“Great Britain out”. Come cambierà ora il Regno Unito?

a cura di Paolo Cardamone

 

Il Brexit, questa mattina, è diventato realtà.
È realtà la Union Jack senza più le stelle gialle su sfondo blu ad accompagnarla.
Dal 28 Giugno si avvieranno le trattative a norma dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, per cercare entro due anni un accordo che consenta un recesso graduale e misurato.
Andiamo però con ordine, ed analizziamo la prospettiva dei cambiamenti per ciascun ambito.

POLITICA
Cameron ha annunciato le sue dimissioni, creando così scompiglio in tutto il Regno Unito; aveva sempre promesso di mantenere il ruolo anche senza la vittoria del Remain, ma ora si apre uno scenario che può rivelarsi critico.
Ad Ottobre sarà eletto un nuovo premier, e sarà lui a dover guidare i negoziati con il Consiglio Europeo.
Oltre alle prevedibili candidature laburiste e di Nigel Farage, si cerca di capire cosa farà Boris Johnson, che forse troverà in questo Brexit, la rampa per passare dall’ormai lasciato scranno di sindaco di Londra allo studio di Downing Street.

ECONOMIA
Premessa generale deve necessariamente essere quella che in campo economico, così come vale per ogni altro tecnicismo così specifico, delle reali proiezioni sono in grado di farle poche persone.
Detto ciò, nel nostro ultimo numero cartaceo, Nicola De Vita aveva così analizzato con precisione le possibili conseguenze economiche di un Brexit: «le principali conseguenze di un’ eventuale uscita si riverbererebbero sul fronte degli scambi di beni servizi. E, in generale, le esportazioni di beni servizi rappresentano il 30% del Pil del Regno Unito e un’ uscita dall’Unione Europea produrrebbe quindi, secondo le stime, un danno quantificabile in termini di riduzione della crescita del Pil fra lo 0,5 l’1% annuo per 10 anni»
Certo è pure che, senza un mercato, certo ancora precario ma in espansione, delle dimensioni di quello europeo, per gli inglesi non sarà facile tenere il passo delle nuove grandi potenze economiche.
Da tenere presente, inoltre, il procedimento di negoziazione che si avvierà a norma dell’articolo 50 del trattato di Lisbona della durata di due anni, e che vedrà UE e UK al tavolo delle trattative per decidere come concretamente si abbatterà sull’economia britannica il voto di ieri.

SOCIETÀ
Gli aspetti più importante da trattare -per le conseguenze che Brexit porta con se’- sono quelli dei giovani e delle università, nonché il versante immigrazione.
103, tra rettori e vice rettori delle maggiori università britanniche, hanno infatti sottoscritto pochi giorni fa un appello per il “Remain”, individuando nella Brexit una frana sul sistema universitario inglese, che vedrebbe un’impennata immediata delle tasse universitarie per “noi europei”, minore attrattiva sui giovani, e circa 380.000 posti di lavoro sprecati, per via della diminuzione netta dei fondi di Bruxelles.
Inoltre, per quanto concerne invece l’aspetto immigrazione, niente frontiere non vuol dire più immigrati, come più frontiere non vuol dire meno immigrati, ma soprattutto come più immigrati non significa collasso socio-economico.

I veri effetti, però, si potranno concretamente determinare soltanto in non meno di una decade.
E sapremo, se e quanto, il popolo di Sua Maestà avrà scelto bene.

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