La Favola del consumista disperato

Correva l’anno 1705. Bernard de Mandeville scrive il poema satirico “The Fable of the Bees”. La favola racconta di un alveare di api che viveva tanto negli agi e nella prosperità quanto nella disuguaglianza sociale. Le api abbienti si disperdevano nei fumi del lusso e del consumo irrefrenabile. Superbia, avarizia ed ingiustizia regnavano sovrane in questo ricco e fiorente alveare. Di colpo, tutte le api si convertono e “l’onestà colma i loro cuori e mostra loro, come il famoso albero, quelle colpe di cui esse si vergognavano e che in silenzio ora confessano, arrossendo per le loro cattiverie, come bimbi, che vorrebbero nascondere una monelleria e, col rossore, rivelano i loro pensieri, immaginando, se qualcuno li guarda, che gli si legge in fronte quel che hanno fatto.”
Tuttavia, proprio quando la vanità ed il lusso abbandonano l’animo delle piccole lavoratrici, l’intero alveare cade in una veloce e irreversibile crisi economica. Nessuno compra più. Il tribunale è vuoto perché ognuno vive onestamente ed in pace. L’accontentarsi del proprio livello di beni materiale conduce l’intera industria nella rovina, provocando il fallimento dell’intero alveare. Se l’iperconsumo, l’avarizia e l’egoismo le portavano alla prosperità; la virtù, l’eudaimonia aristotelica, cioè la felicità del “giusto mezzo”, deteriorano, fino al fallimento, l’assetto economico.

E i processi raccontati da Mandeville descrivono, con un’attualità stupefacente, il modo in cui l’uomo di oggi vive, pensa e si relaziona con l’atto del consumo. L’autore ci vuole dire che più l’uomo (o le api se volete) è integro e virtuoso e più debole sarà lo sviluppo economico della società in cui vive. Al contrario, più l’uomo è guidato da istinti egoistici e comportamenti inconsapevoli e più avrà bisogno di compensare il proprio vuoto esistenziale e morale con beni superflui e soddisfazioni effimere, stimolando la produzione industriale e, di conseguenza, la crescita economica.

Il nostro sistema economico richiede un essere umano, in definitiva, poco umano. Perché è proprio la distorsione delle virtù più umanizzanti e la strumentalizzazione delle relazioni umane che ci spinge a cercare nel consumo, che mai sazia, una pienezza di vita. Ed è il vizio dell’individuo, per usare un termine così caro al filosofo olandese, la sola e più efficiente condizione per lo sviluppo economico, almeno per come lo stiamo intendendo in quest’epoca. Abbiamo trasformato un sano “voler sempre di più” che caratterizza positivamente l’essere umano in un frenetico soddisfacimento di una fame vorace di oggetti. Una bulimia costitutiva sembra, quindi, caratterizzare le fondamenta di questo modello di produzione e di consumo: una domanda che deve sempre crescere all’infinito e un’offerta che deve inventare e creare sempre più bisogni da soddisfare per non collassare su se stessa. Bisogni che non esistono e che, quindi, non generano “utilità” reale nella psiche umana, ma che, anzi, la illudono, la umiliano e la spolpano.

In un certo senso la nostra economia ha bisogno di uomini e donne che si buttano come fiere sul prodotto più nuovo e lo comprano e lo consumano fino al vomito o, meglio, fino a quando la sua energia ammaliatrice si sarà esaurita e noi ci getteremo come pazzi affamati sul prodotto ancora più nuovo, più luccicante e più bello; quello che ci illudiamo possa finalmente soddisfarci.
E purtroppo la storia di Mandeville è tragicamente reale.
La nostra concezione di sviluppo è costituita, già nella sua archetipica strutturazione, da un vortice infernale, per cui l’uomo si deve struggere e annientare, inseguendo un’infinita illusione consumistica. Affinché questo sistema risulti efficace, tuttavia, l’uomo deve essere gettato in uno stato di totale confusione e solitudine; devono essere, in poche parole, indebolite le sue capacità intellettive e relazionali. Perché è proprio in quello stato di distrazione endemica e di depressione sociale che la potenza dell’illusione può risultare più convincente. E sul ruolo che svolgono i vari Mass Media ai fini di questa manipolazione di massa, rimando al lavoro di Noam Chomsky.

consumismoL’essere umano ormai slegato da ogni relazione, svuotato da ogni aspirazione, rigettato nella deficienza del pensiero, annebbiato da un’informazione disinformante, si getta su un consumo isterico e nevrotico, che lo tiene dipendente come un gatto afferrato alla collottola. Molti sono gli studi, infatti, che testimoniano quanto nella società odierna il consumo abbia assunto le caratteristiche della dipendenza (consumption addiction): il prodotto non è visto più come un mezzo, ma come una fonte di effimera salvezza.

Se ci pensiamo bene, tuttavia, la vicenda è molto ovvia e naturale. Ed è proprio questo il motivo per cui, personalmente, non sento un istinto di biasimo verso un atteggiamento così diffuso specialmente tra i più giovani. O meglio, nutro quella che Pasolini avrebbe chiamato comprensione-compassione. Una semplice osservazione delle nostre abitudini ci dimostra di quanto tutti noi cerchiamo una ragione di senso che vada oltre il soddisfacimento dei nostri bisogni primari (mangiare, bere, riprodursi). L’uomo è il solo essere che non ha chiaro il motivo per cui è su questa terra. Ed è proprio questa confusione esistenziale che lo spinge a cercare qualcos’altro. Un quid che possa dare senso alla quotidianità; cioè, semplicemente, un qualcosa che possa fornire un motivo valido per continuare ad alzarsi la mattina. Purtroppo l’uomo di oggi non riesce ad incarnare attivamente questa spinta di ricerca che contraddistingue la sua natura. L’impressione è che oggi ci sia una progressiva tendenza all’intontimento sociale e, a dispetto dell’impulso vitale che, di fatto, ci anima, siamo circondati da una totale mancanza di prospettive culturali e di visioni politiche. E forse è proprio questo elettrocardiogramma piatto del nostro Mondo che fornisce, come unica alternativa, un ripiegamento su un consumo infinito, superficiale e, quindi, mortale. Quando ormai tutti i principi di valore e di senso sono delegittimati, solo l’atto dell’acquisto o dell’avere assume un ruolo identificativo della persona: “Io esisto perché acquisto”. Ecco perché, oltre le valutazioni morali che si possono compiere, solo una credibile rivalorizzazione dell’essenza relazionale e civica dell’essere umano accompagnata da una profonda critica dei modelli antropologici che oggi assumiamo nei vari modelli economici può, a mio avviso, ridare speranza e vigore alla nostra società; affinché la persona si possa liberare dai meccanismi d’inganno consumistico, e possa rilanciare la sua esperienza di vita, di relazione e di auto-realizzazione su questo Mondo.

GABRIELE GUZZI

One thought on “La Favola del consumista disperato

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    9 maggio 2015 at 11:51
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    secondo me chi ha scritto questo articolo è dotato di profondi pensieri e potrebbe sviluppare ottime opportunità utili all’umanità .ricordiamo questo autore.

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