L’IMPRESA RESPONSABILE: DAL RINASCIMENTO A OLIVETTI, UN MODELLO NECESSARIO OGGI

É possibile realizzare un’impresa capace di creare non solo profitto per gli azionisti, ma anche benessere, sicurezza, armonia e bellezza?

É davvero possibile costruire una società nella quale il denaro non sia più un fine, ma uno strumento da gestire con attenzione e maturità?

Quali sono state infatti le conseguenze di una gestione indiscriminata, irrazionale e frenetica della nostra economia liberale? Una crisi senza paragoni nella storia degli ultimi decenni, e conseguentemente un crollo degli investimenti e tassi record di disoccupazione.

Il problema non é il libero mercato: la vera ragione per cui oggi non abbiamo più una meta, è l’assenza di obiettivi e modelli di riferimento. Prima di essere economica, la crisi che stiamo affrontando é una crisi sociale e morale che affonda le sue robuste radici in un passato nel quale si é dimenticato il significato di parole come sana competitività, meritocrazia, cultura e ricerca. Se dobbiamo trovare un senso al futuro del nostro paese, dell’Europa e quindi delle nostre vite, dobbiamo ricominciare lì dove in passato é stato abbandonato ciò che ci distingue veramente: l’umanità, intesa come capacità di provare emozioni, risolvere problemi, creare e proteggere bellezza per garantire alle generazioni future pace, serenità, progresso materiale e spirituale. In tutto ciò l’impresa gioca un ruolo da protagonista, perché é intorno al mondo dell’impresa appunto che si decidono i destini dell’economia e quindi delle nazioni.

Mi chiedo allora nuovamente: è quindi possibile un’impresa che operi non esclusivamente per il profitto materiale? Un’impresa insomma responsabile?

Se non desideriamo ripetere ciò che stiamo affrontando, se non desideriamo consegnare ai nostri figli una società corrotta nella quale non puoi vivere sicuro, se desideriamo non sentir parlare più di “squali”, sfruttatori e “prenditori” senza dignità che sperperano il denaro dei contribuenti per favorire amici, amici degli amici e quindi, in conclusione, affari esclusivamente personali, la mia risposta è sì: un’impresa responsabile è possibile e forse necessaria. Si tratta di una sfida che ci riguarda tutti in prima persona: se ognuno di noi agisse insomma con discrezione e cura, il mercato stesso, il tanto vituperato e incompreso mercato, si adeguerebbe ad un nuovo modo di vivere e interpretare la realtà. Perché il mercato, non dimentichiamolo, non è un demiurgo trascendente, siamo noi il mercato.

E quale sarebbe questo nuovo modello di vita e di mercato? Prendiamo uno degli esempi più universalmente noti: il Rinascimento. La storia non ricorda i bilanci della banca dei Medici perché in eredità dalla celebre famiglia di mecenati ha ricevuto Firenze.

Noi, inteso come nuove generazioni parte di un mercato confuso, dobbiamo seppellire ciò che è stato, ossia un modello di impresa bocciato dalla storia degli ultimi anni e dalla sensibilità umana, per realizzare qualcosa di nuovo e straordinario: un sistema aziendale dove non si vive solo per fare soldi, ma si vive anche per comunicare, attraverso il buon esempio, valori come educazione, serietà e cooperazione, ricerca, welfare, rispetto della persona e del territorio.

Adriano Olivetti (1901-1960) ha provato che costruire un’azienda responsabile è possibile. Egli credeva infatti in un equilibrio stabile tra solidarietà sociale e profitto, tanto da arrivare a creare un’organizzazione del lavoro che comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Gli operai della sua azienda vivevano in condizioni migliori rispetto ai loro omologhi attivi nelle altre grandi fabbriche italiane: ricevevano, ad esempio, salari più alti, potevano iscrivere i loro figli agli asili e potevano vivere in abitazioni poco lontane dalla fabbrica. La fabbrica stessa si inseriva in un contesto armonico e pulito, in perfetto equilibrio con l’ambiente; al suo interno l’atmosfera era serena ed efficiente: durante le pause i lavoratori potevano usufruire di biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti…inoltre non c’era una divisione netta tra ingegneri e operai e questo consentiva il libero flusso di idee e conoscenze. L’azienda accoglieva anche artisti, scrittori, disegnatori e poeti, perché Olivetti riteneva che la fabbrica avesse bisogno anche di persone in grado di arricchire il lavoro con la loro creatività.

Olivetti credeva insomma nell’idea di comunità: l’unica via da seguire a suo avviso per superare le ingiustizie sociali. La sua idea era quella infatti di creare una fondazione composta da diverse forze della società in modo da abbattere tutte quelle differenze (politiche, economiche e ideologiche) che costituivano un freno importante al progresso. Il suo sogno è stato spazzato via da uomini senza scrupoli che dopo la sua morte hanno liquidato una delle più prospere realtà economiche del dopoguerra in Italia: la “Olivetti” appunto.

Se non vogliamo dimenticare tutto questo e se non vogliamo continuare a uccidere la nostra civiltà svendendo la nostra autentica felicità in cambio di qualche soldo in più, dobbiamo ripartire proprio dall’esempio di Adriano Olivetti.

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