Euro: tra chiacchiere e miti

a cura di Mario Leone

 

Al giorno d’oggi basta accendere il televisore o sfogliare il giornale per essere letteralmente bombardati da notizie, servizi, scoop e quant’altro inerenti l’economia italiana fuori controllo, debito pubblico oltre ogni limite, parametri europei ampiamente sforati. E, puntualmente, le ricette spacciate da questi house organ sono puntualmente le stesse: Austerity, riduzione della spesa pubblica, compressione del PIL all’interno di parametri tali da farci divenire virtuosi agli occhi di Bruxelles (60% rapporto debito / pil). Eppure, a ben vedere, potrebbe non essere così. Potrebbero esserci ricette diverse ma persino il piatto cucinato potrebbe essere diverso. Ma cominciamo con ordine partendo da un anno, il 1981, anno in cui il debito pubblico italiano schizzò alle stelle per non tornare mai più al di sotto di certi standard.

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Analizzando il grafico potrete facilmente leggere di come il debito pubblico italiano sia sempre stato “sostenibile” ed ampiamente al di sotto del limite del 60%. Ed ovviamente non può essere usata come scusa la mancanza di spesa pubblica, difatti sono degli ultimi anni 70 e primi anni 80 grandi investimenti pubblici quali il quinto polo siderurgico di Gioia Tauro, o il raddoppio del binario ferroviario sulla linea tirrenica, o ancora il lancio di grandiose opere finanziate dalla cassa del mezzogiorno nel napoletano o in Sicilia. No, decisamente non può essere una scusa. Siamo più vicini alla verità se cominciamo ad analizzare i tassi d’interesse molto più bassi allora che ora. L’innalzamento dei tassi fuuna conseguenza del cambiamento di natura giuridica della Banca d’Italia, da ente pubblico statale a privato e indipendente. Gli autori di questo coup de teatre furono due: l’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il Governatore della banca stessa Carlo Azeglio Ciampi. Essi, senza alcun passaggio parlamentare, ma semplicemente grazie ad un decreto resero indipendente la Banca che dai tempi del fallimento della Banca Romana era stata sempre al servizio dello Stato. Per capire questo passaggio dobbiamo fare un passo indietro, spiegando come si finanzia lo Stato. Il governo interpella i mercati chiedendo del denaro, ad un tasso d’interesse scelto dal Tesoro, e provvede così a finanziarsi. Prima del 1981 se il Governo non riusciva a vendere tutti i suoi titoli, la Banca D’Italia procedeva ad un “rastrellamento” dei titoli invenduti, in modo tale da mantenere i tassi d’interesse stabili e bassi. Dopo il 1981 questo non è stato più possibile, poiché la Banca nazionale non è stata più compratore di ultima istanza. Conseguenza, i tassi sono esplosi ed il Debito pubblico si è impennato. Il debito è oggi composto in buona sostanza da tassi d’interesse e lo Stato si è indebitato, non per fare spesa pubblica, ma semplicemente per ripagare i vecchi debiti, con tassi sempre più elevati. Ogni giorno sentiamo dire quindi che la nostra è una crisi di debito pubblico. Ma è davvero così? Il vice governatore della BCE Vítor Constâncio, nel 2014, ha ufficialmente detto che questa non è una crisi di debito pubblico, ma una crisi di debito privato, causata dalle banche Franco Tedesche, che hanno prestato soldi senza criterio ai paesi periferici, drogandoli, e quindi creando delle bolle. Ora, caro lettore, tu mi chiederai: “ma scusami Mario, ma perché il Vice Governatore della BCE da la colpa ai creditori? Non dovrebbe darla ai debitori?” Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare una premessa: chi è che presta i soldi? Le banche. Gli istituti franco tedeschi, prima dell’introduzione dell’euro, erano abbastanza accorti nel finanziare cittadini di altri stati, per il rischio di una svalutazione della moneta locale, che portava come conseguenza ad una svalutazione del debito. Detto in poche parole, ricevevano meno di quanto prestavano. Dal 2001 questo rischio è venuto meno, e i creditori non sono stati più così attenti nel prestare denaro, trasferendo molti capitali nei mercati locali, drogandoli. Il debitore, vedendo tassi d’interesse convenienti, e soprattutto, la disponibilità del creditore nel rilasciare liquidità molto facilmente, si è indebitato. Quando c’è stata la crisi greca, l’esposizione delle Banche Franco-Tedesche era altissima, a differenza di quella statale:

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Come si vede facilmente dal grafico, nel 2009 l’esposizione delle banche era altissima, e poi nel settembre 2014 si è abbassata drasticamente. Com’è possibile? Semplice, gli aiuti alla Grecia non sono serviti per far ripartire l’economia reale, ma per europeizzare il debito delle banche. Infatti i governi hanno nazionalizzato il debito privato, facendolo diventare pubblico. In questa maniera hanno fatto aumentare drasticamente il debito pubblico di tutti gli stati, al solo fine di salvare le banche nazionali. Ritorniamo ora in Italia. I nostri cari amati media ci dicono ogni giorno che il nostro problema sono:

  1. Il Debito Pubblico
  2. La Spesa Pubblica
  3. Dobbiamo diventare competitivi facendo le riforme

È vero che noi abbiamo un debito pubblico elevato, e ne abbiamo già spiegato i motivi, ma come ha detto il Vice Governatore della BCE, Vítor Constâncio questa non è una crisi di debito pubblico, ma di debito privato:

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Come possiamo vedere, in tutti i PIIGS, il debito privato dall’introduzione dell’euro è esploso, a differenza del loro debito pubblico:

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Nel 2009 il debito pubblico di tutti questi stati è definitivamente esploso, poiché hanno dovuto salvare gli istituti finanziari attraverso risorse pubbliche, indebitandosi. Gli stati hanno curato la crisi salvando le banche, e non il settore reale.

La spesa pubblica italiana come si evince dai dati è nella media della spesa pubblica degli stati “virutosi” dell’eurozona:

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Quindi non è vero che l’Italia fa troppa spesa pubblica, poiché ne fa addirittura meno della Germania e dell’Olanda. E soprattutto dobbiamo ricordarci che la spesa pubblica si tramuta in reddito privato, poiché ogni euro che lo stato spende nell’economia reale permette di creare lavoratori, e quindi, consumatori che acquistano, consumano e risparmiano, permettendo all’economia reale di “girare”Per uscire dalla crisi dobbiamo fare la “riforme” in modo da diventare competitivi. Ma cosa sono queste riforme? Da dove vengono?  Da notare che quando si parla di ciò, non si specifica mai in che modo dobbiamo operare, perché se tutti sapessero di cosa si tratta ci sarebbe una insurrezione. Quando parliamo di “riforme” ci riferiamo alla lettera inviata al Governo italiano da parte di Trichet e Draghi il 5 Agosto 2011, nella quale indicavano gli interventi che l’Italia si doveva impegnare a fare per essere nuovamente credibile agli occhi dei mercati finanziari. La BCE invitava l’Italia a: una svalutazione dei salari in modo da abbattere il costo del lavoro, visto che non è più possibile svalutare la moneta. Ciò comporta che l’Italia, per uscire dalla crisi, debba abbassare al proprio interno i redditi, in modo da rendere più competitivi i prodotti all’estero, e allo stesso tempo distruggere la propria domanda interna, poiché le persone non hanno più il reddito necessario per consumare. Ma soprattutto, non tutti possono essere esportatori, perché per ogni esportatore c’è sempre un importatore, altrimenti dovremmo esportare sulla luna.

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Dal 2003, anno in cui si fece la famosa riforma “Hartz”, i salari tedeschi sono diminuiti, rendendo la Germania, all’interno della Zona Euro, la nazione più competitiva, poiché gli altri stati europei non avendo fatto le riforme hartz, e non potendo svalutare la moneta, non hanno potuto competere con i prodotti tedeschi, che costavano effettivamente di meno. L’Itali si è trovata in questa forbice, da un lato attraverso l’euro si è permesso alla Germania di non rivalutare rispetto alla lira, dall’altra i tedeschi abbassavano i costi del lavoro, invadendo con i propri prodotti a buon mercato le economie periferiche. Il nostro paese ha fatto delle riforme simili a quelle tedesche, se non ancora più drastiche:

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Con lo smantellamento delle tutele dei lavoratori si ha avuto come effetto quello di aumentare le esportazioni, perché il costo del lavoro è diminuito, e di abbassare i salari, uccidendo de facto il mercato interno. La Germania infatti, non esporta principalmente come ci fanno credere in Cina o negli States, ma nell’eurozona, perché solo in quei paesi i prodotti tedeschi sono competitivi.

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Dal grafico capiamo facilmente che l’Italia ha smesso di essere produttiva come la Germania dal momento dell’entrata in vigore dello SME, poiché i prodotti tedeschi divennero più competitivi e da allora il divario si è sempre più allargato. Quindi non è vero che gli italiani erano meno produttivi dei tedeschi, anzi in alcune fasi storiche lo siamo stati di più. Da notare che nel momento in cui l’Italia è uscita dallo SME, la produttività è tornata a crescere.

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Dal secondo grafico notiamo come il salario reale è cominciato a diminuire dall’entrata in vigore dello SME, ed ha contratto anche la curva di produttività. La spiegazione a tutto ciò è che l’Italia, per l’apparato economico che ha, non può sostenere una moneta così tanto forte, perché i suoi fondamentali non lo permettono.

Ogni giorno sentiamo dire che l’inflazione è un male, che deve essere bassa sennò perdiamo risparmi, i salari diminuiscono ecc. ecc. Innanzitutto cos’è l’inflazione?  L’inflazione è l’aumento prolungato del livello medio generale dei prezzi di beni e servizi in un dato periodo di tempo. Ciò significa che, a tassi controllati, i consumatori sono portati a spendere, e di conseguenza i prezzi salgono.

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Dal grafico si desume che da quando abbiamo adottato delle politiche deflazionistiche i salari reali non sono più cresciuti, infatti sono fermi al 1990. Quindi, un’inflazione controllata, non è un male, anzi è un bene. Il problema dell’economia italiana è che dall’entrata in vigore dell’euro, la bilancia commerciale italiana è in negativo, cioè siamo diventati una nazione importatrice, indebitandoci con l’estero:

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Vorrei soffermarmi maggiormente sulla Crisi del 2011. Tra l’estate e l’inverno del 2011 l’Italia e l’Eurozona hanno dovuto affrontare un attacco speculativo di enorme portata che ha messo in ginocchio l’Italia, costringendola ad un cambio di governo e a manovre correttive di bilancio importanti, tali da prendere il nome di “lacrime e sangue”. I mercati sostennero che si trattasse di una crisi di debito pubblico. Ma è la verità? Analizzando i dati emerge un’altra verità: innanzitutto notiamo che l’Italia si trovata in una importante posizione di squilibrio estero, tradotto importavamo più di quanto esportavamo. L’avevo già detto espresso, ma è importante ribadirlo:

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Ci è stato detto che il Sistema pensionistico italiano non fosse sostenibile nel lungo termine, ma la Commissione Europea contraddice questa teti sostenuta soprattutto da Mario Draghi:

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Il nostro paese, anche qui, era praticamente l’unico sotto al livello di guardia, insieme alla Lettonia, cui vogliamo molto bene, ma che non rientra fra i paesi più significativi in termini di dimensioni – anche se certo non disconosciamo il suo contributo alla cultura europea.
Il motivo di questa collocazione era che:

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Da qui capiamo con maggior forza che non si trattava di una crisi di Debito Pubblico. Nel 2013 lo confermava Vitor Constancio, ad Atene, in un discorso celebre, mostrando una slide celebre, questa qui:

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Oggi giorno due sono le grandi problematiche che affliggono l’Eurozona:

  • La crisi del Debito Privato ( c.d. Crisi bancaria)
  • La Deflazione

Nell’articolo abbiamo già spiegato che la crisi Europea non era una crisi di Debito Pubblico, ma una crisi di Debito Privato, come hanno ammesso anche autorevoli fonti della BCE. A questa crisi è aggiunta un cambio repentino della normativa bancaria, il c.d. Bail In. Prima di passare all’analisi del Bail-In, vorrei soffermarmi su una dichiarazione dell’ex Premier Enrico Letta:

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Tra fine 2015 e inizio 2016 in Italia sono fallite a causa dell’instabilità provocata da questo cambio di normativa 4 banche: Banca Marche, Banca Etruria, Banca di Chieti e Banca di Ferrara. Il Bail-in, normativa approvata in sede Europea ed entrata poi in vigore nell’ordinamento italiano dal 1° gennaio 2016, prevede che in caso di fallimento di una banca a pagare saranno azionisti, obbligazionisti e correntisti, eliminando la garanzia statale e spostando l’onere di capire se una banca è solida o meno in capo al cittadino, cosa che è impossibile anche per i tecnici. La cosa assurda è che questa normativa è retroattiva, quindi si applica anche alle obbligazioni già emesse prima del 1° gennaio 2016. Per questo motivo molti risparmiatori hanno perso denaro. Questo cambio di normativa, insieme ai Crediti in Sofferenza (sui quali ci soffermeremo più tardi), ha causato il crollo del settore bancario, facendo fallire immediatamente 4 banche, e facendo perdere al settore bancario il 60% del proprio valore (altro che Brexit). Ecco l’andamento del settore bancario nell’ultimo anno:

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Ma non è solo il cambio di normativa ad avere fatto crollare il settore bancario italiano, ed anche Europeo (vedi Deutsche Bank) ma anche i c.d. “Crediti in Sofferenza”. Cosa sono questi “Crediti in Sofferenza”? Sono quei debiti contratti dai privati (imprese, famiglie, banche ecc) che non possono più essere restituiti. Le cause sono molteplici, ma la principale è una: La Prima è l’Asuterity. Quando i nostri governanti hanno deciso di applicarla hanno indebolito ulteriormente il sistema industriale italiano ed europeo, causando numerosi fallimenti di imprese, che hanno generato quindi nuova disoccupazione, di conseguenza, famiglie e imprese non potranno mai ripagare il debito, poiché non percepiscono più redditi. Nel bilancio di una banca questi crediti pesano, poiché vengono svalutati, e la svalutazione dei debiti è un costo che va ad appesantire le perdite degli istituti finanziari. Ma attenzione, non tutte le banche soffrono di crisi da crediti in sofferenza, alcune come Deutsche Bank soffrono invece di eccessiva speculazione, a causa di un uso spropositato dello strumento dei Derivati. L’ABI nel 2015 ha riconosciuto che il legame fra dissesto dell’economia reale e dissesto delle banche esiste:

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Ora L’ABI sostiene che il Bail-In sia incostituzionale, dimenticandosi che quando la Commissione Europea ha interpellato l’associazione di categoria, l’ABI si è schierata a favore del Bail-In, anzi è stata tra i più grandi sostenitori:

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L’inflazione. Definita per 30 anni la causa di ogni male italiano e mondiale, ora è cercata come i Templari cercavano il Santo Graal. L’inflazione è importante perché indica che i consumatori hanno fiducia e spendono i propri risparmi. Di conseguenza i prodotti sono richiesti e i prezzi aumentano, facendo circolare denaro ed aumentando i salari. Altro effetto dell’inflazione è il Debito Pubblico, poiché se l’inflazione è più alta dei tassi d’interesse sul Debito Pubblico, questo tenderà a scendere. Se si è in deflazione, questo tenderà sempre a salire. Quindi non è vero che l’inflazione è un male, anzi, nei limiti è un bene necessario ed essenziale. Ma la deflazione non è altro che la conseguenza di politiche di abbattimento dei salari in atto dal 1980.

Altro momento importante per l’Euro-zona è stata la Brexit. Ora mi chiederete, scusa Mario, ma la Gran Bretagna non faceva parte dell’Euro, e gli inglesi hanno votato per uscire dall’Unione Europea. Avete ragione. Infatti io mi soffermerò su cosa si è abbattuto il giorno dopo sull’Eurozona. Nel Day-after, la prima conseguenza è stata ovviamente la variazione del valore della Sterlina su Dollaro ed Euro. L’FMI in un suo paper sosteneva la necessità di una svalutazione della Sterlina sul Dollaro pari al 15% affinchè questa si riancorasse ai fondamentali dello Stato inglese. Gli inglesi, senza stampare moneta, sono riusciti a fare ciò.

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Il dato più significativo è quello dell’andamento delle borse. Gli analisti prima del voto sostenevano che in caso di Leave la Borsa inglese crollata e si sarebbe avviata verso un percorso di indebolimento strutturale, facendo scappare gli istituti finanziari dalla City verso mete intra-ue. Gli investitori, però, hanno fatto altre scelte, come possiamo vedere dalle seguenti immagini.

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Londra il 24 Giugno, il giorno dopo il voto, era quella che perdeva di meno. L’Eurozona era quella che soffriva la decisione della Gran Bretagna. L’analisi post-voto degli investitori è stata chiara: Londra è un porto sicuro, la Zona Euro NO. Di seguito l’andamento della Borsa dal 20 Giugno fino al 19 Luglio 2016. Come si può facilmente vedere, il FTSE 1000 ha aumentato il proprio valore.

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Sentiamo ogni giorno parlare del famosissimo 3% della spesa in deficit rispetto al PIL, e del rapporto del 60% tra debito pubblico e PIL. Tutti quanti, quando abbiamo sentito questi numeri e queste definizioni abbiamo pensato: “Se ne saranno occupati i migliori economisti del mondo, possiamo fidarci”. Vi stupirà sapere che il 3% nasce in Francia per mettere un freno alla spesa pubblica del governo. L’inventore, Guy Abeille, in una recente intervista ha affermato che: «Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica». Quindi noi stiamo rispettando dei parametri che già non avevano un senso per la Francia, figuriamoci per l’Eurozona!

Ora che si può fare? La soluzione non è semplice. Io sono in grado di fornirvene due: La prima comporta la modifica dei trattati con la creazione o di uno Stato Europeo, o quanto meno di un sistema di trasferimenti dai paesi più ricchi, come la Germania, ai paesi che soffrono, come l’Italia. Questo meccanismo ha permesso all’Italia di rimanere unita, infatti in piccolo, nel nostro Bel Paese effettuiamo trasferimenti dal Nord al Sud per mantenerlo competitivo, visto che la moneta è troppo forte per l’economia meridionale. La seconda prevede una condicio sine qua non che è l’uscita dall’euro. Ma attenzione, non è sufficiente la sola uscita, c’è bisogna anche di politiche che salvaguardino l’unità economica dello Stato e che permettano nel giro di un anno all’economia di ripartire. Insieme all’uscita dall’euro è necessario rinazionalizzare la Banca Centrale Italiana e ridargli il suo compito originario, cioè un compratore di ultima istanza del Debito Pubblico Italiano, in modo tale da non farlo esplodere e da tenere i tassi sotto controllo. Aumentare la spesa pubblica in modo da far ripartire gli investimenti, perché si mio caro lettore, investimento vuol dire spesa pubblica, e spesa pubblica vuol dire aumentare la posizione debitoria dello Stato. Abbassare la tassazione, soprattutto l’Iva e le accise, che sono quelle che coinvolgono tutti indiscriminatamente. Fare una seria pianificazione di spesa per l’ammodernamento delle infrastrutture dello Stato italiano, perché oggettivamente noi siamo indietro rispetto a Francia e Germania. Ciò comporta costruzioni di strade, ponti, ferrovie, linee in fibra ottica ecc.
L’Italia attualmente ha ripreso a crescere e la disoccupazione si è stabilizzata, ma attenzione non è merito del Governo. In questo momento si è formata una congiuntura economica favorevole a livello internazionale, che ha permesso agli stati periferici dell’Eurozona di poter respirare nonostante le cure sbagliate degli ultimi 10 anni. L’aumento del PIL è dovuto al rilancio delle esportazioni a causa dell’abbassamento dell’euro. Ah, da notare, l’Euro si è svalutato del 40% rispetto al 2012 e noi ancora compriamo il pane a 2€ e non con la “carriola” piena di soldi, come alcuni economisti di fama mondiale aveva previsto. Questo aumento dell’esportazioni ha causato quindi un incremento delle richieste di prodotti e quindi, gli imprenditori, dietro anche una ottima proposta di decontribuzione sulle assunzioni, stanno assumendo. Purtroppo chiunque andrà al Governo non potrà mai fare nulla, perché lo Stato italiano in questo momento storico è spogliato da ogni possibilità di manovra in ambito economico. Non può controllare la politica monetaria e nemmeno quella Fiscale. Per questo la condicio sine qua non è l’uscita dall’Euro e dai Trattati con gli Stati dell’Eurozona.

Vi lascio con una citazione del nostro Presidente della Commissione Europea. Jean Claude Juncker:

Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno”

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