USA: stallo o studio?

A cura di Michele Mattei

Nella settimana a cavallo tra settembre e ottobre, abbiamo potuto assistere ai primi attacchi aerei della Russia nei confronti dello Stato Islamico. Lo stato maggiore sovietico, attraverso le parole del suo portavoce Andrei Kartapolov, ha riferito come siano stati compiuti più di sessanta raid aerei, con il risultato di aver colpito cinquanta postazioni jihadiste con l’uccisione di almeno quattordici miliziani. Quello che per Mosca è stato il positivo inizio di una missione militare in uno stato sovrano, per le grandi potenze occidentali è una mossa precoce ed azzardata. Il premier britannico David Cameron ha infatti commentato come i raid sovietici peggiorino la situazione nel continente, mentre l’osservatorio nazionale precisa i risultati di questo attacco, confermando l’uccisione dei quattordici combattenti, ma aggiungendo anche il numero dei civili rimasti uccisi: ufficialmente almeno trentanove.

Ma la reazione più attesa era, naturalmente, quella statunitense. Gli americani, infatti, erano stati ampiamente criticati per l’immobilismo mostrato nei confronti dell’Isis, aggiungendo come i mezzi mandati in Siria per l’addestramento delle truppe fossero insufficienti a lanciare un offensiva; per non parlare dell’addestramento delle stesse truppe Siriane, frettoloso o addirittura mancante, colpevole di non essere riuscito a produrre poche manciate di uomini pronti alla battaglia. Viene quindi spontaneo chiedersi perché gli americani -sempre attivi in politica estera quando c’è bisogno di usare la forza- siano rimasti cosi immobili di fronte l’avanzata di un nemico così ben organizzato?

La risposta, probabilmente, è da individuare nella fase di stallo della politica interna statunitense, con l’avvicinarsi della fine del secondo mandato del presidente Obama e quindi del dominio del Partito Democratico sul Paese. Inoltre, la manovra americana potrebbe essere stata ritardata dal blocco del Senato, causato dalla perdita della maggioranza da parte dei democratici. Ed è proprio questo il nodo della questione: con l’avvicinarsi delle presidenziali del 2016, l’immobilismo in Siria fa gioco ai repubblicani, che potranno così sfruttare questa mancanza sia come attacco nei confronti dei democratici che come prova della loro avanzata, attiva una volta tornati al potere.

Naturalmente non si possono trascurare le evidenti complicazioni dal punto di vista dei rapporti diplomatici con il governo di Assad, profondamente sgradito a Washington e da sempre sotto l’ala protettiva sovietica, con un possibile intervento americano sul suolo siriano che avrebbe potuto dare il via ad un escalation di violenza sul continente e con possibili sviluppi sul piano internazionale, come espresso anche dal premier turco Erdogan.

In conclusione, per quanto gli USA abbiano profondamente criticato la discesa russa in campo e gli attacchi diretti effettuati, probabilmente auspicavano da tempo che Mosca accorresse in soccorso del feudo siriano. Ciò, sia per evitare un ulteriore avanzata dello stato islamico nella regione, sia per evitare un possibile conflitto con i sovietici, in attesa di scoprire se i repubblicani, guidati dall’eccentrico Donald Trump, torneranno al potere e a fare quello che sanno fare meglio -o peggio- : gli sceriffi dal grilletto facile, in una zona “complicata” di questo mondo.

 

 

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