L’ “invasione” del Made in China, un business da miliardi di euro

MW-BB983_pf_chi_20130425181312_MG

Siamo in estate. La mattina ci si sveglia e si va in spiaggia. Le ore passano a leggere il giornale che in prima pagina parla del maxi sequestro di chissà quale prodotto avvenuto in chissà quale parte d’Italia pochi giorni prima. La notizia non fa scalpore. Ci siamo abituati. La prima reazione è sicuramente quella di gloriarsi di questi prodotti così buoni tanti da renderci invidiati dal resto del mondo ma difficilmente a questa segue una seconda reazione che a rigor di logica potrebbe invece sembrare naturale: perché non proteggere questi prodotti se davvero sono così importanti per l’economia italiana?

(S)fortunatamente il fenomeno della contraffazione non tocca solo l’Italia. Lo dimostra il fatto che è un regolamento europeo (il Reg. UE 608/2013) a definire le merci contraffatte come riproduzioni di un prodotto di marca che vengono immesse nel mercato mediante un’ulteriore riproduzione di immagini, confezioni e descrizioni già utilizzate dal produttore principale o che violano un’indicazione geografica. Un prodotto contraffatto si caratterizza per un prezzo decisamente inferiore all’originale – grazie all’assenza dei costi di ricerca e di sviluppo dei prototipi – e comporta un sacco di grane non solo a chi lo produce ma anche a chi lo smercia: Il Codice Penale dice infatti all’art. 473 che chi contraffà marchi nazionali o esteri, opere d’ingegno o prodotti industriali è punito con la reclusione fino a tre anni e con una multa fino a 2000 euro. Stessa pena per chiunque introduca nel territorio prodotti contraffatti a scopo commerciale. Incorre invece in una pena da tre a dieci anni di reclusione chi – ex art. 440 cp – adultera acque o sostanze alimentari o medicinali prima che siano distribuite per il consumo, rendendole pericolose alla salute pubblica.

Inutile dire che il  fenomeno della contraffazione provoca danni sotto molteplici aspetti: in primis crea un danno economico per le imprese connesso alle mancate vendite e alla perdita di immagine; in secundis costituisce un pericolo per il consumatore finale, in tertis comporta  un danno sociale connesso allo sfruttamento di soggetti deboli (disoccupati o, prevalentemente, cittadini extracomunitari) assoldati attraverso un vero e proprio racket del lavoro nero e infine genera ­­­un danno all’Erario attraverso l’evasione dell’I.V.A.

Almeno per quanto riguarda i brand italiani risulta quasi impossibile realizzare prodotti contraffatti che rispecchino fedelmente il prodotto originale. Per esempio le borse di Gucci “Made in China” che trovate nelle bancarelle hanno delle cuciture ben lontane dagli standard qualitativi imposti nel nostro Paese. Oltre a ciò c’è da considerare che le imprese asiatiche impegnate in quest’attività sono molto più grandi delle stesse aziende italiane e che quindi non badano alla qualità ma alla quantità rifacendosi a materiali scadenti contenenti sostanze tossiche in quantità superiori ai limiti imposti dalle Direttive Comunitarie: formaldeidi, alchilfenoli, talati, coloranti azoici, composti organicostannici e infine metalli pesanti come mercurio, nickel, cromo VI e tallio. Solo nel 2013 la Guardia di Finanza ha sequestrato 5.334 medicinali, 71.977 strumenti e apparecchi medicali e 4.680 protesi medicali pericolose.

È innegabile che il business del tarocco stia diventando sempre più fruttifero e che i proventi vadano in via diretta alle associazioni criminose. Basti pensare alle operazioni “via della seta” e “Alì Babà” della G.d.F del 2014 che sono sfociate nell’esecuzione di oltre cinquanta misure cautelari personali nei confronti di esponenti di spicco della criminalità organizzata partenopea. Le indagini hanno dimostrato che i canali di smercio dei prodotti contraffatti non sono appannaggio dei soli venditori ambulati ma che in realtà la “filiera del falso” è saldamente nelle mani della criminalità organizzata anche di matrice straniera. Nel solo 2010 si è parlato di un giro d’affari di 3,3 miliardi di euro: il 56% nel settore abbigliamento con t-shirt, jeans e giubbotti (60,6 milioni di acquisti annui), il 35% nel settore accessori, specie cinte, borse e occhiali (38 milioni di acquisti annui) e infine il 9% nel settore dei prodotti multimediali (10 milioni di acquisti annui).

Nemmeno i generi alimentari vengono risparmiati: in Italia i Nas nel 2013 hanno sequestrato nel 2008 generi alimentari per un valore di 159 milioni di euro segnalando un aumento delle frodi agroalimentari del 32% rispetto all’anno precedente. Nel frattempo, la Coldiretti sottolineava come la metà delle mozzarelle in vendita nel paese sia fatta con latte straniero o con cagliate industriali provenienti dall’estero. Tra i prodotti più colpiti la mozzarella di bufala é sicuramente la più ‘taroccata’. Per chiamarsi tale deve contenere il 50% di latte di bufala eppure ecco in commercio mozzarelle fatte con comune latte in polvere o latte di mucca sbiancato con calce e soda proveniente da Colombia.

Fino a vent’anni fa il fenomeno riguardava soprattutto generi di lusso ma già a partire dagli anni ‘80 le aree di produzione e commercio dei “falsi manufatti” hanno toccato farmaci, profumi, cosmetici, detersivi, elettrodomestici, pezzi di ricambio auto, gadgets, biglietti, titoli di viaggio, incisioni, stampe e litografie.

Alla base di tutto sta il fatto che i prodotti contraffatti sono considerati poco costosi, non impegnativi, facilmente spacciabili per “originali” ad occhi inesperti. Sono uno sfizio, qualcosa che si prende senza troppo ragionarci, senza timore di romperlo o rovinarlo in quanto si presuppone sin dall’inizio che siano di scarsa qualità. Non si pensa al fatto che tre borse di bassa lega prese al posto di una sola ma di qualità vadano a riempire i cassonetti di materiale non riciclabile. Gli acquirenti abituali del falso inoltre non si sentono in colpa e dichiarano che è bello comprare dei prodotti tarocchi proprio perché li si può buttare senza problemi.

Nei Paesi in via di sviluppo la contraffazione ha una diffusione estremamente elevata, principalmente a causa delle insufficienti risorse umane e finanziarie e di una legislazione debole relativa alla produzione, distribuzione e importazione dei medicinali. Nei Paesi industrializzati la contraffazione farmaceutica presenta caratteristiche ed entità molto differenti rispetto a quelle dei Paesi in via di sviluppo. Il fenomeno, infatti, riguarda soprattutto i farmaci nuovi e costosi, i cosiddetti “life-style products” (anabolizzanti, ormoni della crescita, prodotti contro l’impotenza e alcuni psicotropici).

La lotta alla contraffazione, che rappresenta una priorità dell’Unione europea, deve fronteggiare sia le merci contraffatte in arrivo dai Paesi terzi che quelle sdoganate dai Paesi europei e infine quelle contraffatte prodotte sul territorio nazionale. La dogana svolge un ruolo importante nel coordinamento e nella pianificazione delle attività nazionali, unionali e internazionali di contrasto al predetto fenomeno: tutela il mercato nazionale e le imprese, concorre a realizzare un dispositivo al contrasto alle attività delle organizzazioni criminali coinvolte nell’importazione e nella commercializzazione di prodotti contraffatti e per di più svolge le funzioni di polizia giudiziaria e tributaria: operano negli spazi doganali e, su delega dell’Autorità giudiziaria, sull’intero territorio e contrastano l’importazione, l’esportazione e la circolazione delle merci sospettate di contraffazione. I risultati dell’attività dell’Agenzia nel settore della contraffazione sono significativi; le violazioni collegate a questo fenomeno costituiscono la principale causa di sequestro delle merci. Secondo le statistiche il numero dei pezzi sequestrati nel 2010 è  di circa 15,7 milioni.

A tutto ciò si sono aggiunti nel 2009 la creazione in Italia della Direzione Generale per la Lotta alla Contraffazione-UIBM nell’ambito del Ministero dello Sviluppo Economico e l’istituzione, a luglio 2010, di una Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e del CNAC – Consiglio Nazionale Anticontraffazione. Accanto al quadro normativo e istituzionale italiano occorre poi considerare quello europeo nel cui ambito è stato istituito, nel 2009, un “Osservatorio Europeo sulla Contraffazione e la Pirateria” oggi denominato “Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale”.

Non resta che sperare che tutto ciò serva davvero a sconfiggere questo fenomeno.

 

Francesca Pedace

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *