Elezioni 2018: analisi sul voto

a cura di Iacopo Cainero

 

 

Le elezioni dello scorso 4 marzo hanno rappresentato, volendo utilizzare un eufemismo, uno sconvolgimento netto nei rapporti di forza tra le forze politiche rappresentate nel parlamento che tra pochi giorni si riunirà per la prima seduta della XIV legislatura(la prima in assoluto senza Giulio Andreotti).

 

Proviamo a mettere in ordine qualche dato, tentando di fare un’analisi.

Partiamo dagli sconfitti.

 

Non c’è alcun dubbio nell’affermare che gli sconfitti di questa tornata elettorale, da sinistra a destra, sono tre.

 

LEU(Liberi e Uguali), la coalizione di sinistra radicale capitanata dal magistrato in pensione Pietro Grasso, frutto di un’idea della ex minoranza interna ai democratici, ora riunitisi in un partito, MDP (identificabile nelle persone di Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani e Roberto Speranza), di ciò che rimaneva di Sinistra Italiana (guidata da Nicola Fratoianni) e Possibile (guidata da Giuseppe Civati, che non risulta eletto). I sondaggi pre-elettorali riconoscevano a questa coalizione una forbice di consenso più che dignitosa che si attestava attorno al 5-7%. L’ambizione dichiarata era quella di sfiorare, puntando a raggiungere il 10%. Obiettivo non raggiunto: LEU si ferma a un misero 3.2% ottenendo per due decimali una rappresentanza parlamentare, non conquistando nessun collegio uninominale (nemmeno quello di Bologna dove era sfida aperta tra Vasco Errani della sinistra radicale e Pierferdinando Casini del centro-sinistra) e ritrovandosi dunque con una pattuglia di 14 deputati e 6 senatori, insufficienti persino per formare un gruppo parlamentare.  

 

PD (Partito Democratico). Il partito nato poco più di dieci anni fa che rappresenta il contenitore politico in cui, almeno nelle intenzioni che lo hanno spinto a nascere, trovano dimora gli ex comunisti e le correnti progressiste della democrazia cristiana. Dovrebbe essere il partito del compromesso storico ma qualcosa non quadra se si guarda al consenso ottenuto da questa formazione. PCI e DC erano infatti partiti di massa, definiti da alcuni partiti-religione, il loro erede invece raggiunge a stento, nei suoi momenti più felici, un terzo dell’elettorato italiano. Nonostante abbia governato nel momento della ripresa economica dopo la crisi strutturale del 2008, perde queste elezioni fermandosi a un misero(considerata la sua ambizione di governo del Paese) 18% trascinando la coalizione di cui faceva parte, assieme ai liberali europeisti di Emma Bonino, ai prodiani e ai popolari della ex ministra Lorenzin, attorno al 22%.

Le ragioni di questa sconfitta, come autorevoli padri nobili del Partito hanno fatto notare, affondano le loro radici nel passato, in quella crisi politico-sociale che tra la fine degli anni ’80 e nel corso di tutti gli anni ’90 ha spazzato via i partiti tradizionali e con loro anche i modelli economico-culturali che erano stati il motore dello sviluppo del XX secolo e che non sono stati in grado di agganciare i drastici cambiamenti tecnologici e sociali dei primi anni del  XXI secolo.

Non sono bastate e non basteranno le dimissioni del segretario Matteo Renzi, identificato dentro e fuori dal suo partito come un capo popolo (più che un leader) a tratti arrogante e presuntuoso. Paga, l’ex segretario, il peso di aver deluso quanti(e furono tanti) tra i democratici avevano creduto in un rilancio e in un’apertura del proprio partito ritrovandosi invece amareggiati per l’ennesimo elemento di divisione e di frammentazione della propria base militante e del proprio elettorato.

Non sono dunque bastati nè il governo dei mille giorni a guida Renzi, tantomeno il successivo governo Gentiloni per dare sicurezza e proporre una credibile strategia di governo agli elettori.

 

Ma a perdere non sono solo la sinistra e il centro-sinistra.

 

È iscritto a pieno titolo all’albo dei perdenti di questa tornata elettorale anche un grande vincente, il più discusso e osteggiato dal momento della sua nota “discesa in campo”.

Chissà se oggi, a 24 anni di distanza, Sivio Berlusconi se la sente ancora di dire “l’Italia è il Paese che amo ”. Sicuramente tra le fila del suo Partito (Forza Italia) l’amarezza è tanta e la tensione ancora più importante. Il timore più grande del cavaliere, scivolato nei consensi a un misero 13% dietro addirittura a uno dei suoi alleati storici (la Lega Nord che fu di Bossi e che ora è guidata dal vincitore Salvini) è che sia proprio il suo più grande compagno di coalizione a volerlo tradire tentando l’assalto all’elettorato rimasto senza guida di Forza Italia. Un dato è certo, la carriera politica del cavaliere può considerarsi terminata, non ispira più fiducia ai moderati, forse per la sua età non più molto rassicurante, forse per le sue vicende personali e giudiziarie, fatto sta che, come direbbe Pierluigi Bersani, “il giaguaro è stato macchiato”. Non è stato sufficiente nemmeno lanciare gli ultimi giorni di campagna elettorale il nome di Tajani come possibile futuro premier e quel campo è ora completa disposizione di Matteo Salvini.

 

Non possiamo avere un quadro completo delle passate elezioni se parliamo solo dei vinti, dobbiamo anche trattare dei vincitori, Movimento 5 Stelle di Di Maio(e Casaleggio associati) e Lega (non più “Nord”) di Matteo Salvini.

 

Merita di essere considerato primo tra i vincitori con il suo 32% di consensi il Movimento 5 Stelle guidato in questa campagna elettorale da Luigi Di Maio che, nonostante un curriculum che tutto ricorda fuorché uno statista, è riuscito a portare il suo movimento alla vittoria elettorale.

I 5stelle nascono durante l’ultimo governo Berlusconi e tra il 2008 e il 2011 danno inizio a una mobilitazione(i vaffaday e i primi meetup) ritenuta, a torto, ininfluente dai partiti allora in parlamento. Alle elezioni politiche del 2013 sconvolgono il sistema politico imponendosi come primo partito(25% dei consensi), non ottenendo il premio di maggioranza garantito dalla precedente legge elettorale(il porcellum) che allora andò alla coalizione di centro sinistra (Italia Bene Comune- Brsani).

Il 4 marzo di quest’anno dopo aver resistito con le unghie e con i denti ad una campagna elettorale concentrata su di loro (con lo scandalo di  rimborsopoli prima e quello dei candidati espulsi poi) consolidano le previsioni dei sondaggi più rosei attestando una crescita di consensi che rispetto al 2013 vale circa il 7%.

Con un programma incentrato per lo più sul reddito di cittadinanza e su un concetto di questione morale(ricordate, “o-ne-stà o-ne-stà”?!) che farebbe rabbrividire il suo ideatore (Enrico Berlinguer) fanno incetta di voti in tutti i vecchi partiti trovando terra di conquista pure nella coalizione di centro destra e cedendo poco o nulla di quello che fu il loro elettorato cinque anni prima.

Ora attendono con ansia che il presidente Mattarella conferisca l’incarico di formare un nuovo governo ambendo a essere i primi sui quali ricadrà tale scelta.

 

Ma non sono i soli a poter manifestare lecito entusiasmo.

 

Assieme a loro c’è la Lega di Salvini, primo partito in tutte le regioni del centro/nord Italia, prima addirittura in quasi tutti i collegi sia della camera che del senato.

Il movimento politico, settentrionalista e secessionista, che fu del Senatur Umberto Bossi, sfonda, sotto la guida decisa e decisionista, arrogante e non politically correct di Matteo Salvini anche nel meridione del nostro Bel Paese consegnando forse il più beffardo dei risultati elettorali: la vittoria del collegio per il leader del partito nella Calabria che fu dallo stesso tanto disprezzata e vilipesa.

Con una campagna elettorale che ha teso le mani ai sentimenti meno nobili di difesa della razza italica dall’invasione nordafricana, con una a dir poco colorita retorica antieuropeista, sovranista e nazionalista, con una proposta sulla tassazione tanto irrealizzabile quanto iniqua(flat tax al 22%), Matteo Salvini moltiplica per quasi quattro volte il risultato del 2013, scavalca il presunto leader della coalizione (Silvio Berlusconi) e si piazza in pole position per la formazione del nuovo governo.

Non può però starsene troppo tranquillo perché il centrodestra unito non raggiunge la soglia necessaria a ottenere la maggioranza e si trova costretta (stando al 37%) al dialogo con forze politiche come il centrosinistra e i 5stelle che poco hanno in comune con la sua linea politica e che in ogni caso non trarrebbero grandi vantaggi da un’alleanza post elettorale.

 

Ora sono diversi gli scenari che si aprono, tutti incerti e carichi di scarse possibilità di realizzazione.

 

I due vincitori politici, 5stelle e Lega potrebbero allearsi raggiungendo assieme il 50% dei seggi sia alla camera, che al senato per un governo di scopo che tratti le questioni sociali irrisolte del nostro Paese dovendo però escludere dal programma di governo il duro approccio della lega all’immigrazione e la bandiera dei 5stelle, il reddito di cittadinanza. In questo caso si aprirebbe però anche un problema nell’identificazione del primo ministro volendo sia Salvini che di Maio ricoprire l’ambito ruolo di guida del Paese.

 

Il secondo scenario possibile vede una partecipazione in minoranza dei democratici che dal 2011 rivestono responsabilità di governo e che negli ultimi 5 anni hanno guidato il Paese esprimendo tre diversi primi ministri. Questa alleanza sarebbe possibile solo con i 5stelle radicati per i temi affrontati e identificati dai flussi elettorali nell’ambito più del centrosinistra che del centrodestra. Possibilità, quella appena descritta, fortemente osteggiata in primis dalla base e dai dirigenti dello stesso Partito Democratico incline al contrario a rivestire il ruolo di opposizione ferma e responsabile al governo dei vincitori(primo scenario proposto) ma difficile da declinare specie in un momento così complicato per un partito che sembra aver perso una linea politica chiara e netta (ammesso che l’abbia mai avuta).

 

La terza possibilità, forse la più improbabile, vede l’ipotesi di un governo del centrodestra unito che va a pescare singoli deputati negli altri gruppi parlamentari (dinamica già verificatasi praticamente in ogni legislatura) ma in questo caso i seggi che servono renderebbero necessario un appoggio esterno (la tecnica dell’astensione alla camera e dell’uscita dal senato al momento del voto) del centro sinistra o dei 5stelle e questo rende questa ipotesi la più impraticabile.

 

Ultimo scenario finora proposto e proponibile dagli osservatori è quello di un governo di scopo tra le maggiori forze politiche al fine di riscrivere la legge elettorale (in chiave più marcatamente maggioritaria) e tornare al voto il prossimo autunno.

 

Dal 4 marzo ad oggi una sola cosa pare essere certa e cioè che il presidente Mattarella dovrà conferire l’incarico e dovrà gestire una della fasi più complicate della seconda repubblica.

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