Calcio: passione o business?

Di SAMMY BUETI – Il gioco del calcio ha origini antichissime, infatti fin dall’XI secolo a.C. veniva praticato in Oriente, in particolare in Cina e veniva denominato Tsu-Chiu. Com’è cambiato dalle sue origini questo meraviglioso gioco? Oggi ormai quando si parla di football, si deve necessariamente parlare anche di “spettacolo”, e,  visto che si parla di spettacolo, allora si deve introdurre parallalemente il concetto di business. Negli ultimi anni quest’ultimo concetto si è legato fortemente al gioco del pallone, e si è espanso grazie a due elementi: ai cosidetti “intermediari” dei calciatori, prima di tutto, ed in secondo luogo alle ormai citatissime TPO (third party ownership), ovvero dei fondi privati, tendezialmente con sedi dislocate nei vari paradisi fiscali, che per molto tempo hanno speculato su calciatori e società di mezza Europa. In particolar modo questi fondi hanno sguazzato nel calciomerato brasiliano, fungendo da veri e propri ricattatori finanziari; un esempio eclatante, che ha come protagonista forse uno dei giocatori più sopravvalutati degli ultimi 20 anni, è sicuramente quello di Leandro Damiao, il cui cartellino aveva una valutazione a dir poco “pompata”, al momento del suo trasferimento dall’Internacional di Porto Alegre al Santos, dalla Doyen Sports investments. Difatti, la transazione del giocatore è stata conclusa per ben 13 milioni di euro, nuovo record nel 2013 per quanto riguardava il mercato interno brasiliano. Inoltre la TPO è riuscita a lucrare anche sui vari trasferimenti conseguenti del calciatore. Per fortuna la FIFA, dopo una miriade di situazioni simili a questa, si è resa conto della “mala” che queste TPO portano nel calcio e dal 22 Dicembre 2014 le ha messe al bando. Cos’è cambiato con questa nuova regola? Praticamente poco o niente, perchè ci sono i grandi intermediari, che oggi ormai comprano i veri e propri cartellini dei giocatori, o adirittura acquistano i club, e così facendo possono gestire economicamente come vogliono, sempre nei limiti dei regolamenti, la parte economica-finanziaria del proprio assistito o, nel caso di acquisto di proprietà, del proprio dipendente. Di esempi che rappresentano questa realtà ne abbiamo anche in Italia, ovvero Antonio Caliendo famosissimo procuratore anche di Roberto Baggio, Trezeguet, Maicon, Passerella e tanti altri, il quale ha acquisito nel 2012-2013 il Modena. Un caso un po’ più internazionale è quello di M’poku e Lestienne, i quali sono di proprietà di un fondo arabo gestito da un signore chiamato Abdullah, lo stesso che ha preso un club (l’Al Arabi) dove “parcheggia” i giocatori che compra e poi li presta in giro per l’Europa. La triste conclusione è che sussiste ormai il rischio concreto di ritrovarsi al più presto con un gruppo di uomini in giacca e cravatta che giocano a scambiarsi le figurine. Nel nome di un’industria che sembra sempre meno che un gioco. Dall’altra parte non dobbiamo dimenticare uno dei motivi per il quale è nata la figura del procuratore sportivo, ovvero per tutelare i calciatori, curarne i contratti ed i rapporti con i club, informarsi sulle situazioni che sono presenti all’interno del calcio. Inoltre, è ovvio che i procuratori possono essere la vera fortuna per i calciatori di oggi, soprattutto se si tratta di un procuratore molto importante, ad esempio Raiola che è stato la fortuna di Igniazo Abate (buon terzino, ma non a livelli tali da appartenere al gruppo di assistiti di cui fanno parte giocatori del calibro di Ibrahimovic, Pogba, Mkhitaryan etc.), che è riuscito ad avere un valore di mercato pari a 20 milioni di euro, proprio grazie all’importanza della crew alla corte dell’ex cameriere di Haarlem. Ma siamo proprio certi che il calcio sia diventato uno sport cosi’ “marcio”, con continui scandali (vedi calciopoli e calcioscommesse) e ormai consueti fallimenti societari, ultimo, nell’ordine, quello del Parma FC con 280 milioni di debiti? Certo, le società che hanno subito un vero e proprio dissesto finanziario non sono mai mancate, basti pensare a  Bari, Siena, Messina, Fiorentina, Napoli. Purtroppo, però, dopo quest’analisi sembrerebbe inevitabile concludere che il calcio moderno si stia sempre di più legando al denaro (come si suol dire “padre padrone”). Si devono, comunque, considerare altri avvenimenti significativi,  specie quando si parla dello sport più seguito al mondo, cioè quelle esperienze e quegli eventi che ci fanno ribaltare dalla sedia e pensare che ancora ci sia passione dietro a tutto questo business. Basterebbe citare l’esempio dei  “presidenti tifosi” di squadre, un esempio su tutti Ferrero proprietario della Sampdoria, che si contrappongono ai “presidenti imprenditori” come Tohir e Pallotta e ai “presidenti arroganti” come Zamparini e Lotito. Proprio questi ultimi, sia detto per inciso, magari sgraditi alla maggior parte dei propri tifosi, sono però in grado perlomeno di circondarsi di gente che di calcio ne capisce e anche tanto, per il meglio della propria squadra, basti guardare l’ottima stagione che la Lazio e il Palermo stanno portando avanti. La vera e proria soluzione a queste avversità, come sempre, siamo/sono i tifosi di “razza”, quelli che riempono gli stadi ogni Domenica in qualsiasi categoria, a cui non frega niente del business, ma che vogliono solo vedere i giocatori sudare la maglia della loro tanto amata squadra sul campo. Siamo noi i “supporters” che abbiamo la necessità, la possibilità e, soprattutto, la passione di salvaguardare la discplina sportiva più bella al mondo. Alla luce di questa attenta analisi, siamo arrivati a definire il calcio contemporaneo come uno sport dominato dal Business, quello con la “B” maiuscola, ma con all’interno tanta passione di chi crede ancora, come me, nella possibilità di un gioco libero dagli interessi di chi pensa di sfruttare il pallone per il proprio guadagno.

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