La Grecia, Dostoevskij e la salvezza del popolo europeo

Ratto d'Europa

“Ratto di Europa”, Alessandro Turchi detto l’Orbetto (1578-1649)

Di Gabriele Guzzi

Si è parlato tanto e, in effetti, si sta continuando a parlare tanto dei difficili negoziati che stanno portando avanti le istituzioni internazionali insieme al governo greco. Si è discusso di vincoli, di proposte, di ultimatum. Per carità tutte cose interessantissime e molto utili. Tuttavia, credo che questo tipo di dibattito sia saturo di opinioni. Non è mia intenzione rimettermi a parlare di economia anche perché credo che il problema, in questo caso, non sia di natura economica.
Deve essere sempre ricordato che l’economia è solo uno strumento, una scienza che, a volte, può dare chiarezza su alcune tematiche spinose o di difficile comprensione ma che, se innalzata ad unico strumento politico, perde, oltre alla gran parte della sua capacità esplicativa, anche la sua intrinseca natura fondativa volta al servizio e alla protezione della dignità umana.
Qui il problema è politico. O, se vogliamo cercare più in profondità, ha a che fare con il concetto di popolo e, in particolare, di popolo europeo.
Per comprendere questo elemento, tuttavia, dobbiamo fare qualche passo indietro. Dobbiamo prendere in analisi alcuni dati. Come sempre, quando un dibattito diventa carne da macello per gli “intellettuali da bar”, si cerca sempre di semplificare le idee e creare categorie, il più delle volte due, entro le quali lasciar fluire ragionamenti poco elaborati o, semplicemente, poco informati. 
Se vogliamo dirla tutta, inoltre, i Media hanno tutto il vantaggio a rilasciare messaggi di basso livello informativo con forme comunicative ancor più semplicistiche. Rendere una discussione il più possibile simile ad uno scontro fra tifoserie, oltre a far schizzare l’auditel, issato sull’isterico albero dei vari “capra”, banalizza la questione, rendendo molto difficile la sua più profonda comprensione.
La prima cosa che dobbiamo fare è, quindi, cercare di eliminare più luoghi comuni possibili e, in particolare, andare ad investigare propri quei mostri sacri del pensiero ritenuti da tutti come verità assodate. 
Come hanno fatto notare alcuni articoli non d’ispirazione mainstream, se andassimo ad analizzare i dati reali scopriremmo che la maggior parte delle convinzioni riguardo alla situazione economica greca, anche quelle portate avanti dagli strati più acculturati della nostra società, sono, almeno parzialmente, sbagliate.
Di fatto lo stereotipo di una Grecia fannullona, rifiutante ogni processo riformativo, è forse l’elemento essenziale del dibattito politico di questi giorni. Non tutti, però, sanno che la Grecia ha la media settimanale di ore lavorate più lunga d’Europa: 42 ore alla settimana contro le 37,2 della media europea e le 35,3 della Germania.
Per non parlare dell’età di pensionamento. Nel 2015 l’età di pensionamento è fissata a 67 anni e l’età effettiva di pensionamento, è sulla soglia dei 61.5 anni, ed è di poco al di sopra della media europea e ben più in alto di quella italiana, ferma a 60.1 anni. Per verificare questi ed altri dati rimando alle statistiche elaborate dall’Organisation for Economic Cooperation and Development. Inoltre la classifica internazionale che misura la quantità e la qualità delle riforme ultimate all’interno di un paese, nell’intervallo fra il 2007 ed il 2014, vede la Grecia al primo posto.
Ora incominciamo a comprendere il motivo per cui la questione in ballo non ha a che fare con riforme economiche o, almeno, non principalmente (non sono qui a dire che la Grecia non abbia avuto nel passato pesanti responsabilità politiche nella gestione delle finanze pubbliche). 
Siamo spettatori di una repressione, di una chiamata all’ordine delle autorità mondiali verso un popolo che, straziato da sei anni di crisi, umiliato nella sua dignità, che ha visto crescere il suo tasso di mortalità infantile del 43%, ha provato ad alzare la testa. Ciò che non è permesso a nessuna nazione del vecchio continente è di mettere in discussione i pilastri fondativi dell’assetto economico europeo.
Perché che cosa è l’Europa, oggi, se non una sfilza di norme oppressive o di leggi incomprensibili che sembrano spesso avere, come loro unica finalità o ragion d’esistere, l’obiettivo di distruggere ogni solido tessuto sociale, ogni radice culturale ed ogni valore di protezione alla dignità umana?
E’ arrivato il momento di comprendere che cosa significhi essere un popolo, perché di questo, in fondo, stiamo parlando: delle dinamiche interne al popolo europeo. In che cosa abbiamo sbagliato strutturando le modalità del nostro stare insieme?
Dostoevskij diceva ne “I demoni”, per bocca di Satov, uno dei personaggi più interessanti del romanzo del 1873:
“Nessun popolo finora si è ordinato sui principi della scienza e della ragione[…] La ragione e la scienza nella vita dei popoli hanno adempiuto sempre, oggi e dal principio dei secoli, solo una funzione secondaria e subordinata, e l’adempieranno sempre, fino alla fine dei secoli. I popoli si compongono e si muovono per un’altra forza, imperiosa e dominante, ma la cui origine è ignota e inspiegabile. Questa forza è la forza dell’indefesso desiderio di raggiungere la fine, e insieme di negarla. E’ la forza della continua e inesausta affermazione della propria esistenza e della negazione della morte: lo spirito della vita.”
Quello che sta dicendo l’autore russo è che la scienza e la ragione, cioè la convenienza e l’utilitarismo, non possono essere posti a fondamenta di un popolo. Tuttavia, è questo quello che si sta cercando di compiere in Europa: elevare elementi di convenienza razionale ed economica – il più delle volte privilegio dei paesi più ricchi – a movente di un’ unione geografica e politica di popoli diversi che per secoli si sono odiati e guerreggiati per legittimare e difendere proprio la loro sovranità nazionale.
 E’ in questo fraintendimento, in questa sottovalutazione del fenomeno che dobbiamo, a mio avviso, cercare l’errore strutturale dell’Unione Europea e dei suoi conseguenti dissidi interni.
E già Dostoevskij conosceva il rischio di tale meccanismo, di tale manipolazione. Poiché quando la scienza, qui l’economia, diventa l’unica legge e l’unica bussola per la guida di un popolo, pratiche inumane e politiche brutali possono essere attuate e, talora, accettate dallo stesso popolo, oramai addormentato e distratto dalle mille distrazioni offerte dallo stesso mercato, causa e conseguenza dell’unione politica.

“ La mezza scienza è un despota, come non erano mai apparsi finora. Un despota che hai i suoi sacerdoti e i suoi schiavi, un despota, davanti al quale tutto si è inchinato.”
Quando tutte le leggi, le tradizioni, le stesse religioni sono delegittimate a pronunciare parole credibili, solo l’economia, il complesso delle leggi di mercato, viene considerata fonte di verità, quasi sacrale, su cui fondare dogmi e precetti, tanto indiscutibili da opprimere o ostracizzare chiunque provi ad opporsici.
Cos’è, dunque, che ha il potere di formare un senso di popolo? Dopo la terribile esperienza dei nazionalismi novecenteschi, sembra quasi proibito parlare di popolo, d’identità, di differenze. Appena qualcuno prova a parlare di ciò, e, quindi, a descrivere semplicemente la realtà dei fatti e della storia, subito viene tacciato di fascismo, di razzismo e di tutte le altre etichette tanto usate per azzittire una qualsiasi parola di critica sistemica. 
In realtà, dire il contrario, e cioè accettare il piattume dell’uguaglianza generalizzata, non avalla nient’altro che il dominio dei più forti sui più deboli. Perché è proprio quando tutti i sistemi autoritari sono apparentemente abbattuti che il dominio sulle genti si fa più subdolo.
 Su un piano ideale, tutti sogniamo, kantianamente, un’unione pacifica fra tutti i popoli. Tuttavia, cercare di concretizzare tale unione attraverso la rimozione e lo screditamento di ogni differenza, senza aver prima agevolato i processi interni di questa intima coniugazione, rischia di produrre oligarchie ben più terribili, magari ben nascoste da colorati camouflage. Distruggere i muri prima di aver stabilito una pace reale e condivisa è la via più rapida affinché l’esercito più forte annienti quello più debole.
Se quindi ammettiamo che la ricchezza delle identità nazionali non è stata adeguatamente rilanciata, e cioè riproposta in termini più evoluti, con l’esperienza dell’Unione Europea possiamo dedurre che ciò che lega i cittadini europei è la cosa più distante dal concetto di solidarietà e di empatia, e quindi dalla comunanza della sofferenza, caratterizzante ogni grande popolo della storia.
E ancora prosegue Satov:
“Se un grande popolo non crede di contenere da solo la verità, se non crede di essere l’unico capace e designato a resuscitare tutti gli altri, e a salvarli con la propria verità, allora da grande popolo si trasforma subito in materiale etnografico”.
Quale politico oggi saprebbe dirmi cosa significa essere europeo? Chi saprebbe dirmi cosa ci distingue da un pulviscolo d’indifferenziato materiale etnografico o saprebbe dirmi quale parola di speranza l’Europa è chiamata oggi a condividere con il resto dei popoli? Quale messaggio diverso, insomma, l’Europa può dire a questo Mondo oramai imputridito nella sua sempre più irreversibile decadenza morale e culturale?
Se non capiamo questo, e cioè non riscopriamo la nostra identità distintiva e non la riusciamo ad incanalare in messaggi di pace e di prosperità per le nostre genti, l’Europa è condannata a fallire come progetto politico ben prima che economicamente. E di più, se non riusciamo ad incarnare questa voglia di condividere un senso ed un fine comune in forme e in modalità democratiche, rischiamo che tali desideri vengano presi e fatti propri da movimenti estremisti che distorceranno il bisogno reale di una politica forte e di un messaggio di senso sbattendo l’intera Europa in anni di guerre e di oscurità, esattamente come accadde poco meno di cento anni fa.
E anche la faccenda greca deve essere capita ed analizzata con maggiore profondità dai nostri politici. I nostri rappresentanti dovrebbero scavare oltre la superficiale, seppur legittima, questione economica e, quindi risolverla con una politica e con un’idea di comunità rinnovata e, finalmente, più forte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *