#Brexit: La partita è appena iniziata

A cura di Nicola De Vita

Il contesto nel quale potrebbe verificarsi la più grande frattura (geo)politica degli ultimi anni è pieno di ombre e occorre conoscerlo indubbiamente bene prima di tentare un’analisi.

Lenta ripresa economica, crescenti incertezze globali, terremoti praticamente quotidiani sui mercati finanziari, deflazione, ondate migratorie fuori controllo, nazionalismi crescenti, implosione di Schengen sono infatti solo alcuni dei problemi sul tavolo.

Come giustamente osservato in più riprese davanti non ci sono singoli problemi gestibili separatamente; la crisi infatti è unica e ha un nome ben preciso: Unione europea.

Chi conosce la storia del Regno Unito sa bene che il rapporto con il Continente è sempre stato paradossale: amore e odio, reciprocità più volte negata ma quasi sempre fondamentale; dal 1973 – anno di adesione del Regno Unito all’Unione-  la situazione geopolitica globale è cambiata profondamente e la stessa Unione Europea ha compiuto importanti passi avanti. Nelle intenzioni originarie, ben documentate, il contesto europeo doveva rimanere un mercato comune da cui una realtà economica come quella britannica avrebbe tratto ovvi vantaggi: da qui le politiche di normale partecipazione al mercato comune ma l’assenza al tavolo delle decisioni chiave dell’Unione.

L’equilibrio è cominciato a spezzarsi con l’approvazione del Fiscal Compact nel 2012 ed è proprio in quell’occasione che il governo britannico si tirò fuori dalla partita.

La decisione di arrivare ad indire un referendum sull’appartenenza all’Unione Europea è quindi un dato che deve essere ben contestualizzato e quindi inserito su una scena complessa.

Ma quali potrebbero essere le conseguenze se il Regno Unito uscisse dall’Unione?

Come ben sappiamo, l’economia britannica ha risposto positivamente negli ultimi anni alla crisi economica che ha colpito il continente europeo e ha saputo anzi trovare nuovi stimoli per compiere importanti investimenti.

Il nuovo impero ha base nella City e cercare di spiegare il sistema economico del Regno Unito senza partire da una delle più importanti piazze finanziarie del mondo sarebbe una fatica vana.

Nella propaganda dei più accaniti sostenitori del Brexit, la City, spezzando i legami con l’Unione, riacquisterebbe quella sovranità regolamentare che Bruxelles le avrebbe nel tempo sottratto, ma la dura legge economica insegna che nel mondo di oggi non si possono gestire con facilità allo stesso momento fattori come stabilità finanziaria, internazionalizzazione degli scambi e sovranità regolamentare.

Visto e considerato che a Londra nessuno vuole perdere la posizione conquistata sui mercati finanziari negli ultimi anni sarà dura, in caso di uscita, mantenere quindi tutto sotto controllo.

Secondo gli analisti di “Societé Generale” le principali conseguenze di un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbero essere in definitiva le seguenti: innanzitutto si avrebbe un evidente contraccolpo sul fronte degli scambi di beni e servizi.

In generale, le esportazioni di beni e servizi rappresentano il 30% del PIL del Regno Unito: un’uscita dall’Unione Europea produrrebbe quindi, secondo le stime, un danno quantificabile in termini di riduzione della crescita del PIL fra lo 0,5 e l’1% annuo per dieci anni.

L’impatto di un probabile Brexit non sarebbe ovviamente uguale per tutti i Paesi, a causa della loro diversa esposizione verso i settori chiave dell’economia britannica. I più colpiti, secondo gli esperti, sarebbero l’Irlanda, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. In particolare l’effetto di una riduzione dell’1% del PIL del Regno Unito, avrebbe un impatto dell’1% sul PIL irlandese, dello 0,6% sul Belgio, dello 0,3% sull’Olanda e del 2,9% sul Lussemburgo (e dello 0,2% sull’Italia).

Occorre inoltre considerare il tema della riallocazione delle attività: se la Gran Bretagna esce dall’Unione, molte attività saranno quasi sicuramente trasferite dal Regno Unito all’area euro.

Secondo la nuova direttiva sui servizi finanziari (Mifid II), istituzioni finanziarie di Paesi non-Ue che intendono offrire servizi finanziari a cittadini comunitari devono necessariamente aprire una filiale in un paese dell’Unione, sottoponendosi quindi alla regolamentazione europea (a meno che non siano soggette a una regolamentazione giuridica “equivalente” nel loro paese d’origine).

In caso di Brexit quindi tutte le istituzioni finanziarie britanniche sarebbero poste difronte due possibili alternative: aprire una filiale nel continente, oppure giocarsi la carta della nuova regolamentazione e spingere quindi Londra ad adottare una regolamentazione restrittiva quanto quella comunitaria.

Grandi novità si avrebbero anche sul fronte farmaceutico: L’ European Medicines Agency ha attualmente sede a Londra, ma potrebbe probabilmente essere spostata in un’altra capitale dell’eurozona, considerato che gestisce le autorizzazioni per i farmaci nella Ue. Lo stesso potrebbe accadere per i centri di ricerca e sviluppo dei big del settore, considerando che gran parte della ricerca è largamente finanziata dai fondi europei.

La partita è appena iniziata. La procedura di recesso, ai sensi dell’art. 50 del TUE, ne prevede l’esecutività al termine dei negoziati o entro 2 anni dalla notifica dello stesso al Consiglio. Le trattative saranno lunghe e difficili, quasi sicuramente non mancheranno sorprese.

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