Perché votare il 4 Marzo?

a cura di Claudiana Barella

 

 

Aristotele definiva l’essere umano come uno ζῷον πολιτικόν, un animale politico che vive e si completa tra i suoi consociati e che da questi non può prescindere.

Con Aristotele siamo nel IV sec. a.C. e questa affermazione richiamata e condivisa da gran parte degli intellettuali del Vecchio Mondo, assurge nel 2018 quasi ad assioma.

 

Partendo da qui, dunque, e dando uno sguardo al clima politico nazionale diventa impossibile non constatare come alla vigilia di ogni tornata elettorale un fantasma si aggiri tra i candidati (e pseudo tali); è il fantasma dell’astensionismo.

Un fenomeno che – come i dati dimostrano – è stato in lieve crescita nella storia della nostra Repubblica fino ad avere un importante aumento del 6% in occasione delle elezioni del 2013.

Figlio, molto spesso, di una parte della popolazione arrabbiata piuttosto che disattenta.

 

La vera domanda è: perché?

Come potrebbe un cittadino, oggi – come cinque anni fa – in un mondo dove tutti scalpitano per farsi conoscere e dire la loro nelle piazze social, scegliere deliberatamente di non recarsi alle urne e far presente la propria posizione?

Perché non dovrebbe adempiere a quel dovere civico che, proprio per definizione, lo completa come civis?

Delle prime lezioni di diritto costituzionale 1, infatti, una delle cose che mi ha sempre affascinata è stata la definizione dell’esercizio del voto: un dovere civico.

Qualcosa che si è chiamati a compiere, e in caso contrario non vi sono sanzioni.

In “civico”, poi, è come se si compendiassero le battaglie che sono state fatte perché potessimo averlo, quel “dovere”. Lotte e battaglie sulle quali trovo inutile dilungarmi in questa sede.

 

Piuttosto ora mi concentrerei sulle possibili spiegazioni.

Le ragioni che si adducono a questa scelta sono ora la sfiducia in una classe politiche corrotta e poco avvezza mantenere le sue promesse; ora l’aver visto la propria ideologia tradita da un partito guidato da figure poco simpatiche; ora l’intenzione di protestare contro un sistema che ci vuole sudditi e non padroni delle nostre vite.

Tralasciando quest’ultima motivazione – che ha l’odore di una spicciola anarchia fine a se stessa – ciò che noto degli astenuti è che a questa critica e avversione nei confronti di politici e futuri tali non corrisponde un concreto impegno politico, nel senso più autentico del termine.

Sembra sia più facile crogiolarsi e mettere a posto la coscienza con un j’accuse al mondo intero piuttosto che alzare le maniche e far qualcosa. Qualcosa nel proprio quotidiano, per confrontarsi con la realtà e conseguentemente far guadagnare credibilità alle proprie critiche.

Le chiacchere da bar o i commenti caustici e tristi su Facebook, infatti, sono funzionali solo ad alimentare il malcontento e la sfiducia, allontanandoci dalla realtà concreta.

L’impegno civile l’esatto opposto: ci rende consapevoli e migliora, precisa le critiche, le rende costruttive e valide.

 

Come impegnarsi quindi?

Il primo passo è sicuramente prendere la propria tessera elettorale e recarsi alle urne. Che tu ti senta più vicino alla destra, alla sinistra, al centro il 4 marzo alzati e vai al seggio.

Fai sapere che ci sei, che non vuoi che gli altri scelgano per te.

Perché non votando stai affidando il tuo destino a qualcuno altro, lasci la possibilità agli esponenti dei partiti più lontani da te di sopraffare chi invece riesce ad intercettare anche solo alcune delle tue idee e dei tuoi sentimenti.

 

La politica condiziona la tua vita, la costruzione delle strade che percorri, il sistema scolastico e universitario che frequenti, le tue possibilità lavorative, la tua voglia di viaggiare.

 

Cosa aspetti? Oggi informati, il 4 marzo alzati e vai a votare.

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