Uber contro i tassisti italiani: una sfida a braccio di ferro

IMMAGINE ARTICOLO LS UBER TAXIDi LORENZO SANTARELLI – A chi ha visto la puntata di CSI: Cyber di domenica 29 marzo su Rai Due non sarà sfuggita l’analogia tra Uber, app di un’impresa di San Francisco con collegamenti ormai in tutto il mondo che fornisce un servizio di car pooling permettendo ad ogni persona proprietaria di offrire passaggi ad altri in cambio di un piccolo rimborso per la benzina, e Zogo, l’applicazione usata dai protagonisti dell’episodio in cui un tassista di Boston, danneggiato economicamente dal successo dell’app in questione, viene accusato di essersi iscritto come autista privato e di aver ucciso tutti i suoi clienti in modo da gettare fango su Zogo e disincentivarne l’uso.

Ora, è vero che i nostri tassisti non sono arrivati a tanto ma sicuramente la situazione è tesa e da diverse settimane è in corso una dura battaglia fatta di scioperi e proteste. Da una parte Uber, «l’autista personale per tutti» come recita lo spot pubblicitario, dall’altra i tassisti di mestiere penalizzati dalla perdita di clienti a causa del “gioco sporco” di Uber.
I vertici italiani della multinazionale californiana – che in pochi anni ha messo in piedi una realtà che coinvolge 110 città in tutto il mondo – hanno dichiarato che tra i primi ad avere scaricato l’app ci sono stati proprio i nostri cabmen. Nonostante ciò sembra che la contesa sia sempre più accesa e l’ultima polemica risale a lunedì 30 marzo, giorno dello sciopero generale dei mezzi pubblici di quattro ore indetto dall’USB in concomitanza del quale Uber ha deciso di offrire corse gratis a Roma, Milano, Torino e Genova ai nuovi utenti muniti di biglietto o abbonamento dell’autobus. Un’iniziativa, spiega la general manager dell’azienda Benedetta Arese Lucini, pensata per «aiutare i cittadini a muoversi in un momento di difficoltà» che, al contrario, viene giudicata dai tassisti come l’ennesima trovata pubblicitaria per sottrarre loro un’ulteriore fetta di mercato. Ipotesi possibile dato che gli analisti di Uber avevano sicuramente già rielaborato i risultati della stessa promozione effettuata a Genova il 9 marzo scorso – in occasione dello sciopero del trasporto pubblico locale – che aveva portato ad uno sbalorditivo boom di iscrizioni: 200% in più di nuovi utenti e 57% di corse in più rispetto al giovedì precedente.
La stessa Benedetta Arese Lucini, a causa di questa strategia di marketing, è finita più volte nel mirino delle critiche dei tassisti: nelle settimane scorse le strade di Milano sono state tappezzate da grandi manifesti con la sua foto e la scritta «Maledetta, go home!» e sui social network sono comparsi insulti molto pesanti contro di lei e anche contro gli altri sei dipendenti della filiale dell’impresa in Italia. A chi osserva che, secondo la normativa sul trasporto pubblico (basata sulla l. 21/1992, “Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea”), Uber si collochi molto ai confini della legalità, lei replica che la fonte normativa in questione risale ad un’epoca in cui non c’erano gli smartphone, non c’erano alternative ai taxi e, di conseguenza, non si sarebbe potuto prevedere un servizio come quello fornito dalla sua azienda. Va detto anche che questa legge non è mai stata abolita e, ad oggi, risulta pienamente in vigore. A questo riguardo ha espresso la sua opinione anche il garante per gli scioperi Roberto Alesse secondo cui Uber è un servizio privato che, allo stato attuale, non essendo soggetto ad alcuna disciplina – nemmeno comunitaria – costituisce un fenomeno difficile da arginare e per il quale dunque sarebbe necessaria una disciplina specifica raggiungibile solo con una riforma efficace delle norme attualmente vigenti.
Lo scontro con altri governi europei sulla legittimità del servizio è approdato più di una volta in tribunale con esiti contrastanti e l’impresa di San Francisco ha presentato una serie di ricorsi dinanzi alla Commissione Europea relativi a cinque casi (due dalla Germania, due dalla Francia e uno dalla Spagna) convinta che le leggi vigenti di questi Paesi siano d’ostacolo alla libera concorrenza e che l’UE debba intervenire per cambiare le regole che spesso hanno creato una sorta di “corporazione” dei tassisti. A Bruxelles tuttavia tra i molteplici nodi da sciogliere il primo tra tutti è proprio l’inquadramento tematico del caso perchè non si sa ancora se trattare Uber come una società di trasporti o come un’applicazione informatica.
Intanto l’URI, l’Unione radio-taxi italiana, è passata al “contrattacco” con un rinnovamento nel settembre scorso di It taxi, un’app nata per trovare, prenotare e pagare i taxi. Il progetto, però, non è mai riuscito a decollare veramente soprattutto a causa del fatto che si può pagare solo se si ha un account PayPal, il che è un grande svantaggio considerando che con Uber basta registrarsi con la propria carta di credito per far sì che da lì in poi i pagamenti vengano effettuati tramite cellulare. Come se non bastasse un’altra caratteristica di cui beneficiano gli utenti di Uber è universalità: l’applicazione, una volta installata, può essere utilizzata non solo nella propria città ma in tutte le località del mondo in cui viene fornito il servizio, cosa che la prima app non è in grado di assicurare.
Staremo a vedere come la vicenda andrà a finire: l’ultima parola spetterà all’ Authority di regolazione sui trasporti che dovrebbe pronunciarsi entro aprile. Nel frattempo speriamo di non passare da CSI: Cyber a CSI – Uber.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *