Dove comincia e dove finisce la crisi in Ucraina: la Guerra Fredda è davvero terminata?

obama_putinDi NICOLA DE VITA e DAMIANO SANNA “Capisci George? L’Ucraina non é nemmeno uno stato! Che cos’é l’Ucraina? Parte del suo territorio é Europa orientale. Ma l’altra parte, quella più importante, gliel’abbiamo regalata noi!” Con queste parole il 7 aprile 2007 Vladimir Putin si rivolgeva al caro amico americano, l’allora presidente George W.Bush, durante il vertice NATO di Bucarest; qualcuno, forse ingenuamente, pensò che il leader russo si fosse lasciato scappare un’affermazione imprudente, ma la provocazione di Putin era calcolata: con quelle parole il Cremlino intendeva mettere in chiaro che da quel momento in avanti non ci sarebbero stati più arretramenti. A cominciare dall’Ucraina. L’operato di Putin si può spiegare partendo dalla premessa che l’Occidente non abbia rispettato la Russia in numerose occasioni dopo la caduta del muro di Berlino. Nella percezione russa

ciò che sta accadendo in Ucraina è la estrema conseguenza di un percorso iniziato nel 1999, che ha portato la NATO ad inglobare tutto l’ex impero sovietico. Tutto parte dalla promessa di Bush (padre) a Gorbachev di non allargare il braccio d’azione della NATO oltre i confini posti come limiti più orientali della Germania dell’est; naturalmente ciò prevedeva il via libera di Gorbachev all’allargamento ad est della Repubblica Federale di Germania. Non sono ancora chiari i dettagli del patto tra George H.W.Bush e Gorbachev, infatti la storica Mary Elise Sarotte ha scritto che “l’Occidente non ha mai esplicitamente promesso di non allargare la NATO, perché, sulla base della riunificazione della Germania, si sarebbe raggiunto gradualmente un nuovo equilibrio”. Punto.Il fatto però da non sottovalutare è che Gorbachev fu quasi costretto ad accettare i termini previsti concordati sulla base della riunificazione tedesca perché il paese che guidava -sconfitto e impreparato davanti al futuro- aveva urgenza di fare affidamento sull’assistenza finanziaria tedesca. Naturalmente Putin, da buon leader autoritario, è ben consapevole di quanto la sua legittimità politica sia imprescindibilmente legata ad una visione omogenea e non contraddittoria della Storia da parte del popolo. Per questo, creando una realtà alternativa, l’establishment russo dipinge la Russia come una vittima, non come l’aggressore che di fatto è in Ucraina; ovviamente, il governo di Kiev è, agli occhi di tutta la nazione, un governo di stampo fascista.

Prescindendo però dalle responsabilità della Russia in Ucraina ora -e in Georgia prima-, non si può negare che la Russia sia stata vittima di un lento ma efficacissimo processo di Roll back che ha in definitiva allargato la NATO – una vecchia struttura della guerra fredda- in uno spazio dai confini privi di consistenza.
L’Europa dell’est è stata infatti dopo la Seconda guerra mondiale, l’oggetto di un accordo (l’accordo di Jalta) tra Roosevelt, Churchill e Stalin.
Si è detto impropriamente a lungo che l’Europa dell’est fu ceduta a Stalin, ma le truppe dell’armata rossa in quel lontano febbraio 1945 avevano già occupato tutti quei territori che, a seguito del già citato accordo, sarebbero rimasti definitivamente sotto l’ala protettrice dell’URSS.
Stalin promise che in tutti quei paesi si sarebbero tenute libere elezioni, ma il dittatore sovietico non mantenne la promessa e furono instaurate ovunque dittature rosse.
In seguito Roosevelt ammise privatamente che lui e Churchill erano stati ingenui a confidare nella promessa di Stalin; d’altra parte però gli alleati occidentali, lasciando che l’Europa dell’est cadesse sotto il giogo dell’URSS, si limitavano semplicemente a garantire a Stalin il suo premio per aver contribuito allo sforzo bellico contro lo forze dell’Asse.
In conclusione, per gli europei dell’est, Jalta è il simbolo del sacrificio della libertà dei loro paesi.
Il punto è che nessuno, dopo la fine della Guerra Fredda, ha pensato di creare un sistema alternativo alla NATO per inquadrare e gestire i futuri rapporti con Mosca.
Dopo Gorbachev (che prospettava un futuro di pari dignità russo-americana) ed Eltsin, la Russia è sprofondata in un baratro che ha relegato la vecchia superpotenza euro-asiatica al rango di colonia della superpotenza trionfante.
Dalla Casa Bianca nessuno ha saputo proporre alla Russia un ruolo nel mondo post-Prima Guerra Fredda, né ha saputo concedere margine di manovra alla Russia stessa: Bush padre non ha avuto tempo; Clinton, innalzando agli altari della sacralità la globalizzazione, ha trascurato progetti geopolitici coerenti e a lungo termine; Bush figlio ha avuto altro a cui pensare e Obama non ha saputo decidere da dove ripartire per tentare di fare ordine.
Risultato: incertezza e astio crescente da parte dell’opinione pubblica russa nei confronti degli USA e dell’Occidente.
Se dobbiamo ripartire da qualcosa è necessario, probabilmente, ripartire dalla volontà comune di cooperare e di lavorare intorno ad un nuovo progetto geopolitico che superi le antiche divisioni. Francia e Germania -e non solo- sono ripartite dopo la Seconda Guerra Mondiale proprio da una rivalutazione comune della Storia, avviando un processo che ha avuto come risultato anche la nascita dell’Unione Europea. Allo stesso modo Russia, Europa e USA dovrebbero ripartire da un’ analisi critica e costruttiva del loro passato comune -o no.
Per il momento è difficile confidare nel meglio: dopo l’Ucraina c’è il futuro dell’intera Europa dell’est da definire; ci sono i Balcani e la Grecia, oggetto dell’attenzione russa che cerca di ridisegnare il proprio ruolo nel Mediterraneo coprendo le spalle ad un paese debole e succube dei diktat della Trojka. Infine c’è la partita energetica: qualcuno si è mai chiesto come gestiremo la Russia quando un giorno, forse (ma inevitabilmente), cominceremo ad affrancarci dai combustibili fossili e ad investire nelle rinnovabili?
Nel frattempo comunque, senza osare congetture o conclusioni affrettate, restano numerose questioni sul tavolo, tra cui una serie di rapporti commerciali -di natura energetica, ma non solo- di cui urge discutere in modo costruttivo e sincero.
Sullo sfondo intanto si profila un ulteriore problema: quello degli oppositori politici al Cremlino.
Il 27 febbraio è stato ucciso con quattro colpi di pistola sparati alle spalle uno dei più importanti leader dell’opposizione russa, l’ex vicepremier Boris Nemstov.
Scoprire i mandanti dell’omicidio non sarà semplice. Tutte le piste portano al Cremlino ma di sicuro non c’è ancora niente.
Le teorie del complotto abbondano, ma indipendentemente da tutto, questo episodio complica non poco i rapporti con i vertici russi.
La partita quindi non è ancora finita.
E l’Europa?
Il “formato Normandia” che vede l’Europa rappresentata da Francia e Germania non ha sortito alcun effetto positivo. La Russia non ha infatti rispettato nessuno degli accordi stipulati con Merkel e Hollande. Su questo hanno influito due fattori: l’indisponibilità palesata e ribadita da parte dell’ Europa a fornire armi a Kiev, che ha consentito a Putin di continuare ad inviare uomini e mezzi, sicuro che la controparte europea non avrebbe fatto altrettanto, e la decisione di non trovare una posizione comune all’interno dell’UE portata avanti dalle istituzioni comunitarie a ciò preposte.
Ancora una volta gli Stati Europei, così forti se uniti, hanno deciso di marciare divisi per essere colpiti uniti dall’irrilevanza.

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