CHIACCHIERE DA BAR

Di Ludovico Lenners

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Per anni si è discusso nella nostra Italia, dalla stampa a diffusione nazionale ai programmi televisivi di natura strettamente politica o non, o addirittura nei punti di ritrovo della gente comune, nelle piazze e nei bistrot (forse e probabilmente spesso scadendo in animate affermazioni e arzigogolii poco ponderati in quest’ultimo frangente) di temi come l’aborto, l’eutanasia (i quali restano sempre degli evergreen nella mentalità di un cittadino europeo, o quantomeno italiano come il sottoscritto) e qualsiasi altro argomento che riguardi i c.d. “diritti civili” che sembrano, spesso, essere il motore trainante della condivisione di idee e punti di vista in tutti gli ambienti della società; a partire dagli ambienti tecnici e culturali, per arrivare a realtà più comuni e, forse per un certo verso, più tranquillizzanti in cui qualsiasi individuo si sente più libero di esprimere le proprie opinioni (più o meno ponderate che siano). Non si può non riconoscere infatti, che il fondamentale trait d’union in base al quale il cittadino medio si definisce di “destra”, di “centro” o di “sinistra”, indipendentemente dal suo livello di cultura, di politicizzazione o di interesse (spesso, peraltro, e non mi si voglia male, con alquanta superficialità, facendo anche mea culpa ove fosse necessario, ndr) interagendo con gli altri consociati è, in primis, proprio il suo rapporto con il tema dei diritti civili. Quante volte ci è infatti capitato di confrontarci con i propri familiari (magari anche a tavola), amici, conoscenti e talvolta anche completi sconosciuti, per quanto riguarda questioni quali gli ever green sopra citati?
Operata questa premessa, non resta che riflettere sull’oggetto specifico di queste condivisioni quasi universali e totalizzanti. Spesso, infatti, tale oggetto è fondato sul favor o sul dissenso rispetto all’ottriazione di un determinato diritto provocando così l’inevitabile bipolarizzazione del dibattito spesso secondo lo schema di una querelle des anciens et des modernes, ovvero nel faccia a faccia tra posizioni più “conservatrici” e “progressiste” o quantomeno “progressistiche”. Qui occorre aprire una prima e breve riflessione. Di sovente infatti, per quanto riguarda gli aderenti alle linee più ferventi di entrambi gli schieramenti vi è una tendenza, forse malsana, ad identificare i rispettivi “avversari” rispettivamente come eccessivamente bigotti o eccessivamente libertini trasformando così il dibattito, che in una Democrazia dovrebbe sempre essere considerato costruttivo, in una vera e propria lotta ideologica tra “chierici rossi e neri” per citare, peraltro impropriamente, “Piccolo Testamento” di Eugenio Montale, in cui l’obiettivo, che dovrebbe risiedere nel prevalere della propria posizione all’interno di un testo normativo, finisce per amalgamarsi con l’avversità ideologica (nei casi più estremi) o ideale nei confronti dei sostenitori dell’idea contrapposta. E’ del resto anche vero che se il concetto oraziano della Aurea Mediocritas, in base al quale, semplificando, la verità e la posizione da tenere sarebbero sempre intermedie rispetto a due argomentazioni opposte, rappresenta ancora l’atteggiamento più equilibrato, esso non sembra essere più applicabile alle decisioni in una società occidentale irrimediabilmente tendente al bipolarismo (anche su spinta e sotto l’influenza di esperienze anglosassoni europee e d’oltreoceano) in quanto bisogna ammettere che la dinamicità che il nostro sistema produttivo impone al nostro sistema politico non lascia troppo tempo alle lungaggini che una troppo dettagliata quaestio facti provocherebbe. Rimane tuttavia un interrogativo: è sempre e comunque vero che la posizione apparentemente più innovativa possa essere collocata sotto l’egida del progresso? Di contro, è sempre insindacabile il fatto che posizioni meno aperte siano più connotate da caratteri dogmatici rispetto alle posizioni “moderne” , sebbene la storia sembri dimostrare, spesso, il contrario ?
Formulati questi quesiti occorre però continuare nelle nostre riflessioni, al dilà delle tendenze che gli esponenti delle varie posizioni possono assumere. In realtà infatti la polarizzazione e la tendenza all’ideologizzazione mal si sposa con il nostro (per usare un termine proprio hegeliano) Volksgeist, ovvero lo spirito del popolo, che, nonostante tutte le imperfezioni che esso può avere, sembra ormai riconoscersi in maniera incontrovertibile nel sistema democratico. La questione è dunque più profonda e più radicale. E’ ammissibile, in una Democrazia, che la scelta in merito alla rivendicazione di un diritto sia privata o imposta al libero cittadino attraverso lo strumento legislativo? Ancora, è ammissibile, in un sistema post-illuministico e fortemente individualistico, che le scelte attinenti ad aspetti della sfera personale dell’individuo che non compromettano l’ordine pubblico e la libertà degli consociati possano subire un temperamento radicale e totale da parte dell’autorità statuale ? Eppure uno degli attributi fondamentali dello Stato democratico o liberale è il fatto che la legge abbia, a livello macroscopico, semplificativo ed in linea con il principio “ubi lex voluit dixit, ubi noluit taquit”, il compito di disciplinare ciò che è vietato lasciando tutti gli altri aspetti non in essa menzionati alla libera determinazione del singolo individuo (funzione diametralmente opposta a quella che lo strumento legislativo svolge in sistemi autoritari e autocratici). Pare dunque evidente il vero compito della legge, ovvero quello di garantire il funzionamento e la stabilità sociale ove soluzioni pacifiche, consensuali e le regole della “buona educazione” e della pacifica convivenza falliscano. E’ in definitiva oggi ancora ammissibile che il cittadino venga privato ex lege di situazioni attinenti solo ed unicamente alla sua sfera personale ? La risposta affermativa a questo quesito aprirebbe la strada alla convinzione, in qualche modo opinabile, che l’unico strumento in grado di influenza sia la legge dimenticando un altro strumento fondamentale ed irrinunciabile in un sistema democratico: il sistema educativo ed istruttivo. Questo è forse ciò che si tende a dimenticare e la premessa essenziale del buon funzionamento della res publica, la quale necessita forzatamente, a pari grado con la puntualità delle leggi, di cittadini istruiti ed educati che possano scriverle, comprenderle e che siano in grado di valutare ponderatamente le questioni inerenti alla cosa pubblica anche in base al comune sentimento popolare e di giustizia proprio della loro collettività nazionale e culturale. Se dunque, a rigor di logica, la legge (e quindi il legislatore) non dovrebbe essere tale da privare il cittadino della sua completa libertà (sempre nei limiti dei fondamentali dello Stato moderno e contemporaneo), è al sistema didattico che dovrebbe spettare l’arduo ma fondamentale compito di prevenire gli eventuali abusi che troppo permessivismo potrebbe provocare.

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