“Youth- La Giovinezza”: torna Sorrentino e il suo cinema in cui “la forma è sostanza”

SET DEL FILM "LA GIOVINEZZA" DI PAOLO SORRENTINO.FOTO DI GIANNI FIORITO

Di Antonio Albergo – Esattamente a due anni dall’uscita del discusso e acclamato premio Oscar “La Grande Bellezza”, Sorrentino ci regala un’altra opera controversa su cui discutere, questa volta in lingua inglese, con un cast di stelle internazionali .
E’ risaputo che nel cinema, il film che segue l’oscar è il più agevole da realizzare. I produttori fanno a gara per produrlo al pari degli attori che competono per interpretarlo. Tutti sperano di ripercorrere in prima persona il sentiero del successo appena battuto, in questo caso a soli due anni. Ma al contempo è anche il più difficile da concepire, proprio perché si ha la certezza fattuale che il meglio che si poteva produrre è stato già prodotto, è alle spalle, e non più davanti.
Una situzione molto delicata, che non molti registi riescono a superare senza difficoltà ma che in questo caso Sorrentino attraversa magistralmente affrontando personaggi che come lui in quel momento hanno il meglio del loro prodotto umano e personale alle spalle. Affronta la vecchiaia, e tipi di vecchiaia, la giovinezza vissuta, la giovinezza ricordata e anche quella non ricordata perchè troppo lontana, o perchè reputata tale. Affronta la leggerezza e la professionalità, come se fossero parti del corpo che invecchiano con noi. In breve, Sorrentino, tra le Alpi svizzere, e a ritmo di una canzone semplice, affronta la vita.
“In mezzo ai fumi delle saune e dei bagni turchi, corpi nudi di tutte le età sembrano morti e abbandonati, in controluce, al caldo e al sudore. Corpi tonici e lucidi, corpi abbondanti e rotondi, corpi vecchissimi e sfasciati. Così è fatta la fatica del benessere. Così, alcuni provano ad allungare il futuro o a inseguire goffamente il passato della giovinezza”. (tratto dal libro omonimo del film di Sorrentino, edito da Rizzoli)
Questa l’atmosfera in cui il regista ci immerge. Ci accompagna, quasi tenendoci per mano, negli angoli di un hotel dimenticato e fatto al tempo stesso per dimenticare, affacciato su un paesaggio tanto incantevole quanto estraneo ad ogni vicenda del mondo. Ed è proprio qui che incontriamo personaggi che, del mondo che hanno lasciato fuori, hanno contribuito a scriverne la stessa storia, alcuni reali, come il calciatore Maradona (interpretato da un bravissimo attore argentino), altri fittizi come, tra gli altri, Fred Ballinger, ex compositore e direttore d’orchestra e Mick Boyle regista di fama internazionale. Entrambi prossimi all’ottantina, legati da un’amicizia di vecchia data tanto sincera quanto ironica e segreta, si capiscono senza il bisogno di confrontarsi o comunicarsi precise emozioni o situazioni, ma solo ponendosi davanti agli accadimenti della vita con lo stesso sguardo. Insieme vivono questo soggiorno in albergo come l’anticamera della vita stessa, guardando le vicende umane intorno a loro ma al contempo osservando null’altro che le vecchie gioie del passato e le evanescenti promesse del futuro.
I personaggi arrivano a questo punto della loro esistenza (fisicamente la vecchiaia, metaforicamente l’ albergo) più consci del loro prodotto umano che della loro stessa umanità, consapevoli di quanto siano stati in grado di produrre ma inconsapevoli se proprio ora che ne sono in grado possano riuscire a replicarsi.
Se Sorrentino con la Grande Bellezza ci mostrava gli eccessi e la vacuità di un determinato modo di vivere, accompagnandoci nella mondanità romana, qui alza il tiro. Questa volta non analizza uno stile di vita, ma una condizione della vita stessa, la vecchiaia. Eppure il film, (che aveva come titolo di lavorazione “In the future”), appare intitolato “Youth- La giovinezza”. Umberto Eco, nel suo “Postille al Nome della Rosa”, motivando la singolare scelta di intitolazione, spiega che ogni titolo è intrinsecamente pericoloso, poichè fornisce una chiave di lettura dell’intera opera a cui è associato. Non si può leggere un titolo come “Guerra e Pace” senza sottrarsi a precise evocazioni, che ci inducono poi ad analizzare l’ opera e a seguirla secondo un certo schema prefissato. Allo stesso modo in cui l’appartenenza di un soggetto ad un partito politico ci può permettere di prefiguararci i suoi ipotetici discorsi, un nome piuttosto che un altro ci permette di fruire di un film in modo del tutto diverso. Sono rari gli esempi di autori nella letteratura (e ancora più rari nel cinema) che sono sfuggiti al potere ingannevole dei nomi. Uno di questi, sempre fornito da Umberto Eco nel suo Postille, è Dumas: “I tre moschettieri” infatti altro non è che la storia del quarto; e credo che anche Sorrentino sia ora da annoverare tra costoro. La sua analisi della vecchiaia e della percezione della vita e del vissuto ha infatti come nome non “Old Age”, bensì “Youth”, la quale è infatti individuabile non nei soggetti che la compiono la ricerca, ma nell’oggetto stesso di questa.
D’altra parte cosa c’è di più giovane della ricerca?

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