Lui, lei, i tacchi.

a cura di Chiara Loddo

 

Lo scorso 6 marzo il Parlamento britannico ha discusso il contenuto di una petizione che ha raccolto 150mila firme e che chiede di rendere illegale per le imprese del Regno Unito obbligare le dipendenti donne a indossare scarpe col tacco sul luogo di lavoro. La questione ha avuto inizio con un licenziamento e annessa protesta della receptionist Nicola Thorp, londinese, che è riuscita a portare, tramite la petizione, il suo caso in Parlamento. Per ora non è stato deciso niente ma diversi parlamentari britannici hanno sostenuto la petizione.

Oggi sono solo le donne ad essere costrette a portare i tacchi sul luogo di lavoro ma queste calzature nascono come accessori maschili.  Storicamente venivano usati da greci e romani come veri e propri costumi di scena, per sembrare più alti sul palco scenico su cui recitavano. Per i persiani invece, guerrieri eccellenti, i tacchi rappresentavano un metodo per tenere più saldamente i piedi nelle staffe mentre scoccavano frecce e attaccavano il nemico.

Chiunque abbia mai indossato un paio di tacchi sa che sono oltre che dolorosi e scomodi, estremamente poco pratici per qualsiasi tipo di attività. Ed è proprio per questa caratteristica che sono stati scelti dalla popolazione maschile e aristocratica nei secoli scorsi per completare la loro vestizione. Portare tacchi non slanciava solo la figura rendendola più accattivante. I tacchi erano capaci di collocare i loro portatori nei pressi del vertice della piramide sociale sottolineando il loro non doversi occupare di cose pratiche, di quelle cose che richiedono un dover scendere le scale portando un peso o di dover attraversare un selciato irregolare. Ricapitolando: più alto è il tacco, più scomodo è, maggiore lo status sociale rivendicato. Luigi XIV, re Sole, è uno dei più celebri uomini portatori di tacchi della storia. Addirittura limitò l’uso di tacchi rossi (eh no, non erano ancora nate le famose Loubutin) alla sua corte. Il pigmento rosso era molto costoso e affiancato alla scarpa col tacco non faceva altro che enfatizzare la ricchezza.

Nel Seicento le donne per la prima volta si affacciarono al guardaroba maschile e ne rubarono qualche accessorio, furti che nel corso del tempo si sono interrotti per poi riprendere sistematicamente negli ultimi anni. Chi infatti non ha un paio di jeans boyfriend? Allora, nel Seicento, decisero di prendere i tacchi. Alla fine del secolo il design della calzatura cominciò a cambiare: più tozzo e basso per gli uomini, più alti, sottili e aggraziati per le donne.

Con l’avvento dell’Illuminismo, corrente filosofica nata in Francia, gli uomini si spogliarono di tutti gli eccessi per assecondare la ragione e la praticità che erano progressivamente diventate più importanti dell’esibizione dei privilegi. Gli abiti colorati e gli orpelli divennero via via prerogativa delle donne, ritenute ineducabili, emotive e sentimentali. Agli uomini furono lasciati abiti sobri e lineari ancora oggi simbolo di eleganza per eccellenza. Dietro alla scomparsa dei tacchi nell’abbigliamento maschile ci sono però anche motivi meno progressisti. Nel Settecento infatti chi li utilizzava era considerato effeminato o tacciato di voler competere con Dio aumentando la propria statura.

La Rivoluzione Francese insieme agli assetti della società si portò via anche i tacchi dal guardaroba di tutti.

Ricomparvero nel tardo ottocento sui corpi nudi delle donne immortalate dalle prime fotografie considerate pornografiche, si spiega così la forte accezione erotica che colleghiamo ai tacchi.

Nel corso del Novecento cowboy e rock star hanno cercato di riportare in auge i tacchi come simbolo di virilità come erano per i guerrieri persiani, inutile dirlo, con scarso successo. I tacchi sono stati usati poi per sovvertire la sessualità come nel caso di David Bowie e più in generale degli artisti glam rock tra cui ricordo Prince o Elton John.

E arriviamo ad oggi. Oggi i tacchi hanno diverse letture: da uno studio sulla società è emerso infatti che le donne oltre a rimarcare la propria femminilità indossando i tacchi, ricerchino tramite questo accessorio l’approvazione degli uomini. Certo è, che nessuna di noi vorrebbe sentirsi obbligata ad aggiungere ai problemi quotidiani il pensiero di barcamenarsi su 10 cm di tacco perché lo ha deciso il datore di lavoro. Mi sento di dire, quindi che io sto con Nicola Thorp e con i 150mila firmatari inglesi.

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