IL NUOVO (DIS)ORDINE INTERNAZIONALE DOPO CENTOUNO ANNI DALLA PRIMA GUERRA MONDIALE:COSA POSSIAMO IMPARARE DALLA STORIA?

A cura di Nicola De Vita

imageIl 28 giugno 1914,Gavrilo Princip uccide a Sarajevo con due colpi di semiautomatica l’erede al trono austro-ungarico e sua moglie. E’ l’inizio della Prima guerra mondiale:un conflitto destinato a lasciare sul campo venti milioni di morti. Ancora una volta,partiamo dalla storia:presente e futuro non esistono senza passato e non esistono neppure progresso,sviluppo e crescita se prima non ci sono studio e riflessione. Possiamo cercare di comprendere dove stiamo andando solo cambiando prospettiva:il mondo in cui viviamo oggi non è altro infatti che il risultato di un lungo e difficile percorso dove si intrecciano conflitti e temi. Il passato che non passa pesa,distrugge,uccide: tra noi e gli uomini che accesero i cannoni d’agosto nel 1914 c’è un secolo,si,ma un “secolo breve”:la pace di Versailles del ’19 che chiude la Grande guerra è infatti il preludio della Seconda guerra mondiale,la quale a sua volta rompe nuovamente gli schemi per aprire le porte del futuro alla (prima)Guerra fredda (1946-’91) e quindi al mondo in cui viviamo oggi. La caratteristica più interessante dell’attuale ordine internazionale è che assomiglia troppo al mondo “inaffondabile” dei primi anni del ‘900. Come allora,lo scacchiere internazionale è caratterizzato infatti dal multipolarismo:gli attori in campo si osservano a distanza,si studiano e si inseguono… oggi,come nel 1914,non esiste più un impero universale come ai tempi di Roma antica,esiste piuttosto una potenza principale(allora la Gran Bretagna,oggi gli Stati uniti)in relativo declino,che tenta di difendere la sua posizione di prima inter pares puntando molto sulla sua eredità storica. Da sola, l’America di oggi,come l’Inghilterra edordiana,non è sufficientemente forte da garantire l’ordine internazionale,tuttavia non vi è nessun candidato naturale pronto ad ereditarne la posizione. Nonostante tutto,l’azione delle due superpotenze così lontane nel tempo,ma paradossalmente così vicine nella sostanza,si può riassumere seguendo la direttiva di un elementare assunto geopolitico:non permettere a nessuno di conquistare il centro della scacchiera. Continuando questa analogia storica,Pechino incarna per diversi aspetti il ruolo della Germania guglielmina:una potenza economica e militare in rapida ascesa,portatrice di rancori nazionalistici per reali e presunti torti storici sempre più convinta che la propria ascesa sia incompatibile con l’attuale ordine mondiale. Il Giappone invece veste i panni della Francia della Terza Repubblica:ossia i panni di una potenza regionale in palese declino,tormentata da problemi economici e sociali e dalla connessa perdita di rilevanza strategica;minacciata da un vicino aggressivo,Tokyo,come Parigi nel ’14,ripone le sue speranze nell’alleanza con la superpotenza declinante di turno. La cosa ancora più inquietante è che come il Kaiser provocava crisi internazionali per vedere se l’Inghilterra sarebbe corsa in difesa della Francia,oggi la Cina sta sfruttando ormai da anni,specialmente nel Mar cinese orientale e meridionale,una serie di incidenti per mettere alla prova la fedeltà statunitense nei confronti del Giappone. Considerata la sorprendente correlazione tra le caratteristiche strutturali del mondo pre-1914 e quello di oggi gli Stati Uniti dovrebbero iniziare una nuova strategia internazionale di ampio respiro cauta,ma attiva. Ma probabilmente è ancora troppo presto per favorire un’ascesa pacifica della Cina in Asia e garantire quindi alla stessa un ruolo di codecisione al fianco di Washington in un contesto internazionale ancora a guida a stelle e strisce. Contenere e contemporaneamente invitare a collaborare significherebbe aver imparato dalla storia un messaggio importante…ma forse è davvero ancora troppo presto. Se la questione cinese richiama la natura strutturalmente instabile del mondo nel 1914,la crisi ucraina evidenzia il problema delle alleanze,che contribuì non poco all’inizio del primo conflitto mondiale. L’imprudente espansione della NATO verso est,perseguita in base all’assunto che la Russia post- sovietica si sarebbe naturalmente adeguata al cambiamento e non avrebbe reagito,ha indotto paesi come la Georgia e l’Ucraina a credere che l’Occidente sarebbe corso loro in aiuto sempre e comunque. Ovviamente così non è stato. Qui l’analogia è ovviamente con la Serbia del 1914:il piccolo attore convinto che agire in modo aggressivo sia proficuo,perché tanto arriverà la superpotenza di turno a salvarla,può essere una mina vagante in grado di causare molti più disastri di quanto ci si potrebbe aspettare. In Georgia nel 2008 nessuno è intervenuto,in Ucraina oggi si sta ripetendo lo stesso copione e la situazione è ferma:aver detto ripetutamente che “un aggressione russa avrà conseguenze”,senza aver mai specificato quali,ha causato solo fraintendimenti. Putin,avendo visto già da tempo il bluff americano ha posizionato i suoi pezzi e la storia,che ci insegna molto,ci insegna che i russi difficilmente cedono la terra che conquistano. Risultato? Mentre leggete la NATO ha aumentato le sue truppe dislocate nell’est Europa e una nuova “cortina di ferro” è caduta di nuovo sul mondo. Due fattori oggi dovrebbero farci riflettere e dovrebbero spingerci a fare un passo indietro:l’olocausto nucleare e l’interdipendenza economica che ci lega. La paura di scatenare una guerra nucleare è stata un fondamentale deterrente in numerose occasioni negli anni della (prima)guerra fredda,(nel ’62 ad esempio durante la crisi dei missili a Cuba quando tutti ritenevano lo scontro inevitabile). La questione dell’interdipendenza economica,non essendo immediatamente percepibile quanto quella dell’olocausto nucleare è più difficile da comprendere. Già nel 1914 si gridò a questo rischio ma nessuno volle crederci. Ne “La grande illusione”,testo pre-bellico di Norman Angell,viene sostenuta una tesi fortemente apprezzata oggi: l’interdipendenza economica e la globalizzazione impediranno le guerre. Il libro di Angell sottolineava che la forte integrazione tra le economie europee nel 1914,avrebbero evitato il conflitto,perché i costi economici sarebbero stati troppo alti. La Grande guerra ci insegna invece che la guerra non risponde solo a motivazioni economiche,ma risponde anche a motivazioni di carattere geopolitico,culturale e sociale. Ciò non significa che l’economia sia ininfluente,anzi,molti conflitti della seconda metà del ‘900 lo dimostrano. Il punto è che un approccio unidirezionale alla politica estera è inconcludente e fuorviante. Se volessimo imparare qualcosa dall’odierna crisi ucraina,dovremmo quindi imparare che l’interdipendenza economica non ha su tutti la medesima influenza. Si,l’Occidente può fare molto per rendere la vita difficile a Putin,colpendo con le sanzioni gli interessi economici di un paese profondamente integrato come la Russia,ma deve stare attento perché in questo gioco basta un attimo per perdere il controllo della situazione. In fondo l’interdipendenza non ha comunque impedito a Putin di prendersi la Crimea e di minacciare l’Ucraina orientale. Per la Russia di oggi,come per la Germania guglielmina di ieri il calcolo geopolitico e la credibilità a livello internazionale hanno un importanza non indifferente. Anzi,diciamo di più:nel caso russo di oggi l’interdipendenza economica sembra essere maggiormente quella occidentale,visto che l’Europa dipende quasi interamente dal gas russo. E in tutto questo l’Europa? L’Europa,principale teatro delle due guerre mondiali,oggi è teatro di una nuova forma di guerra:la guerra finanziaria. L’Unione europea,progetto fortemente sostenuto dopo la Seconda guerra mondiale e consolidatosi negli ultimi decenni con il trattato di Maastricht e l’introduzione della moneta unica,oggi viene minacciato alle fondamenta da quei paesi che a causa della loro instabilità strutturale hanno affrontato con difficoltà la crisi economica. Al centro dell’attenzione in Europa adesso c’è la Grecia:un paese debole,oberato dai debiti e incapace di mettere in campo delle riforme strutturali in grado di rafforzare e modernizzare il paese. Il mese di luglio è stato un mese caldo per Atene e l’intera Unione europea:il fantasma del cosiddetto “Grexit” (l’uscita della Grecia dall’Eurozona) ha fatto tremare per settimane i governi dell’intero continente (e non solo). Per scongiurare il crack della Grecia e la sua uscita dall’Euro si è raggiunto in extremis un accordo che ha di fatto messo la Grecia con le spalle al muro: in cambio di un ulteriore prestito,tu Atene devi impegnarti ad approvare un pacchetto di riforme. Se sia arrivato il momento di scrivere la parola fine sul caso Grecia non lo so,ma francamente non credo sia possibile adesso. Un paese schiacciato dai debiti,fino a quando non potrà ricominciare a fare investimenti sarà sempre fermo al punto di partenza. Quando il 2 gennaio 2001 la Grecia fu ammessa nell’Eurozona,gli europeisti più convinti sostenevano che lasciando che diventasse membro della famiglia degli eletti questa,finalmente responsabilizzata,avrebbe dismesso l’abitudine di vivere al di sopra dei propri mezzi. Non è accaduto e i poteri taumaturgici dell’euro non hanno sortito i loro effetti. Il dibattito sulla partizione delle colpe tra greci,tedeschi,e burocrati di Bruxelles ed altri europei potrebbe andare avanti a lungo… Le responsabilità greche sono certamente palesi,le altre sono emerse in modo evidente solo negli ultimi mesi: tentare di affrontare i problemi con dogmatismo e rigidità non ha di fatto portato da nessuna parte. La realtà d’altronde è sempre più complicata di quanto possa sembrare. Tutti,ne abbiamo le prove,hanno delle responsabilità e delle colpe ma la sfida che siamo chiamati ad affrontare è storica e se cediamo oggi e non cambiamo rotta,domani perderemo l’Unione europea stessa e la possibilità quindi di migliorarla. Ancora una volta credo che la parola chiave(non dico la soluzione,perché non pretendo di offrirne)sia umiltà. L’umiltà è un valore non comune nel mondo di oggi ma aiuta ad accettare e a comprendere i propri errori. L’umiltà in conclusione spinge a superare un presente stagnante che impedisce di guardare con serenità e ottimismo al futuro. Ed è proprio questo il punto:dalla storia dobbiamo imparare,ma non dobbiamo lasciarci intrappolare dal passato perché ciò che abbiamo davanti è il futuro,e il futuro si costruisce con fantasia e impegno,cercando di capire quali sono le esigenze del mondo che sarà (esigenze che non è appunto detto siano le stesse del mondo dei nostri padri e dei nostri nonni). E l’Italia? L’Italia,dicono alcuni euroscettici nostalgici di un passato che non può più tornare,non può più fare niente perché glielo impedisce l’Europa. La verità è che l’Italia è un paese spaventato dal futuro e dal cambiamento. E’ cosi’ spaventato dal domani che non riesce a superare i fantasmi di un passato che non muore e la sua classe dirigente,che da tempo ha smesso di fare il suo lavoro,piuttosto che scuotere le nuove generazioni indicando loro una strada,prende tempo. La fiducia nella classe politica da parte degli italiani non è mai stata così bassa quanto in questi giorni:l’astensionismo ha infatti toccato nel corso degli ultimi appuntamenti elettorali punte da record. La frattura che si è aperta tra gli italiani e la classe dirigente non sarà mai riempita fino a quando non saranno finalmente messe in campo delle autentiche riforme costituzionali dirette a modificare l’architettura istituzionale dello Stato e delle concrete politiche di sviluppo(specialmente nel mezzogiorno). D’altronde un paese che non cammina più si può rimettere in movimento solo investendo nei giovani e nell’impresa. Mentre quindi l’Italia aspetta e il mondo post (prima) guerra fredda assume nuove e interessanti conformazioni multipolari,i paesi un tempo non allineati si stanno sgretolando. Dal Mali all’oceano indiano,dalla Libia all’Afghanistan non esiste più niente:non ci sono governi forti e l’Islam più radicale trova terreno fertile dove prosperare soprattutto là dove l’Occidente infedele ha commesso i suoi più grandi errori strategici e geopolitici. Le guerre civili e la povertà estrema dei paesi africani e mediorientali spinge ogni giorno migliaia di persone a tentare un viaggio della speranza verso l’Europa. Non essendoci più come abbiamo visto barriere e frontiere il Mediterraneo oggi è la porta attraverso cui eserciti di disperati passano per cercare una speranza. Il problema dei flussi migratori e quindi dell’instabilità politica di un’area immensa del pianeta sono questioni destinate a restare insolute ancora per anni se prima non sarà il cosiddetto “mondo libero” a trovare una strada per sé. Per riempire quindi gli “spazi vuoti” sulla mappa oggi gli Stati Uniti,come abbiamo visto,hanno bisogno del sostegno degli altri paesi emergenti. Per stabilizzare la zona non si può ad esempio prescindere dalle poche potenze regionali rimaste in piedi. La partita decisiva per tentare di trovare quindi un senso geopolitico alla situazione passa infatti inevitabilmente attraverso lo scontro per il golfo messo in atto da Turchia,Israele,Iran e Arabia Saudita. L’accordo sul nucleare recentemente raggiunto a Ginevra tra le maggiori potenze dell’Occidente e l’Iran appunto lascia sperare in una collaborazione decisiva tra Iran,Europa e Stati Uniti ma collaborare con l’Iran significa oggi investire su un progetto sgradito a Israele. Il problema è che attualmente mettere d’accordo Turchia,Israele,Iran e Arabia Saudita sembra impossibile:ancora una volta infatti gli interessi di parte,i rancori e i fantasmi di un passato che non passa sembrano ostacolare ogni progetto geopolitico a lungo termine. Quale sarà la strada che le grandi potenze decideranno di seguire non possiamo ancora saperlo e tentare di fare previsioni è inutile:oggi basta infatti un attimo per cambiare gli equilibri,costruirne nuovi e abbatterne vecchi e un’analisi fatta oggi può diventare vecchia domani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *