Il terrorismo islamico alza il tiro e l’Occidente risponde: è l’inizio di una nuova epoca?

Di Nicola De Vita: Dietro la guerra asimmetrica che logora le nostre vite si nascondono insidie e minacce che non abbiamo ancora conosciuto davvero: dove sono i nostri nemici e quanto sono realmente forti?     

Gli attentati di venerdì 13 novembre hanno scosso la Francia e tutto il blocco che formalmente si oppone all’integralismo islamico nel profondo.

È relativamente semplice adesso, sull’onda dello sdegno e della confusione, lasciarsi accecare dalla rabbia e invocare soluzioni drastiche e forti.

Invocare soluzioni militari contro i barbari dell’IS, ad esempio, è ormai infatti la consuetudine.

La paura sta vincendo?

Cominciamo a guardarci in faccia: la verità è che in momenti come questi non può esserci soluzione che non sia complessa, bifronte e quindi ambigua.

Quella che sembra profilarsi all’orizzonte dopotutto non è una guerra tradizionale.

Sconfiggere un nemico invisibile, un nemico che si nasconde nel cuore delle grandi città europee, in mezzo a noi, significa ammettere che siamo deboli.

Siamo pronti?

E ancora: siamo pronti a sospendere Schengen? Quali effetti macroeconomici potrebbe avere nelle già traballanti economie europee? Siamo davvero disposti a pagare il prezzo?

Possiamo bloccare tutti i flussi migratori? Prescindendo dalle oggettive difficoltà pratiche di una tale soluzione, il blocco riguarderebbe quindi anche i profughi che fuggono dalle aree controllate dall’Is?

Non è questa guerra anche e soprattutto una guerra interna all’Islam?

Vogliamo fare una guerra tradizionale dove possiamo mostrare i muscoli e la nostra superiorità militare? Bene, da dove si comincia allora? Abbiamo imparato la lezione degli ultimi disastrosi interventi militari in Afghanistan, Iraq e Libia? Abbiamo finalmente realizzato quanto sia importante avere una visione per il “buco nero” mediorientale?

Quella che stiamo vivendo è una guerra asimmetrica.

La guerra asimmetrica è un conflitto dove non si ha di fronte un esercito tradizionale.

Nella guerra asimmetrica infatti, non sai esattamente dove è il nemico (né chi sia), ed è proprio da qui che dobbiamo ripartire: il nemico, che non abbiamo ancora imparato a conoscere, può colpire ovunque e in qualsiasi momento.

Se c’è la volontà suicida di uno, due, dieci, venti, cinquanta attentatori basta relativamente poco, anche in termini finanziari e organizzativi, per compiere una strage.

Il nemico può essere a Raqqa, dove c’è il quartier generale dell’Is, ma può essere mimetizzato nelle grandi metropoli…può essere un cittadino francese, inglese, italiano di lontanissime origine musulmane…

Spesso ha subito un processo di radicalizzazione recentemente e non è quindi mai stato oggetto di attenzione da parte dei servizi segreti…

Come prevenire allora un attacco, se anche l’intelligence francese non è riuscita a sventare in un anno ben quattro casi di terrorismo?

Combattere un nemico invisibile può comportare un profondo senso di insicurezza e turbamento, al quale la classe dirigente europea potrebbe rispondere, in nome della sicurezza, sospendo diritti costituzionali che hanno fatto dell’Occidente la realtà storica che conosciamo tutti (per affrontare il terrorismo, ad esempio, in Francia è già stata chiesta la modifica degli articoli 16 e 36 della costituzione per prolungare da 12 giorni a 3 mesi lo stato di emergenza e, in generale, per aumentare il potere d’ispezione e sorveglianza di polizia e autorità giudiziarie).

E a questo punto sorge spontanea una domanda: quanta libertà siamo disposti a barattare in nome di una maggior sicurezza?

Per combattere una guerra in Siria e in Iraq bisogna costruire prima una vasta coalizione internazionale che abbia comuni strategie sul terreno e comuni obbiettivi.

Al momento, però, queste condizioni, siamo obbiettivi, non esistono.

I russi finanziano e armano infatti i gruppi filo-Assad che combattono l’Is e gli altri gruppi di opposizione al regime; gli americani dal canto loro non stanno a guardare e finanziano, armano e addestrano, con il sostegno dell’Arabia Saudita, i gruppi anti-Assad ( i cosiddetti moderati che combattono la guerra contro l’Is, l’esercito siriano regolare e i gruppi filo-Assad).

Ma perché tutto questo accade in Siria? Un rapido sguardo alla cartina ci permette di comprendere molto rapidamente quanto la Siria sia un hub fondamentale nello scacchiere mediorientale per controllare i flussi di risorse verso il Mediterraneo e quindi verso l’Europa.

Insomma: un intervento sul terreno in questo contesto rischia di far deflagrare ulteriormente la guerra civile, favorendo indirettamente lo Stato islamico.

Inoltre, un intervento non ben coordinato, senza una preventiva intesa sul futuro della zona, porterebbe ad un aggravamento dei già pessimi rapporti tra le due superpotenze ripiombate da molto tempo ormai in una nuova guerra fredda.

Agli Stati Uniti al momento tutto questo interessa relativamente. I fatti lo dimostrano.

Per gli Stati uniti infatti con gli attentati di Parigi a livello geopolitico non cambia molto.

Per Obama l’IS resta un problema altrui: se non puoi vincere la guerra, diceva Sun tzu non iniziare neppure a combattere.

Ora, è pacifico che a livello militare non ci sono paragoni tra il potente e superattrezzato esercito a stelle e strisce e i fanatici dello Stato islamico, ma il problema non è militare ma ancora una volta geopolitico:

i fantasmi dell’Afghanistan e dell’Iraq continuano ad influenzare profondamene le elites statunitensi terrorizzate da un nuovo e terribile fallimento geopolitico appunto dopo un intervento militare.

Fino a questo momento l’obiettivo di Washington è stato contenere lo Stato Islamico, Non distruggerlo, attenzione.

Cosa sarà quindi di Assad?

Spetterà a questo punto ad altri l’onere di rendere possibili sul terreno le condizioni necessarie per fermare la guerra civile. Ma chi combatterà concretamente lo Stato Islamico? Probabilmente né i curdi né le milizie sciite poiché, anche in caso di vittoria, non potrebbero mantenere un territorio a maggioranza arabo-sunnita.

Vogliamo parlare della Turchia? La Turchia, ufficialmente partner dell’Alleanza atlantica, ha per mesi, per ragioni interne, giocato su più tavoli, impedendo ai peshmerga curdi di raggiungere i loro fratelli in Siria e nello stesso momento, come hanno denunciato i gruppi e i giornalisti di opposizione a Erdogan, favorito il flusso di foreign fighters islamisti che hanno ingrossato le fila dell’Is a Raqqa.

Una guerra tradizionale in questo contesto insomma, considerata anche la situazione in Europa sarebbe una scommessa.

Una scommessa, come lo furono la guerra in Libia, la guerra in Iraq e la guerra in Afghanistan: guerre al terrore contro nemici immaginari, costate ingenti risorse finanziarie e umane, risolte in disastri immani che abbiamo ancora sotto gli occhi: paesi falliti senza governi, dove proliferano gli integralisti islamici, le lotte tra clan e il disordine.

In tutto questo, l’Occidente come intende regolare i propri rapporti con l’Iran e i paesi del Golfo?

Cioè con un paese, l’Iran, con il quale (Israele permettendo) l’Occidente sta ricucendo i rapporti (in forza di un probabile piano volto alla stabilizzazione dell’area?) e con paesi, i paesi del Golfo, che hanno foraggiato all’inizio del suo percorso l’IS?

Non potrà mai esserci una svolta senza un’intesa con le realtà politiche mediorientali che hanno trovato una relativa stabilità.

Interrompere in poche ore i rapporti con i paesi del Golfo e l’Iran non è più oggettivamente possibile, e allora cosa fare?

Dare inizio ai bombardamenti su Raqqa e dichiarare guerra è stato relativamente semplice per François Hollande. La vera sfida inizia però ora. Non solo per la Francia.

Qui non abbiamo la Germania di Hitler da sconfiggere: qui abbiamo la guerra del futuro che si manifesta in tutta la sua devastante potenza, abbiamo l’apogeo dello scontro di civiltà o forse, la strumentalizzazione dello scontro di civiltà che copre qualcosa di più profondo…

Tutto questo sta risvegliando l’Occidente dal suo torpore, ma dove lo porterà?

Siamo pronti ad iniziare un’analisi della nostra reale essenza prima di entrare in una nuova epoca?

E attenzione, fare un’analisi della nostra reale essenza non significa come direbbero i sostenitori delle tesi politicamente corrette, rivedere le proprie abitudini e ripensare la propria cultura. Assolutamente no.

Fare un’analisi della nostra reale essenza significa riscoprire se stessi e quindi i propri obbiettivi, le proprie priorità…le proprie debolezze.

Nella vita di ognuno esistono momenti in cui bisogna fare un’analisi e un bilancio per andare avanti: solo dagli errori possiamo infatti trarre gli insegnamenti giusti per ripartire e crescere.

La domanda quindi più importante è: siamo pronti a superarci ancora pur di iniziare una nuova epoca?

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