HUMANS FOR SALE

a cura di Ludovico Lenners

 

Quando sentiamo parlare di schiavitù ci vengono in mente periodi remoti nel tempo: pensiamo alle piramidi, pensiamo alla Roma antica e ai gladiatori; ci ricordiamo dell’impegno del presidente Lincoln sfociato nella Guerra Civile americana. Sfortunatamente, la schiavitù e la tratta di esseri umani sono tutt’ora fenomeni lontani dall’essere sconfitti. Nel mondo, attualmente, ci sono circa 27 milioni di individui ridotti in schiavitù (D.K. Tatlow, New York Times, 2013). Particolarmente colpite sono, una volta ancora, le donne, soprattutto provenienti dall’Est Europeo, spesso costrette allo sfruttamento sessuale ed alla prostituzione forzata. Ciò ci sembra sorprendente, dal momento che non siamo informati, almeno nella vita di tutti i giorni, di questo grave problema a livello mondiale.

Ma non esistono mezzi di tutela ? Andiamo per gradi:

Bisogna prima di tutto distinguere quella che è la schiavitù dalla tratta di esseri umani.

La schiavitù, come la pirateria, è un crimine internazionale ed è disciplinata sia da norme convenzionali che da norme di Ius Cogens. Queste ultime infatti, prevedono un’obbligo a carico degli Stati della comunità internazionale di intervenire allo scopo di reprimere e prevenire tale condotta criminosa. Queste prescrizioni sono state codificate in alcuni trattati come nell’art. 2 della Convenzione concernente la schiavitù (1926) la quale dei finisce quest’ultima all’art. 1:

“la schiavitù è lo stato o la condizione di un individuo sul quale si esercitano gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi”.

Altre norme convenzionali di codificazione degli obblighi a carico degli Stati sono contenute nell’art. 99 della Convenzione sul Diritto del Mare e nell’art. 110 che disciplina le modalità di esercizio dei poteri istruttori in alto mare (l’abbordaggio della nave in caso di sospetto di tratta di schiavi). Il divieto assoluto di schiavitù e di servitù (per tale intendendosi la situazione in cui si trova il soggetto che abita presso l’altrui proprietà ed al quale è richiesto di prestare il proprio lavoro) è poi sancito espressamente dall’art. 4 della CEDU che proibisce altresì, al paragrafo 2, il lavoro forzato o obbligatorio.

Diverso è, invece, parlare di tratta di esseri umani. Questa pratica infatti costituisce un crimine trans-nazionale e non internazionale e, pur essendo disciplinata dalla Convenzione contro la Tratta degli Esseri Umani del Consiglio d’Europa (la quale all’art. 5 stabilisce obblighi di prevenzione, repressione e collaborazione internazionale nel combattare il fenomeno), non rientra nella tutela fornita dal sopracitato art. 4 della CEDU. Tale impossibilità di sussunzione risulta ancora più chiara se si guarda al fatto che la CEDU non fornisce alcuna definizione di Tratta di Esseri Umani. Tale può essere ricavata dal protocollo addizionale alla CEDU comunemente noto come Protocollo di Palermo, il quale afferma che la tratta degli esseri umani mira a sfruttare una persona sulla quale sono esercitati diritti di proprietà ove le vittime siano trattate come beni e costrette al lavoro (spesso relativo allo sfruttamento sessuale) per una remunerazione ridotta ovvero inesistente.
Questa distinzione fa sorgere, quantomeno a livello teorico, un problema non da poco. Infatti, sebbene parte della dottrina affermi che quanto contenuto nel protocollo funga da base per una “new obligation” a carico degli Stati, tale obbligo diverrebbe per questi vincolante solo in seguito alla ratifica dello stesso secondo le norme disciplinanti il Diritto dei Trattati. La soluzione giuridica a questa distinzione non poteva che arrivare dalla giurisprudenza della Corte EDU. Avendo, in alcuni casi, posto dei limiti negativi alla nozione di schiavitù ovvero di servitù (p.e. Van Droogenbroeck c. Belgio – la quale ha indirettamente affermato che la servitù non può che consistere in una situazione permanente e non temporanea), è con la sentenza Rantsev c. Cipro e Russia che la Corte EDU ha posto una pietra miliare relativa al tema trattato in questo articolo. In tale ultima sentenza la Corte ha sottolineato come, pur essendo configurati dal Diritto internazionale come due fattispecie ben distinte, la tratta di esseri umani e la schiavitù possono comunque essere correlate l’una all’altra nel senso che la prima può essere considerata quale un aspetto della seconda. In base al contenuto di tale sentenza, dunque, gli obblighi di prevenzione e repressione della tratta degli esseri umani deriverebbero anche dal Diritto Internazionale Cogente in quanto specificazione e aspetto della fattispecie della schiavitù.

Tutto risolto dunque ?

In effetti, il problema di questo terribile fenomeno non risiederebbe tanto nei mezzi giuridici di tutela, che appunto esistono, quanto nella carenza di un sistema che combatta efficientemente de facto la tratta di esseri umani ed il fenomeno della schiavitù. Infatti, le persone soggette a tale crudele violazione di diritti umani sono spesso private dei loro documenti di identità come delle conoscenze necessarie per azionare una tutela giudiziaria nel paese in cui vengono sfruttate (p.e. Per la non padronanza della lingua locale). Altre difficoltà sorgono poi dall’opera della giurisprudenza della Corte EDU (V.F. c. Francia, F.A. c. U.K) relativamente all’effettività della tutela a livello giuridico e giudiziario nella legislazione domestica degli Stati. Nella sentenza C.N. c. U.K. infatti, la Corte ha rilevato una violazione dell’art. 4 della CEDU per la carenza di una effettiva disciplina anti-schiavitù nell’ordinamento britannico, sottolineando ancora una volta il carattere necessariamente positivo dell’intervento autoritativo dello Stato nel combattere il fenomeno (alla luce anche dell’art. 6 CEDU relativo all’accesso alla giustizia e al giusto processo). Uno speciale meccanismo di monitoraggio di supporto è stato introdotto sotto l’egida delle Nazioni Unite e a livello nazionale da parte degli Stati Uniti, per il controllo del rispetto degli standard minimi di tutela che devono essere garantiti da ogni Stato. Tuttavia tali meccanismi non sono risultati finora troppo determinanti per l’annientamento della schiavitù.

Possiamo quindi concludere che la terribile pratica schiavistica della tratta degli individui è un problema lungi dall’essere risolto nell’inerzia e nella carenza di un’effettiva volontà politica di porvi fine da parte di molti Stati della comunità internazionale i quali hanno spesso riconosciuto l’importanza dei diritti umani connessi a questa pratica (p.e. aderendo alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani) ma tradendone sostanzialmente la portata.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *