Prevedere il futuro non è roba da giornalisti

Di FRANCESCA PEDACE Sono in molti a chiedersi quale sia il futuro del giornalismo, ma quando si parla dell’avvenire, si sa, l’incertezza regna sovrana. Tutto sommato si preferisce guardare al futuro per non constatare il presente: è certo infatti che con la distribuzione dei quotidiani in picchiata, i giornalisti sottopagati e non tutelati, le pubblicità che ormai costituiscono l’unico pilastro economico dell’informazione e la qualità della stessa che ormai va sempre più calando la situazione non è delle più floride. Andiamo per ordine. La carta stampata in Italia continua a perdere lettori: la relazione annuale AGCOM

ha registrato un calo nel 2013 rispetto al 2012 di circa il 2% della loro utenza abituale mentre i quotidiani online e i portali web hanno guadagnato rispettivamente lo 0.5% e l’1,3% sebbene il numero dei lettori dei quotidiani cartacei sia ancora maggiore rispetto a quello di chi legge notizie in rete: circa il 43,5% contro il 34,3%. Il divario generazionale tra giovani e anziani poi risulta essere sempre più netto: il 90,4% dei giovani usa il web contro solo il 21,1% degli over 65 anche se, stando ai dati, le notizie messe in rete vengono lette più dagli anziani (52,3%) che dai giovani (22,9%). È impossibile pensare all’informazione futura senza la presenza di mezzi di comunicazione digitali ma bisogna riconoscere che questo repentino progresso ha portato ad un cambiamento dei mezzi di procacciamento delle notizie al quale non tutti si sono ancora abituati. Giuseppe Smorto, condirettore di Repubblica.it sottolinea nel rapporto al Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti come, pur essendo nate col digitale, molte testate abbiano la tendenza a ‘’preservare le funzioni giornalistiche tradizionali e ad evitare qualsiasi contaminazione”. A parte Il Manifesto e Il Sole 24 ore che hanno redazioni totalmente integrate le redazioni degli altri quotidiani on-line pur essendo autonome da quelle della testata madre presentano delle forme di integrazione parziale in alcuni settori. Al Corriere.it, per esempio, è integrata la redazione della pagina economica. Le fonti sono le stesse; solo poche dichiarano apertamente di non avere abbonamenti alle agenzie e di reperire le informazioni direttamente dalla rete, in primis da Twitter. Il motivo, almeno da quanto emerge dai risultati del questionario stilato dall’IRPI (Centro Italiano di Giornalismo di Inchiesta) a cui hanno risposto oltre 700 partecipanti, pare essere il fatto che la qualità delle informazioni delle agenzie di stampa da qualche anno sia peggiorata provocando uno sviamento dei loro clienti in favore di altri mezzi di news-searching i quali hanno conquistato ben il 32% dei rispondenti al questionario. Secondo Laura Guglielmi, giornalista, non è il web a mettere in pericolo il futuro del giornalismo perché carta stampata e web sono due realtà che possono convivere benissimo ma che nessuno ha mai cercato di accostare efficacemente: il web dovrebbe dare le informazioni velocemente mentre il giornale tradizionale dovrebbe puntare sull’approfondimento senza seguire ciò che accade in rete. Come lei la pensa Giuseppe Granieri, de La Stampa per il quale la carta non è più il sistema migliore di diffusione degli articoli. Il digitale è più economico, più rapido e più efficiente ma non ha ancora una sua sostenibilità economica per muovere i fatturati che muoveva la carta (e quindi per far reggere il modello industriale). Uno è costoso e sempre più inefficace, l’altro è efficace ma ancora per nulla a punto. Idea simile ma più individualista è quella di Marco Bardazzi, altro giornalista de La Stampa, che, durante un’intervista su come cambierà il mestiere del giornalista nei prossimi anni ha affermato che a cambiare non saranno le regole base della professione ma il contesto della notizia. Le 5 W del giornalismo (Who, What, When, Where e Why) continueranno ad esistere ma dato che le prima quattro saranno sempre più alla portata di tutti il valore aggiunto dato dal giornalista si concentrerà prettamente sull’ultima: spiegare e approfondire bene il contenuto dei fatti per quanto possa sembrare semplice come cosa in realtà non lo è affatto. Puntando tutto sulla quantità di traffico di news online si è infatti abbassata la qualità dell’informazione e soprattutto si è abituato il lettore a pensare che su internet si legga gratis tanto che sono in molti a credere che, nel complesso, l’idea di costringere i lettori a pagare per le informazioni non sia una scelta saggia. Anche il “Digital News Report 2014” diffuso dal Reuters Institute for the Study of Journalism a giugno 2014 mostra come, mediamente, vi sia una propensione al pagamento solo da parte dell’11% del totale di coloro che fruiscono dell’informazione online. C’è da chiedersi fino a quando si potrà andare avanti di questo passo considerando che se da una parte è vero che il web democratizza l‘informazione e che è più veloce e più facile trovarvi le news dall’altra esso favorisce il diffondersi delle cosiddette “bufale”. Il giornalista da produttore dell’informazione si adatterà a questi cambiamenti o rimarrà succube di questo sistema riportando come veri fatti che in realtà non lo sono? Troppo spesso infatti, quando si prendono notizie dalla rete, queste ultime non vengono verificate come si dovrebbe con la disastrosa conseguenza di diffondere la disinformazione fra le persone. Ne è una prova la ricerca di Nick Davies che nel suo libro Flat Earth News ha mostrato come l’80% delle storie raccontate da prestigiosi giornali inglesi non sia stato riportato in maniera coerente con quanto effettivamente accaduto e che solo il 12% di queste è frutto della ricerca dei loro giornalisti.
Tutto sommato un buon modo per evitare di incorrere nello stesso errore potrebbe essere quello di cambiare il tipo di approccio che lega i giornalisti ai mezzi di comunicazione e ai loro lettori. In questo nuovo mondo fatto di condivisione molti professionisti del settore si stanno barricando dietro i social media. Anche Katharine Viner, del The Guardian ha commentato la cosa dicendo a tal proposito che molti suoi colleghi s’infuriano sovente per il fatto che anonimi lettori possano esprimere ciò che pensano in risposta ai loro articoli direttamente sotto questi e che, ancora prima che scoprissero cosa fosse Twitter, molti di loro avevano già chiesto il segno di spunta blu da accostare al loro nome per autenticarne i profili, quasi a confermare la fama e il loro essere VIP.
Da quanto appena detto potrebbe sembrare che i giornalisti siano gli unici a gioire dell’attuale andamento della stampa. Falso, sono i primi a pagarne. Secondo il rapporto “La Fabbrica dei Giornalisti” stilato da LSDI (Libertà di Stampa e d’Informazione) i giornalisti in Italia sono oltre 112.000 ma solo il 45% è “attivo ufficialmente’’ e solo 1 su 5 ha un contratto di lavoro dipendente. I licenziamenti, la cassa integrazione e i contratti di solidarietà sono infatti un’altra nota dolente che aggrava sempre di più lo stato di crisi della stampa tra l’indifferenza di politici, operatori economici e degli stessi organismi dirigenziali della categoria. Il problema sta nel fatto che editori, sindacato e Ordine dei Giornalisti non sono mai riusciti a mettersi d’accordo su come quantificare un equo compenso senza correre il rischio di stilare un tariffario, vietato dalle norme europee sulla libera concorrenza nelle professioni. Contemporaneamente, sempre secondo il sondaggio ARPI, il 72% dei giornalisti non-dipendenti afferma di aver guadagnato meno di 10.000 euro nel 2013 e che un sostanzioso 49% sembra vivere sotto la soglia di povertà, con introiti inferiori ai 5.000 euro. Sono dati che non stupiscono considerato che il 35% di questa categoria riceve meno di 10 euro per articolo e il 38% non va oltre i 50 euro.
Ruolo decisivo sulla situazione del giornalismo negli anni a venire in tal senso sarà svolto dalle scuole di giornalismo sulle quali, attualmente, esistono due diverse visioni: la prima vede in loro lo strumento di rinnovamento del mestiere del giornalista ritenendo perciò che anche loro debbano innovarsi e tenere il passo coi tempi; la seconda al contrario ritiene che esse abbiano fallito nel loro ruolo di intermediario fra università e mondo del lavoro poiché costano troppo e non preparano chi le frequenta alla realtà della redazione e alla ricerca sul campo. Tra l’altro a cosa serve pagare per diventare un giornalista professionista se poi nessuno assume?
Alle nuove generazioni che intendono cimentarsi nel giornalismo viene dunque spontaneo porgersi una domanda fondamentale: si può vivere del solo mestiere di giornalista? Ebbene, ci riesce il 73% dei dipendenti contro il 16% dei non-dipendenti. Il 46% di questi ultimi afferma infatti di svolgere un secondo lavoro.
D’altronde la logica c’è: se i giornali non vendono e i giornalisti sono troppi le possibilità di sopravvivenza professionale si riducono per tutti.
È necessario agire il prima possibile applicando forme di tutela concreta ed attuando un sistema di accesso alla professione più rigoroso poiché non è possibile tagliare i costi all’infinito. A dicembre 2012, per dirne una, è stata approvata la legge sull’equo compenso per i giornalisti freelance ma tutt’oggi questa resta inapplicata perché non ne sono stati emanati i provvedimenti attuativi.
Ormai unico mezzo di sostentamento della stampa è la pubblicità, proprio quella che ricopre intere pagine dei nostri quotidiani o che ci appare in sovraimpressione sullo schermo del pc non appena clicchiamo il link di un articolo che vorremmo leggere. E se questa prima o poi arrivasse persino ad influire sulla linea editoriale di una certa testata? I cittadini hanno il diritto di ricevere un’informazione corretta, sempre distinta dal messaggio pubblicitario e non lesiva degli interessi dei singoli e i messaggi pubblicitari devono essere sempre e comunque distinguibili dai testi giornalistici attraverso chiare indicazioni. Tutto questo è prescritto nella Carta dei doveri del giornalista, sottoscritta dal Consiglio nazionale dell’Ordine e dalla Federazione nazionale della stampa l’8 luglio 1993 ma a quanto pare non tutte queste disposizioni vengono rispettate.
Secondo una ricerca compiuta dal Gruppo di lavoro su “Qualità dell’ informazione e pubblicità” del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti Italiani i nostri professionisti conoscono perfettamente le linee teoriche di comportamento etico che regolano il rapporto tra giornalismo e pubblicità ma in concreto solo il 50% si sente di affermare che di fatto la pubblicità non influisca sulla linea editoriale dei giornali.
Come se non bastasse la pretesa della società moderna è quella di rendere il giornalista manager aggiunto del suo giornale. Per Ignacio Ramonet, ex direttore del mensile Le Monde Diplomatique, in futuro il ruolo del giornalista sarà legato alla sua capacità di raccogliere finanziamenti da parte delle redazioni web per cui lavora, cosa non facile soprattutto per quei nuovi media non legati a testate multimediali e soprattutto perché il binomio vendite e ricavi pubblicitari non è più un modello di business sostenibile.
Derek Thompson, senior editor del The Atlantic, per esempio, ci dice che nel mondo dei giornali e dei libri, dal 1990, si sono persi il 36% dei posti di lavoro e che la spesa individuale per l’acquisto di giornali e riviste è crollata del 47% dal 1999. Non esiste dunque un unico modello di business comune a tutte le testate ma ciascuna deve individuarne uno proprio sulla base delle proprie caratteristiche e potenzialità.
In conclusione non si può dire altro se non che previsioni certe sul futuro del giornalismo non sono fattibili e che, se anche fatte, esse potrebbero essere solo parziali data la vastità e la complessità del problema o ancora peggio frutto di fantasia che, come si può ben immaginare, è un termine che difficilmente concorda con la logica del giornalista.

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