Whatsapp: la generazione dei sentimenti virtuali

Di Paolo Iervolino

“Le mode cambiano, lo stile resta” – diceva un famoso stilista ma se a cambiare sono i tempi e, di conseguenza, la tecnologia la questione si fa un po’ più intricata. Tra le mille app, che nell’ultimo decennio si sono susseguite, ne spicca una in particolare: whatsapp, scaricata da milioni di utenti sparsi per il mondo è entrata nelle nostre vite quasi con “prepotenza” ed è riuscita ad inserirsi tra le parole più usate nel nostro lessico quotidiano. Mentre, prima un trillo su msn ci faceva battere il cuore, adesso un “visualizzato alle” ci manda in paranoia e la nostra mente diventa una delle migliori multisala d’Italia. A cambiare – diciamocela tutta – non sono stati solo i mezzi di comunicazione ma i sentimenti: le nostre nonne ci raccontano le lettere d’amore che i loro amanti inviavano e anche qualche serenata sottocasa inscenata dai più audaci, invece noi raccontiamo agli amici solo di emoticons virtuali che lasciano poco all’immaginazione. Ma cosa racconteremo di questi anni zero ai nostri figli? Se riuscissimo a spegnere il cellulare e iniziassimo a guardarci negli occhi di sicuro riempiremmo più bar e meno chat, perché alla fine siamo diventati schiavi di un sistema che ci lascia senza emozioni poiché quelle che viviamo dietro uno schermo non possono definirsi tali. Nonostante tutto puntare il dito contro qualcuno sarebbe troppo riduttivo e allo stesso tempo inutile oltre perché tutti noi abbiamo contribuito ad “installare” questo servizio nelle nostre vite, traendone – nonostante tutto – anche molti benefici. Il punto nodale è uno solo: riusciremo a tornare alla vera realtà, cercando di uscire da un mondo parallelo e virtuale che ci rende prigionieri di sentimenti falsati? La risposta sta a noi trovarla: siamo artefici del nostro destino. Con l’augurio che tutti riescano a ritrovare quell’ “io” che tanto manca e cercare di preservarlo il più a lungo possibile. Viviamo la bellezza che la vita ci offre e immaginiamo di poter contribuire a ridare fiato alla nostra generazione, sganciandola da “cliché” ormai desueti e comuni.

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