GUERRA DI RELIGIONE: AMBASCIATRICE IRACHENA DELL’ONU

a cura di Domitilla Palumbo

 

16 Settembre 2016. Data probabilmente irrilevante per la maggior parte di noi, ma non per lei: Nadia Murad Basee Taha, ventitreenne irachena di etnia yazida che, proprio in questo giorno, nelle sale del Palazzo di Vetro a New York, è stata nominata da Ban Ki-Moon nuova ambasciatrice Goodwill per la dignità dei sopravvissuti al traffico di esseri umani, nonché candidata al premio Nobel per la pace 2016. Quale la ragione di questa onorificenza? Per rispondere a tale quesito bisogna risalire al Dicembre del 2015, quando Nadia Murad è stata invitata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU a denunciare lo scandalo e gli abusi subiti dalla guerra di religione. «Vi imploro di distruggere Daesh, ho visto quello che hanno fatto a ragazzi e bambini. Tutti quelli che commettono crimini come il traffico di esseri umani e il genocidio devono essere portati di fronte alla giustizia, in modo che donne e bambini possano vivere in pace in Siria, Iraq, Somalia e Nigeria. Tutto questo deve finire». Queste le parole di chiusura di un discorso di nove minuti pronunciato di fronte al Consiglio di Sicurezza: non una lacrima, nessuna esitazione nel raccontare la propria esperienza, ma percepibile sul suo volto la sofferenza di chi ha visto e subito tanto, troppo.

Nadia viveva nel villaggio di Sinjar, nell’Iraq nord occidentale. Vita equilibrata, casa e scuola, e l’aspirazione di diventare insegnante di storia o di lavorare in un salone di bellezza come estetista. Un sogno spezzato per Nadia e, come per lei, per tanti altri ragazzi che hanno dovuto fare i conti con una realtà che, al momento, non lascia spazio al futuro e all’immaginazione. Un incubo iniziato il 4 Agosto 2014: l’Isis ha occupato il Nord dell’Iraq e i fondamentalisti hanno fatto irruzione anche a casa di Nadia che, già orfana di padre, ha visto con i suoi occhi torturare e poi uccidere la madre ed i sei fratelli. «Mi hanno portato a Mosul – racconta – e mi hanno violentata. Quello che facevano alle donne era peggio della morte». Nadia venne avvicinata da un uomo dalla stazza enorme: la voleva prendere. «Ho guardato il pavimento ed ero assolutamente pietrificata». Lo supplicò, ma non servì a nulla. «Mi pestò, mi scalciò e mi prese a pugni». La ragazza fu poi presa in ostaggio da un altro uomo, che le chiese di convertirsi e che, di fronte al suo rifiuto, la torturò. Quando provò a scappare venne fermata, portata in una stanza e violentata da più uomini ripetutamente fino allo svenimento.
Questa la testimonianza di Nadia, che ha voluto descrivere un incubo durato diversi mesi, dal quale, a differenza di tante altre ragazze e bambini, miracolosamente è riuscita a fuggire, trovando asilo in un campo profughi in Iraq. La permanenza nel campo è durata un anno e grazie al sostegno di un’associazione che supporta e aiuta le vittime dell’Isis, ha raggiunto l’Europa, precisamente la Germania, dove tutt’oggi vive come rifugiata. E’ stata la stessa associazione a convincere Nadia a parlare di fronte al Consiglio di Sicurezza, con lo scopo di gridare allo scandalo, di sensibilizzare la comunità internazionale sul genocidio della minoranza curda degli yazidi, di non coprirsi gli occhi di fronte ad una realtà apparentemente lontana.
Recentemente inclusa tra le “100 persone più influenti del 2016” nel ranking annuale stilato dalla rivista TIME, adesso la ragazza sostiene una nuova battaglia e si impegnerà in prima persona a sensibilizzare la comunità internazionale sul flagello della tratta degli esseri umani, in modo particolare sulle donne e bambini che ne sono vittime.
Tutti i giorni ormai sentiamo parlare di guerra di religione, che sta lacerando il Medio Oriente, di un rapporto tra le grandi potenze sempre ambivalente, di un numero di morti civili che aumenta, di aiuti umanitari che hanno difficoltà ad agire, in quanto sono macerie anche le strutture ospedaliere. Parallelamente ci sono anche loro: donne, bambini, ragazzi, che, come Nadia, vivono tutti i giorni l’umiliazione di non essere più padroni di loro stessi, del proprio corpo, della propria vita e, soprattutto, della propria libertà. A tal fine, riprendendo le parole di Primo Levi in Se questo è un uomo, «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario».

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