La LUISS in memoria di Oriana Fallaci: l’eredità di un volto immortale.

a cura di Mariateresa Ravidà

 

La sede LUISS di Viale Romania ha ospitato nella mattinata di oggi, martedì 4 ottobre 2016, un convegno in memoria di Oriana Fallaci, ad ormai dieci anni dalla sua scomparsa.
Un piccolo contributo ad una donna che rivoluzionò per sempre il modo di fare giornalismo in Italia, nonchè una tra le più grandi scrittrici ed attiviste italiane di tutti i tempi.
Un dibattito presentato e moderato da Emiliana Costantini, giornalista del “Corriere della Sera” ,ed animato da interventi altrettanto autorevoli, quali quelli di Sebastiano Maffettone, Presidente della Scuola Superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” LUISS, Cristina De Stefano, scrittrice e biografa ufficiale Fallaci, e Rino Fisichella, Presidente Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, che condivise con la Fallaci gli ultimi istanti di vita cingendole la mano in punto di morte.
A seguire Giovanni Orsina, Docente LUISS di Storia Contemporanea, Edoardo Perazzi nipote ed erede universale della Fallaci e Roberto Stringa Direttore Fondazione “Corriere della Sera”.
Toccanti le interpretazioni dell’attrice Pamela Villoresi, estrapolate dal testo teatrale “Un urlo di odio per la morte. Un grido di gioia per la vita” di Emilia Costantini.

Oriana Fallaci: personaggio dirompente, incandescente, di sovente scomodo e problematico del panorama giornalistico e letterario italiano.
È ormai un volto di fama internazionale: si pensi che la seconda lingua in cui furono tradotti i suoi testi fu il cinese, seguita dal polacco e solo dopo dall’inglese. Si stima che, negli Stati Uniti, Oriana Fallaci goda di una fama di gran lunga superiore a quella goduta in Italia.
Talvolta osannata, talaltra detestata, vilipesa, tacciata di razzismo e islamofobia per le durissime posizioni assunte contro il fondamentalismo islamico. Una cosa è certa: mai alcuno spazio riservò a reazioni di indifferenza.
A detta dello storico Orsina, si tratta della personalità che meglio incarnò il ventesimo secolo: età della parola, dei mezzi di comunicazione radio e tv. Età della globalizzazione dei processi culturali. Ma anche della militanza e della ideologia politica, così stridente con l’ideale di libertà della giovane Oriana.
La stessa, infatti, osteggiò con furore ogni forma di “comunicazione politica”, fondata sull’etica della responsabilità del giornalista per quanto riportato, promuovendo, al contrario, una “comunicazione pubblica”, fondata sull’etica della verità incondizionata, ed irriverente al potere. “La sola responsabilità nel fare informazione” -afferma la stessa- “la si ha verso se stessi”.
Per la Fallaci , la libertà viene attentata, compressa e negata ogni qual volta menti terze manomettano o veicolino, alterandoli, i processi di formazione del libero pensiero di un essere umano.
Una libertà che diviene dunque questione ben più profonda e complessa della forma di governo di un popolo . La contaminazione del pensiero, è temuta prima ancora delle sue degenerazioni politiche.
Parola d’ordine per la Fallaci, fu dunque “intransigenza”; la stessa che le impedì di arrendersi alla logica delle verità di comodo, della insondabilità di certi fatti ,e di chinare il capo di fronte alla intoccabilità degli alti poteri.
Oriana Fallaci si inserisce pienamente nel contesto storico del giornalismo soggettivo, letterario e raccontato, in cui i fatti riportati si intridono di vissuto autobiografico e considerazioni personali. Come osserva la sua biografa ufficiale: “È stata molto dura stilare la biografia di una personalità che amava raccontarsi, ed odiava farsi raccontare, come la Fallaci.”
Oriana disprezzava chiunque si servisse dell’arte dello scrivere per perseguire interessi egoistici, quali la fama o il successo. Quel successo che, a suo dire, essa stessa ottenne quasi inconsapevolmente, e che, più che attrarla, la spaventava, poiché implicava la necessità di rispondere costantemente alle aspettative di un pubblico in attesa di performance.

L’irriverente fiorentina scriveva per amor di conoscenza e per amore di una comunità. Essa intendeva “sturare le orecchie ai sordi e aprire gli occhi ai ciechi”. Come si legge in qualche estratto della stessa :”
“Scrivere è per me una cosa molto seria; non è solo un piacere o un passatempo. Ci sono volte in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo, un dovere morale, un imperativo categorico.” Le dichiarazioni rilasciate dal nipote della letterata, seppur non sembrino smentire il noto ”  caratteraccio” della stessa , non mancano di cogliere gli aspetti più intimi, attingendo ad un’emotività di donna tutta da scoprire. “Era vero quel che si diceva sul suo conto. Era una ‘strega’, perennemente irascibile e nervosa. Tante volte ho temuto che durante un litigio mi picchiasse. Sul serio”. Fu presumibilmente anch’essa vittima del destino riservato all’artista, che per definizione, sente molto, ha un’emotività che vibra intensamente, poiché sintonizzata su più frequenze non percepibili dalla media sensibilità. “Era infondo una donna di cuore, se ascoltata è compresa.” -continuava. D’altronde, se non fosse stata in cerca di ascolto e comprensione ,non sarebbe stata una scrittrice, o “uno scrittore” come amava definirsi,al maschile.

 “La zia era capace di scrivere per oltre 12 ore al giorno. Credo fosse incapace di scindere la sua vita con la scrittura. Diceva che questo accadeva perché il vero insegnamento, per uno scrittore, è la sua vita stessa. Sembrava vivesse su un altro pianeta.”

Furono senza dubbio una fortissima tenacia e caparbietà a guidarla nella sua ascesa al successo; è tuttavia innegabile che, complice in tal senso, fu una componente aggiuntiva: un connaturato, quanto spiccatissimo talento artistico.
Il famigerato “dono della penna” che non si apprende a tavolino, che trascende le regole ed i matematici calcoli del tecnicismo, ed affascina, emoziona, colpisce. Oriana -questa la chiave del suo successo- sa come catturare l’attenzione e intrattenere piacevolmente il lettore, romanzando anche le tematiche più complesse ed impegnative.
Alla tenera età di diciotto anni (e non di sedici, come di sovente riportato) Oriana pubblica il suo primo articolo presso un quotidiano locale.
Un primissimo esperimento che si rivelò profetico. Fu subito evidente, infatti, come gli altri articoli del quotidiano, redatti da giornalisti già maturi, affermati e tecnicamente ben più esperti e preparati della diciottenne, sembrassero scomparire al cospetto di quello della prodigiosa apprendista.
“Io non ho mai studiato giornalismo, l’ho sempre fatto.” -replica la Fallaci. Fu forse quello il momento da cui la stessa iniziò ad attirare le critiche della concorrenza, che cominciò a percepirla come la vera minaccia che si rivelò di lì a poco.
Non si pensi, tuttavia, che la scrittura fresca, quasi parlata e colloquiale della letterata, -che ne è tratto distintivo- non fosse frutto di un lavoro di durissimo e costante perfezionamento.
Gli archivi, a tal proposito, riportano un quantitativo indecifrabile di bozze, correzioni, cancellature, ricopiature e riadattamenti al limite del maniacale; tutti sintomo del perfezionismo ostinato e quasi patologico della letterata.
“L’episodio che più mi colpí di Oriana” -queste le parole del Mons. Rino Fisichella- “fu quando mi rivolse questa frase ‘tu non potrai mai farmi del male’. Mi fece riflettere su quanto la sua fosse un’esistenza abituata al dolore, allevata dalla tristezza, dalla tragedia della sofferenza emotiva di cui fui presumibilmente onorata eccezione”; e prosegue: “Oriana fu sempre troppo cerebrale per affidarsi al mistero della fede, ma ho motivo di credere che in punto di morte abbia ceduto alla tentazione di abbracciarlo. Compiendo forse l’unico vero atto di fiducia in qualcun altro, diverso da sè stessa.”
Oriana Fallaci fu colta da un cancro ai polmoni; il suo rifiuto verso qualsiasi forma di dogma , o prassi asetticamente diffusa, le impedì di arrendersi alla logica retrograda del tabù sul cancro, parlandone sempre apertamente e suscitando, anche sul punto, forti scalpori. Amava la vita più di ogni altra cosa, e sul punto di morte -rivelò in una lettera di corrispondenza privata indirizzata al Monsignore-  si sentì molto vicina al chimico “Lavoisier”: avrebbe voluto anch’ella , che le avessero concesso due o tre giorni in più per terminare la “formula” a cui stava lavorando. Nel caso della letterata, si trattava del suo ultimo romanzo dedicato agli affetti familiari.
“Ingrata” -proseguì questa nella stessa lettera al Monsignore- “sono proprio un’ingrata, ingorda della vita, non so accontentarmi.”
Ed era vero, Oriana Fallaci era una donna che non sapeva accontentarsi. Ed aveva ragione.

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