Putinismo, breve viaggio nella russia di oggi

a cura di Ludovico Lenners

 

31 Dicembre 1999: Vladimir Putin è eletto presidente della Federazione Russa. Questa data, con il consolidarsi dell’influenza e dell’instaurazione del nuovo ordine post-sovietico russo, sembra assumere sempre di più un’importanza storica. Dopo un iniziale avvicinamento della Russia ai Paesi occidentali aderenti alla NATO, in seguito alla recente crisi Ucraina sembra che in Europa sia calata una nuova cortina di ferro, sicuramente meno impenetrabile di quella dei tempi di Bresnev, ma sufficiente ad impedire, al lettore occidentale, di comprendere e conoscere la Russia di Putin e il suo sistema di gestione del potere.

PRESUPPOSTI
Il crollo del muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991 hanno provocato un enorme vuoto di potere nella Russia immediatamente successiva all’era di Gorbachev. L’economia russa ha infatti subito, negli anni della presidenza di Boris Yeltsin, una forte e celere decentralizzazione. All’inizio degli anni ’90, il potere economico della Federazione Russa si trovava, come in parte si trova ancora adesso, nelle mani di una ristrettissimo gruppo di oligarchi, costituito dai nuovi proprietari industriali della Russia post-sovietica. Il potere politico, secondo quanto afferma, Andranik Migranyan, celebre politologo armeno, era sostanzialmente concentrato all’interno della cerchia del presidente Yeltsin la cui forte politica di privatizzazioni riportò l’economia di mercato in Russia, ma indebolì molto l’autorità dello Stato, che fino a qualche anno prima incarnava l’indiscusso potere centrale ed il faro della rivoluzione socialista in occidente.
Con la sua immediata ascesa alla poltrona presidenziale conseguente alle dimissioni di Yeltsin, Putin pose come punto cardine della sua linea politica, il ristabilimento dell’ordine in un neonato sistema nazionale capitalistico fortemente deregolamentato. Alla luce dell’assetto appena delineato assume pieno significato il programma politico putiniano, da Putin stesso firmato e pubblicato il giorno precedente al suo insediamento, laddove si afferma: “La chiave della ripresa e della Russia, risiede oggi nella sfera politico-statale. La Russia ha bisogno di un forte potere statale e lo deve avere; […] un forte potere statale in Russia [significa] uno Stato federale democratico, lavorabile e fondato sul diritto”. Risulta dunque innegabile che le presidenze dell’ex tenente-colonnello del KGB, sono state evidentemente tese a dimostrare, soprattutto alle potenze occidentali, l’esistenza di uno Stato forte in Russia, uno Stato che non doveva credersi dissolto in seguito alla caduta di quello che il presidente americano Ronald Reagan definì “l’impero del male”.

COMPAGINE E SISTEMA DI GOVERNO

Il governo di Putin, la cui forza politica interna è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni grazie anche a un crescente culto della personalità che sta avvolgendo sempre di più la figura del presidente, si regge, secondo gli esperti, su tre principali gruppi di individui, su tre pilastri. In primo luogo, le presidenze di Vladimir Putin si distinguono per la grande influenza dei cosiddetti siloviki, ovvero gli ex-appartenenti alle forze di sicurezza, come il KGB/FSB (di cui Putin stesso è un ex-agente). Pare, infatti, che circa il 58% dei membri della cerchia ristretta del presidente sia costituito da siloviki, mentre la loro consistenza si aggirerebbe intorno al 20% nel parlamento e circa al 35% nella compagine governativa.

La così forte rappresentanza di elementi di formazione militare alla guida del Paese corrisponderebbe ad un’esigenze sentita, oltre che dallo stesso Putin, anche dalla classe politica post-sovietica, la quale ha visto (in maniera paradossale, secondo i canoni di pensiero occidentali) di buon occhio la presenza di tali elementi nel governo della nuova Russia, alla ricerca di una vera e propria élite che fosse in grado di riportare l’ordine nella Federazione, fortemente destabilizzata dalla caduta del comunismo. In secondo luogo, il “regime” di Putin si regge inoltre sulla partecipazioni di liberali, i quali hanno effettivamente influenzato la politica economica Russa di cui si parlerà in seguito. Infine, il terzo pilastro delle presidenze Putin sarebbe rappresentato da personalità provenienti dall’ancien régime Yeltsiniano.

POLITICA ECONOMICA

La politica economica Russa si distingue per una sfrenata deriva liberista. Nel Giugno del 2000 il presidente si appellò al parlamento per l’introduzione della flat tax ad aliquota unica del 13%, mentre le tariffe aziendali di imposta sono state ridotte dal 35% al 24%. Inoltre, per continuare a parlare della politica tributaria del governo russo, l’antico sistema sovietico connotato da salatissime aliquote, è stato rimpiazzato da un nuovo sistema tributario che dà alle società la possibilità di optare tra un sistema tassazione del 6% sul ricavo lordo o un regime alternativo di imposizione del 15% sui profitti. Inoltre, a partire dal 2009, gli sforzi del governo si sono concentrati anche sulla riduzione dell’IVA.

Tuttavia, va notato, che nonostante l’enorme riforma in senso liberistico del sistema tributario, lo Stato russo si distingue, per quanto riguarda la politica economica, per un forte interventismo parallelo alla libera iniziativa privata. Di fatti, i forti legami tra la guida della cosa pubblica in Russia e le organizzazioni patronali e sindacali, quali l’Unione Russa degli Industriali de degli imprenditori e la FNPR, permettono, secondo alcune scuole di pensiero, di qualificare il sistema socio-economico russo come “capitalismo di stato”. Il governo ha infatti, nonostante le sue riforme assolutamente favorevoli al libero mercato, nazionalizzato diverse imprese di importanza strategica, nel campo energetico, finanziario e dell’informazione (quali Gazprom, Rosneft, ecc.) a partire dal 2004.

Sembra che l’assetto fin qui descritto, il quale sfiora la struttura dei sistemi economici corporativi, abbia già dato buoni risultati. Nel 2008, infatti, secondo un parere del BOFIT (L’istituto per le economie in via di transizione della Banca di Finlandia), l’interventismo statalista russo ha avuto un’influenza positiva sulla governance di molte società russe, mentre nello stesso anno il Financial Times ha affermato: “Il putinismo è stato costruito sulla consapevolezza che se i grandi magnati avessero giocato secondo le regole del Cremlino, [questi] avrebbero prosperato”. Nonostante la innegabile natura autoritaria del governo russo, va però osservato che grazie alla sua azione, i dati riportano una riduzione della povertà pari alla metà ed una rapida crescita del prodotto interno lordo.

POLITICA INTERNA E WELFARE

Il politico russo Boris Nemtsov, assassinato il 27 Febbraio 2015 nel centro di Mosca, definì il regime politico di Vladimir Putin come “un sistema a partito unico [connotato] da censura, da un parlamento fantoccio, dalla fine dell’indipendenza del potere giudiziario e da una forte centralizzazione del potere e delle finanze nonché da una ipertrofica influenza dei servizi speciali e della burocrazia, in particolare relativamente all’economia”.

Non esistono, secondo l’economista Aleksander Auzan, canali diretti di comunicazione tra il corpo elettorale e le autorità, né attraverso il parlamento, né attraverso il fenomeno associativo. Anche gli enti locali starebbero subendo gradualmente un processo di de-rappresentativizzazione, in quanto, secondo una legge approvata dalla Duma nel 2005 e firmata dall’allora presidente Dimitry Medvedev, è stata sottratta al sistema del suffragio universale l’elezione dei governatori degli enti locali, ora nominati dall’organo esecutivo. La figura del Sindaco, di fatto, rimane dunque attualmente l’unico contrappeso al governo per quanto riguarda l’ingerenza di questo nell’amministrazione locale.

Per quanto riguarda il welfare, nel 2005 Putin ha lanciato una serie di progetti di priorità nazionale atti ad incrementare i livelli di qualità della vita in tutto il paese. Oltre ad incidere su sanità, educazione, edilizia abitativa e agricoltura, è prevista anche una pesante riforma della giustizia, giudicata dal governo e dallo stesso Putin come ancora troppo ancorata al passato regime sovietico per ciò che concerne l’applicazione delle leggi.

E’ infine noto l’atteggiamento che il governo Russo ha nei confronti dei cosiddetti nuovi diritti, a cominciare da quelli della comunità LGBT. La normativa che proibisce la c.d. “propaganda di omosessualità”, già introdotta da dieci regioni in Russia, oltre che essere in vigore, sembra aver ottenuto grande sostegno dello stessa opinione pubblica russa.

POLITICA ESTERA

La politica estera Russa a partire dal 2000 è stata, per un certo verso, altalenante. Se da un lato, la Russia si è detta disposta alla costruzione di un nuovo ordine democratico mondiale e ha manifestato forti segni di apertura nei confronti della realtà internazionale atti a promuovere un’immagine positiva del paese in controtendenza all’isolazionismo tipico dei tempi dell’Unione Sovietica, dall’altro le priorità della Federazione Russa negli affari esteri sembrano essere la messa in sicurezza del Paese attraverso la formazione di zone cuscinetto intorno ai confini russi (da cui deriva la grande preoccupazione del governo russo per ciò che concerne l’annosa questione ucraina, a cui è ultimamente seguito il progetto di militarizzazione dell’Est Europa da parte della NATO) e la protezione degli interessi russi all’estero.

Nel Settembre del 2015, in un discorso tenuto presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente Putin ha inoltre menzionato la necessità della creazione di una grande coalizione internazionale per fronteggiare la minaccia del terrorismo islamico oggi rappresentato dall’ISIS e ha condannato le sanzioni imposte alla Federazione Russa dalle nazioni Occidentali in seguito all’occupatio bellica della Crimea.

CONCLUSIONI

Al termine di questo breve excursus sulla controversa Russia di Putin, occorrono delle puntualizzazioni. Il regime di Putin si presenta come un forte governo autoritario e centralizzato fondato sull’appoggio dei servizi di sicurezza così come della rinata Chiesa Ortodossa russa e sostenuto da un sistema mediatico di informazione connotato da forti ingerenze da parte dello Stato. Non manca però l’appoggio della popolazione russa, il cui sentimento di unità e di nostalgia verso un sanguinario ma glorioso passato sovietico ha sicuramente contribuito alla formazione di un nuovo culto della personalità del presidente. Un culto della personalità la cui imponenza nella storia della Russia moderna è superato probabilmente e solo da quello di Stalin. E’ evidente che il sogno occidentale di portare anche la Russia sull’Olimpo delle grandi democrazie incontra nello stesso sentimento popolare russo un limite il cui superamento non può che essere graduale. E’ sicuramente impensabile cambiare in qualche decennio la forma mentis di un popolo la cui classe media è ancora in via di formazione e la cui storia è stata forgiata con la forza, dapprima con lo zarismo, in seguito con l’oltranzismo sovietico,. Da un lato, in definitiva, il Putinismo, è, dunque, un sistema illiberale ed autoritario propriamente russo che risponde alla difficile realtà politica ed economica del paese che si trova a governare. Dall’altro, il Puntinismo, oggi, rappresenta forse la dura ma unica via di transizione da una società fortemente illiberale ed isolata ad una nuova Russia democratica e globalizzata a tutti gli effetti.

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