e tutta la mia compagnia

“Giada ti amo”, Marco, 15 anni

“Stasera Ponte Milvio?”, Chiara, 19 anni, studentessa

Trentuno definizioni, un numero primo, divisibile per uno e se stesso. Un numero che dà resto per qualunque altro numero lo si divida. Lo stesso accade con il modo in cui guardi Roma: o con i suoi o, esclusivamente, con i tuoi. Altrimenti avanza qualcosa e questa città non è fatta per le mezze misure, per i numeri che rimangono sospesi dopo una virgola. È per questo che ho tentato di raccogliere più definizioni possibili. È per ciò che questo non vuole essere un articolo, ma un album fotografico, una mostra a cielo aperto sotto il sole di un ottobrata che solo Roma sa regalare. Lo scrittore Julio Cortázar parlava di Parigi e del mondo in generale come una Rayuela, la campana, definendola, appunto, il gioco del mondo. Forse dimenticava Roma. Roma non è una campana dove la prima casella, col numero 1, si chiama “Terra” e l’ultima, con l’8, “Cielo”. Roma è un tiro alla fune, dove “Cielo” e “Terra” si contendono ogni centimetro. È una dicotomica eccezione, sola e bella. È “passato, presente, futuro”, ma anche “passato senza futuro”; il sognante “Giada ti amo” del giovane e il disilluso “lassa perde, regazzì” dell’anziano, come se Antonio stesse parlando direttamente con Marco e non con me. Roma è questo. “Aspettare per andare”, magari stasera, magari a Ponte Milvio.

Manuel Barbetta

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