Sara e il paternalismo che uccide

a cura di Giorgia Felici

Siete stati tutta la vita a dire a noi bambine, ragazze e donne, cosa fare e cosa non fare, cosa indossare e fin dove potevamo allontanarci, e poi istigate alla repressione dei reati compiuti in nostro danno quando succedono abomini come quello di cui è stata vittima Sara. Per distinguere il bene dal male, i giusti dai cattivi. Per dire che sì, voi siete buoni perché volete la castrazione chimica o il carcere a vita per i nostri aguzzini.

Vi svelo un segreto: non c’è giustizia nel vostro paternalismo da quattro soldi. Delle vostre invettive post-crimine senza attenzione ai perché, non ce ne facciamo proprio nulla. Dei vostri “Sara si sarebbe potuta salvare se qualcuno si fosse fermato” o, peggio, “se lei si fosse accorta prima della crudeltà del compagno” possiamo tranquillamente fare a meno. Il vostro ergervi a tutela del corpo delle donne soltanto per mostrare i vostri muscoli veramente non ci interessa, e anzi, ci disgusta ed è ciò che ci fa sentire ancora più vittime e frustrate. Se invece di dire a noi come dobbiamo comportarci per non farci stuprare, per non farci uccidere, insomma insegnare a noi come vivere libere secondo i vostri maledetti dettami, riuscissimo ad insegnare il rispetto delle differenze a tutti? Perché è molto facile ergersi a paladini della giustizia e accusare noi donne di essere acciecate dall’amore o dal nostro essere apparentemente delle minus habens che, povere noi, non siamo in grado di distinguere il nice guy di turno da quello cattivo, per poi non essere prese sul serio quando subiamo un abuso, o gridare al GIENDER! quando si parla di educazione affettiva e alle differenze nei programmi scolastici. Sara non è morta perché non si è accorta per tempo di aver accanto un uomo che non la amava e che la trattava come un bene di proprietà, né perché qualcuno sulla Magliana (che insomma, avete almeno idea di che posto sia?) non si è fermato a soccorrerla. Sara non si è salvata perché il suo ex compagno non accettava un “no” da quel genere che gli hanno insegnato dover essere sempre accondiscendente e benevolo, in ogni caso. A noi, ai nostri figli, questi stereotipi vengono inculcati già da piccoli, quando ci infilano quelle orrende tutine rigorosamente rosa o blu, quando giochiamo e mettono la foto di una sola bambina sulle scatole dei carrelli da pulizia e quella di un solo bambino sulle scatole del piccolo chimico e del geologo. Che fine faccia il divertimento di un bambino che vuole giocare con i fornelli o della bambina che vuole giocare con il dinosauro, non interessa a nessuno.
Guardiamoci in faccia, tutti, e cerchiamo di prenderci la responsabilità di quel che è successo, uomini e donne. Vogliamo dirlo, a voce alta e una volta per tutte, che questa cultura del machismo sessista non ci appartiene? Che bambine e bambini nascono uguali e liberi, e che la scoperta di sé, del proprio corpo e dei propri sentimenti, non sono da stigmatizzare e censurare ma da scoprire come semplice fatto della vita? Perché bisogna imporre con cosa giocare, perché dire alle bambine dell’asilo di coprirsi e dare loro la colpa quando sono i compagni che saltano loro addosso per alzar loro la gonna, anziché punire questi ultimi spiegando che non si fa? Per quale assurda ragione al mondo bisogna continuare a pensare a maschi e femmine come due mondi lontanissimi, dove gli uni sono potenziali stupratori già in tenera età, e le altre delle sprovvedute che stanno lì e non sanno cosa fare della propria vita e che, per questo, hanno e avranno sempre bisogno di essere salvate?
Io, questo, lo voglio dire forte e chiaro. Gli uomini non vengono da Marte né le donne vengono da Venere, veniamo tutti dallo stesso pianeta Terra. I carnefici e le vittime non li distinguiamo in uomini e donne; né i primi hanno un istinto naturale alla violenza e le seconde un’innata vocazione alla cura. Possiamo essere liberi di essere noi stessi anche senza sentire il bisogno di denigrare qualcun altro per affermarci: possiamo essere uomini senza mostrare i muscoli per aggredire o difendere una donna, come possiamo essere donne senza il bisogno dire sempre Sì e coprire ciò che ci hanno insegnato essere delle vergogne. Basta con la retorica dell’uomo cacciatore che però, sembra vada ricordato, insegue la preda per ucciderla; e basta, per favore, con l’eterna lotta tra la donna “santa” e la “puttana”.
Possiamo imparare, insieme, ad essere liberi anziché insegnare ad alcuni come essere salvi.

One thought on “Sara e il paternalismo che uccide

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    3 giugno 2016 at 12:45
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    Concordo ma la violenza per difendere se stessi o altri/e da altra violenza può servire: se hai davanti qualcuno che vuole ammazzare te o le persone a cui tieni non servono le lezioni di “educazione al rispetto” non servono a nulla. La prevenzione, l’educazione di genere nelle scuole sono necessarie sul lungo termine ma qui e ora non tutti gli assassini sono in età scolare, e ci sono persone violente non più recuperabili

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