COME SI GOVERNA UN IMPERO

Di Nicola De Vita

La Corte suprema degli Stati Uniti ha fatto molto discutere recentemente. Con una sentenza storica infatti, il 26 giugno ha dato il via libera in tutti gli Stati del paese ai matrimoni fra persone dello stesso sesso.

Subito dopo è avvenuto una sorta di miracolo che ha visto la conversione in massa dei più accaniti oppositori degli Stati Uniti.
Ancora una volta si è fatta quindi molta confusione: si sono mischiate le carte in tavola e si è osservata in definitiva la situazione da una prospettiva limitata e riduttiva.

La verità è che gli Stati Uniti sono una grande potenza e la grandezza spesso non si spiega se non attraverso la lente delle contraddizioni.
Pochi giorni dopo infatti, il 29 giugno, la stessa Corte che il 26 si era espressa a favore delle nozze gay, ha respinto il ricorso di quattro condannati a morte, che chiedevano l’uso di farmaci diversi per la loro esecuzione.
La Corte ha quindi detto si al mix di farmaci per le iniezioni letali: il “Midazolam”, un potente sedativo usato appunto per le esecuzioni capitali, non viola la Costituzione perché non comporta pene crudeli e disumane.
La Corte suprema fa soltanto il suo lavoro e indica la strada da seguire ma su questa strada c’è di tutto come abbiamo visto: ci sono i diritti ma c’è anche la pena di morte.

Ma questo non è un articolo sulla Corte suprema, le nozze gay o le iniezioni letali. Questo è un articolo sugli Stati Uniti, sulle loro contraddizioni e il loro potere.
Ma per mettere a fuoco bene il quadro non basta il presente. Ancora una volta bisogna quindi (ri)partire dal passato.
Partiamo allora da lontano. Partiamo dal 1787.
Siamo a Philadelphia durante i lavori della Convenzione.

La signora Powel attende insieme a molti altri una risposta chiara e definitiva circa il futuro assetto costituzionale.
Appena vede Benjamin Franklin la domanda è diretta: “Dottore, che cosa avremo allora? Una repubblica o una monarchia?”
La risposta è secca: “Avremo una repubblica, signora, se sarete in grado di mantenerla”.
L’utilizzo della parola “repubblica” non é casuale. Nelle intenzioni originarie, infatti, gli Stati Uniti d’America non sarebbero stati governati attraverso una democrazia (la parola non appare mai nella Costituzione) ma attraverso una repubblica.
La distinzione, apparentemente inesistente, è sottile ma importante: la parola greca demokratía richiamava infatti nella mente dei padri fondatori la “diretta e pericolosa incarnazione del governo da parte del popolo.
La nuova nazione americana non sarebbe stata quindi in balìa degli umori popolari, ma sarebbe stata guidata in modo coerente e costante da un gruppo ristretto di uomini illuminati.
Che cosa resta oggi di quella visione?

Ho scelto, come molti altri prima di me, di partire da un episodio poco conosciuto ma recentemente riscoperto della storia americana, per capire come oggi sia cambiato indubbiamente molto, ma come allo stesso tempo molto altro sia rimasto invariato.
Ad un primo sguardo, gli Stati Uniti sono sempre la superpotenza dominante che esercita il suo potere economico, culturale (e militare) in ogni angolo del globo, ma è davvero così?

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Per comprendere immediatamente la percezione che il resto dell’umanità ha di Washington, basta mettere sullo stesso piano la nazione e il suo leader, Barack Obama.
Quando Obama è stato eletto per la prima volta nel 2008 sono state riposte in lui tantissime speranze, quasi come se potesse dare inizio ad una nuova era di pace e prosperità non solo per gli Stati Uniti, ma per il mondo intero; oggi, al termine del suo secondo mandato, la delusione supera la soddisfazione. Il sogno si è quindi infranto. Ma non solo, si badi bene, per colpa di Obama, la cui popolarità resta altissima, ma per colpa, se possiamo incolparlo, di un mondo in rapida trasformazione e apparentemente incomprensibile.
Gli Stati Uniti, come il loro presidente, continuano si ad esercitare il loro fascino (la forza del c.d. “soft power”) ma non riescono più a seguire -e a dominare- un sistema globale non più bipolare, ma multipolare, ogni giorno sempre più complesso e instabile.

Ma quando gli Stati Uniti hanno veramente dominato il mondo?
Quando, in parole povere, hanno potuto giocare la loro partita in piena autonomia?

Sicuramente appena dopo la Seconda guerra mondiale con la capitolazione di Germania e Giappone, ma il sogno di fare di Washington l’unica guida possibile dell’umanità si è ridimensionato ben presto dopo la costruzione del muro di Berlino: contenere il comunismo, scaricando la tensione con i sovietici sulle “periferie” per evitare lo scontro nucleare, fu infatti l’obiettivo principale per anni (Kissinger docet).
Dopo la caduta dell’Unione sovietica nel 1989 l’illusione di ergersi come impero universale si è nuovamente presentata in tutto il suo fascino, ma ancora una volta la realtà ha ben presto manifestato la sua presenza in modo evidente e rapido: la convinzione che la globalizzazione potesse fare tutto da sola e quindi il rifiuto di ampie strategie geopolitiche a lungo termine ha portato gli Stati Uniti, alla luce anche dei disastrosi interventi in Afghanistan e in Iraq e alla crisi che ha investito i mercati nel 2008, a rivalutare la sua posizione sullo scacchiere internazionale.

L’avanzamento dei Brics, tema sul quale si sono già scritti fiumi di inchiostro, spiega molto.

Nonostante tutto però, l’America resta un impero, senza imperatore, ma pur sempre un vero e proprio impero.
Il presidente è parte del potere esecutivo e non vi è infatti sovraordinato: la sua posizione è indubbiamente molto stabile, ma è profondamente influenzata da un sistema di bilanciamenti costituzionali e legali.
Al suo fianco, il Congresso: il tempio della repubblica dove si manifestano in modo più o meno chiaro le grandezze e i paradossi degli Stati Uniti.
Mai come negli ultimi anni, infatti, il lobbismo e il potere del denaro hanno tenuto sotto scacco gli ambienti politici di Washington.
A incentivare il tutto la sentenza della Corte suprema “Citizens United vs. Federal Election Commission” del 21/1/2010, che ha quasi eliminato ogni limitazione al finanziamento privato delle campagne elettorali: la maggiore attività dei parlamentari, dei candidati al Congresso e dei candidati alla presidenza consiste infatti nella raccolta di fondi.
Ogni giorno scorrono quindi tra i canali del potere di Washington fiumi di dollari che spesso sfuggono ai controlli della legge e dell’opinione pubblica per andare ad alimentare un sistema politico non sempre al servizio degli interessi del paese.
Se l’America sia in conclusione ad un bivio o meno è difficile dirlo: stiamo per entrare in campagna elettorale e il silenzio che precede lo scoppio della guerra tra i candidati è foriero di interessanti novità.
Non ci resta che aspettare ed osservare, cercando di studiare con occhio critico un sistema politico difettoso, imperfetto e influenzabile da parte del potere economico, ma allo stesso tempo veloce, efficiente e che consente, come abbiamo visto, di governare un impero che nonostante tutto resiste ad un mondo che corre più veloce di tutti.

 

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