Gli occhi della guerra: intervista esclusiva a Fausto Biloslavo

A cura di Luca Jucan Sicignano

Al momento vedo una moltiplicazione di focolai pericolosi, che se messi tutti insieme ci fa dire: sì che è quasi la terza guerra mondiale.

Fausto Biloslavo è uno dei più importanti giornalisti di guerra italiani. La sua storia inizia circa trent’anni fa, e da quel giorno ne ha passate davvero tante. La cronaca lo ricorda per i suoi racconti avvincenti da ogni fronte di guerra, Wikipedia anche perché è stato l’unico giornalista a immortalare il leader palestinese Arafat in fuga da Beirutuna, ed è stato nel 1988 catturato e imprigionato a Kabul dalla polizia segreta.  Oggi è fa parte della prima agenzia di stampa italiana finanziata con il crowfunding, “Gli Occhi della Guerra”.

È una mattina di Dicembre, e mi aspetta seduto nella hall di un hotel al centro di Roma. Ad essere sinceri non sembra quasi lui, in abiti eleganti e lontano da quella tipica tuta mimetica che lo accompagna in ogni guerra. Un normale cittadino di una normalissima città: forse perché, qui non ci sono pallottole da schivare.

Ci vuole un grande coraggio per essere un reporter di guerra?

Beh sì, ma prima del coraggio ci vuole proprio la convinzione, la passione, e il desiderio di mettersi anche a rischio per testimoniare e andare in prima linea là dove i fatti accadono.

Ma come ha iniziato?

Si inizia con passione: non ero neppure all’Università e avevo la voglia di girare il mondo, cercavo un po’ di avventura, volevo anche un po’ sbarcare il lunario e mi piaceva scrivere e anche fotografare, così ho unito questi quattro desideri e deciso di andare a raccontare le guerre allora dimenticate, compresa l’invasione sovietica dell’Afghanistan e le guerre civili in Africa. Eravamo in tre quando abbiamo iniziato, tutti di Trieste, e uno di noi purtroppo, Amerigo Grilz è stato ucciso in Mozambico il 19 Maggio 1987 facendo proprio questo lavoro. Abbiamo iniziato mettendoci attorno ad un tavolo, raccogliendo i soldi come i giovani raccolgono i soldi e così e abbiamo fondato l’Albatros Press Agency per partire all’avventura.

E poi con la famiglia tutto è cambiato?

Quando ho iniziato ero molto giovane e non avevo problema di affetti, se non il fatto come tutti i giovani facevo la mia vita garibaldina. Poi ho subito iniziato l’Università, tempi e ambienti indimenticabili.  Ho avuto varie disavventure e non era semplice per chiunque mi stesse vicino, successivamente ho incontrato Cinzia che ha subito capito come portare la croce, e abbiamo avuto una bambina. Sicuramente non è facile, in prima linea ci sono anche loro, mia moglie porta la croce, mia figlia già dall’asilo disegnava il papà sotto le bombe. Addirittura, i miei ricordi importanti sono legati a date di guerra, ho conosciuto mia moglie quando stavo partendo per l’assedio di Sarajevo del 1992, ci siamo sposati quando sono finiti i bombardamenti nato in Jugoslavia, abbiamo scoperto che era incinta il giorno prima della strage di Nassyria, e così via. La cosa più difficile però è che talvolta non ci si sente per giorni, e non si sa cosa è successo o cosa può succedere.

Come la sua prigionia in Afghanistan? Lì cosa è successo?

Sono stato catturato e portato a Kabul, lì ho fatto quattro mesi nella centrale di interrogatorio della polizia segreta, in una cella di due passi per tre, con la luce sempre accesa, con un freddo cane di inverno. Eravamo due o tre e mi reputavo fortunato poiché gli altri venivano regolarmente torturati e io al massimo qualche frustrata e due sberle. Mi hanno condannato a sette anni per ingresso illegale con i banditi e liberato dopo sette mesi. È intervenuto il presidente Cossiga con una lettera per la mia liberazione.

È stato quello il momento più brutto?

Beh. Io penso che ogni giornalista di guerra a un certo punto quando inizia dopo qualche tempo si trova di fronte alla cosiddetta linea rossa, e nel mio caso è capitato nel 1986 in Uganda di fronte ad una collina di cadaveri, perché erano guerriglieri di un gruppo animista Lost Resistens Army di una sacerdotessa, poi uccisa, che faceva ridi Woodo. Prendeva questi soldati e gli faceva credere di essere immortali cospargendoli di olio magico. Così la mattina all’alba marciavano tranquillamente contro le armi avversarie e li venivano massacrati tutti.

Di fronte a queste ci si chiede: ma che ci faccio qua? ma se sei un giornalista di guerra ti accendi un sigarillo per sopportare il lezzo dolciastro della morte e cominci a scattare, prendere appunti a raccontare anche questo orrore. Dopo un po’ crei una corazza, un pelo sullo stomaco, che inevitabilmente certe volte cede. Se non hai questo sistema di autodifesa crolli. Io ho avuto la fortuna di superare la linea rossa ma mantenere l’aspetto umano, e poi quando torno a casa, e faccio il ritorno in treno che costeggia la costa per rendermi conto che siamo gli uomini più fortunati del mondo.

Ma c’è invece un momento che da reporter di guerra può definire bello?

Bello o brutto allo stesso tempo. In Ruanda durante il genocidio assieme ad un giornalista americano ho salvato un ragazzino in una boscaglia. Era terrorizzato e aveva i vestiti della sorella. Il suo villaggio deserto: qualcosa era successo, poi lo stesso ragazzino ci ha portato in una parrocchia vicina, oggi monumento nazionale, dove c’era tutta la popolazione, quattrocento persone massacrate a colpi di machete. Era stata tagliata la testa ai neonati, e l’unico sopravvissuto e non parlava più. Anche la sua famiglia era stata massacrata, ma lui era riuscito a scappare. Il destino ha voluto che ad un certo punto abbia visto qualcosa nella boscaglia e così l’abbiamo salvato, volevo portarlo con me ma c’erano mille difficoltà. È stato portato ad un centro missionario: gli ho lasciato un pacchetto di sigarilli metallico con il mio biglietto da visita e cento dollari, chissà se tra qualche anno mi chiamerà. L’abbiamo salvato, nel disastro aveva perso tutto, ma era sopravvissuto anche grazie a noi.

Raccontata un po’ della Sua storia è giusto essere più attuali: l’Isis.

È una grandissima minaccia, però bisogna anche chiedersi, dato che sono stato recentemente in Iraq, se stia effettivamente vincendo, io almeno in Iraq credo di no. Ad esempio un’ultima operazione dei Curdi, riguarda questa cittadina che si chiama Sinjar che sta nel nord ovest dell’Iraq, al confine con la Siria. Una città con un valore simbolico perché era la capitale degli Aziri, massacrati dal Califfato, ma ha anche un valore anche strategico perché di lì passa l’autostrada 47. Una vena giugulare tra Rakka e Mosul, attraverso le quali passavano anche le colonne dei camion cisterna col petrolio poi venduto di contrabbando. Questa via è stata spezzata e il Califfato è stato di fatto tagliato in due, anche chiaramente esistono anche altre strade nel deserto.

La verità è che se noi volessimo potremmo spazzare via il Califfato in due mesi di pianificazione, settanta ottanta mila uomini sul territorio, due mesi di duri combattimenti tutti spazzati via. Ma i problemi sono due, il primo è: e il dopo? Poi cosa si fa? Siamo là in eterno? Come ricostruiamo la Siria e l’Iraq. Il secondo è che nelle prime due settimane potremmo perdere duemila uomini e fare molti più morti cinquantamila dall’altra parte della barricata comprese donne e bambine perché loro vivono come pesci nel mare in mezzo alla popolazione. Siamo pronti a delle scene di conflitto a un tributo di sangue come alcune battaglie della seconda guerra mondiale? No e allora preferiamo l’arma aerea. Ci troviamo in quest’impasse almeno dal punto di vista militare, perché non sappiamo più fare la guerra e non abbiamo più il pelo sullo stomaco non per fare la guerra, come la seconda guerra mondiale, come lo sbarco in Normandia.

Che poi tutti parlano adesso di Siria e Iraq ma in realtà per l’Italia la minaccia diretta agli interessi nazione 300/400 km dalle nostre coste è la Libia.

Ma l’Isis ora è anche in Europa, basta guardare le città zeppe di militari…

È inevitabile, è già un segno del fatto che un punto a loro favore l’hanno conquistato, nel senso che con questi attentati chiaramente c’è stato un giro di vite e che quindi, vedi militari. È ovviamente grave ma doveroso. Mi preoccupa di più un’altra cosa però, proprio questa settimana su panorama scrivo un servizio basandomi su una ricerca di Paolo Quercia, per il centro militare di studi strategici della Difesa, che fa un’analisi interessante: in Medioriente si è formata la più grande legione straniera islamica, di tutti i tempi. Trentamila persone partite da un insieme di Paesi compresi l’Europa, da dove sono partiti in cinquemila e in mille son tornati. Su trentamila sono una minoranza se facciamo questa proporzione. Se però se rapportiamo i 3860 jihadisti, Foreign Fighter, che sono partiti dai paesi dell’Unione Europea, e la raffrontiamo non a tutta la popolazione europea, ma ai duecento milioni di musulmani, la percentuale e soprattutto la proiezione di ipotetici combattenti per milione di abitanti musulmani sunniti, è molto più alta che nei Paesi arabi, l’unione europea ha duecento jihadisti, ovviamente potenziali, per milione di islamici. Tutti i paesi islamici del mondo ne hanno ventiquattro se facciamo un rapporto. L’indice di radicalizzazione in Europa è molto più alto rispetto agli altri Paesi.

E invece la situazione in Ucraina?

Ci mancava solo una guerra nel cuore dell’Europa, ci mancava solo questo, è un errore madornale aver lasciato mano libera o addirittura favorito buttando benzina sul fuoco la rivolta di Maidan nata con spirito europeista, ma che è stata ben presto presa in ostaggio, un po’ come la primavera araba da parte degli estremisti, dai nazionalisti ben organizzati e ben armati. Gente molto pericolosa, che con un colpo di mano ha preso il potere. Non capisco come gli occidentali -e in particolare gli americani che hanno gettato benzina sul fuoco- potevano immaginare che con una storia di questo genere, con un colpo di mano nel cortile di casa dei russi, l’orso russo non si svegliasse, l’orso che sempre dorme, che sta in letargo finché non vai la a punzecchiarlo, che si sveglia tira una zampata e si prende la Crimea. Apriti cielo: sanzioni che è come darci la zappa sui piedi, perché colpiscono i nostri interessi nazionali. E poi la vicenda è andata avanti con effetto domino ed è scoppiata la guerra civile, nel cuore dell’Europa.

Siamo davanti alla terza guerra mondiale?

Il Papa dice che la guerra mondiale è già scoppiata a pezzi, io non sono così convinto perché ho un concetto di guerra mondiale come la seconda, che forse non esiste più.  Forse il Papa ha ragione, poiché siamo a un’escalation di piccoli grandi conflitti sempre più preoccupante e soprattutto che ci circonda sempre più.

Non andrò mai in pensione se andrà avanti, ma non è una bella cosa. Preferisco appendere il giubbotto anti-proiettile al chiodo.

Al momento vedo una moltiplicazione di focolai pericolosi, che se messi tutti insieme ci fa dire: sì che è quasi la terza guerra mondiale. 

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