Quando la malattia vince

articolo nicola 22Di NICOLA DE VITA – L’Italia e la paura del futuro: breve diagnosi di un paziente strano e complesso

Capire come, e, perché, sia sorto un problema può essere il primo passo per arrivare ad una soluzione.

Purtroppo però a noi italiani piace complicarci la vita e tentare di ripartire dalla verità é forse troppo semplice.

Essere sinceri, certo, è senza ombra di dubbio una virtù non scontata…ma cerchiamo di capirci: a cosa serve portare dei pesi se non abbiamo la forza?

Al farmacista francese Émile Coué de La Châteraigne (1857-1926)dobbiamo la teoria seconda la quale l’immaginazione può determinare le nostre azioni e quindi influenzare la realtà circostante. In modo particolare l’autosuggestione cosciente può quindi essere usata per guarire o risolvere un problema.

Per certi aspetti la méthode Coué è assimilabile alla teoria della profezia che si autoadempie, che si verifica in forza di un rapporto circolare secondo il quale la predizione genera l’evento e l’evento verifica la predizione.

Fantascienza? De Gaulle fornì una dimostrazione della fattibilità della teoria di Coué quando, dopo la guerra, a furia di ripetere che la Francia aveva vinto, riuscì a convincere il suo popolo e il mondo intero.

Della profezia che si autoavvera abbiamo invece una dimostrazione evidente tutte le volte che nel mercato finanziario si diffonde ad esempio la convinzione che si verificherà a breve un crollo: gli investitori agiranno liberandosi dei titoli in loro possesso determinando appunto un crollo che forse, se non avessero venduto, non si sarebbe mai verificato.

La psicologa Joanne V. Wood ha spiegato, riferendosi, alla teoria di Coué, che l’effetto non funziona se il “paziente” manca di autostima, perché la suggestione, una volta terminata, potrebbe portare a brutti risultati.

Lo studio della dottoressa Wood potrebbe estendersi naturalmente anche alla profezia che si autoavvera: senza “anticorpi” quando finisce l’effetto si resta con un pugno di mosche in mano.

Probabilmente a noi italiani non sono mancati solo gli anticorpi ma anche, e soprattutto, l’autostima.

Con questo non voglio dire che sia necessario mentire al proprio io per andare avanti e costruire un futuro, lungi da me!

Questa è semplicemente un’analisi: abbiamo mentito troppo a lungo alle nostre debolezze e trascurato la realtà.

Perché, ad esempio, sentiamo le nostre istituzioni così lontane? Perché in molte parti del Paese si continuano a percepire in modo oppressivo?

Perché la classe dirigente ha smesso di fare il suo lavoro?

Una risposta scontata e per certi aspetti, forse, corretta potrebbe essere una legge elettorale che non ha consentito più ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti.

Ma prima ancora del parlamento di nominati, cosa possiamo trovare?

Ci sono forse anomalie storiche di cui non vogliamo parlare?

Ci sono forse divisioni interne che non abbiamo il coraggio di superare?

Perché, ad esempio, non abbiamo ancora iniziato un vero dibattito per cambiare in modo serio la Costituzione?

Perché ci siamo arroccati su posizioni anacronistiche e ormai inutili convinti che dovessero essere eterne?

La sincerità alla fine viene sempre premiata, così come la serietà.

Ricordo un libro di Luigi Zingales, “Manifesto capitalista” (2012),nel quale l’economista padovano, raccontando la sua storia, auspicava che gli Usa non acquisissero, dopo la crisi dei mutui sub- prime, i peggiori difetti italiani (tanto per essere chiari: corruzione, clientelismo e nepotismo),ed anzi, sperava al contrario che l’Italia, per superare la crisi, diventasse un pochino più americana lasciando che un po’ di sana competitività contagiasse (e quindi guarisse) le parti malate del paese.

Competitività non significa assenza di regole, sopraffazione del più forte e scontro, competitività significa al contrario dinamismo e sviluppo. Naturalmente, l’educazione e il senso civico completano il discorso perché permettono che la competitività resti un deterrente indispensabile per chi vuole mettersi in gioco e dare del suo meglio per la società in cui vive.

Ecco perché, per concludere, abbiamo forse bisogno innanzitutto di una rivoluzione intellettuale, in modo particolare in politica: occuparsi della cosa pubblica non è un affare, è bensì un sacrificio giusto che le persone oneste dovrebbero riscoprire (insieme ad un pizzico in più di autostima ovviamente),ripartendo proprio dalla vera competizione.

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