Votare il male minore?

a cura di Sara Petricciuolo

 

Il 4 Marzo i cittadini italiani sono chiamati alle urne per il rinnovo dei due rami del Parlamento: il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati. Sebbene il diritto di voto sia un dovere civico costituzionalmente protetto, nonché il risultato di anni di battaglie contro la disparità, sembra che l’affluenza ai seggi diminuisca di anno in anno. Se si fa riferimento ai dati storici, si può notare come le persone che vanno a votare sono in continuo calo: nel 2008 i votanti rappresentavano il 78,2% degli aventi diritto al voto, mentre nel 2013 il Viminale ha riportato un’affluenza del 75,2%. Le percentuali sono calate drasticamente in tutte le tornate elettorali successive al 2013, addirittura per le Elezioni europee del 2014 l’affluenza è crollata al 57,22%.

Come è facile da intuire, le previsioni per l’affluenza per le Elezioni Politiche del 2018 non sono delle più rosee. La tendenza negativa registrata nelle ultime elezioni potrebbe peggiorare nelle elezioni del prossimo 4 Marzo, secondo i sondaggi l’affluenza prevista è addirittura al di sotto del 70%. Sono solo previsioni, ma rappresentano un fenomeno reale.

Secondo uno studio promosso dallo EIEF (Einaudi Institute for Economics and Finance) una bassa affluenza potrebbe dipendere da shock economici e quindi comportare una perdita della fiducia nelle istituzioni. Ed è proprio per questa ragione che prenderebbero piede i partiti populisti, diventando così bacino di sfogo per tutti quegli elettori insoddisfatti. Una conferma di questa teoria sono i programmi dei vari partiti, che provano a colmare la sfiducia e la diffidenza con proposte che sembrano sempre più vicine ai bisogni cittadino, ma che in realtà sono solo un placebo.

La battaglia principale della Lega Nord è contro i migranti, addirittura il leader del partito Matteo Salvini parla, senza mezzi termini, di dover salvaguardare i nostri confini dall’invasione. Ma è davvero possibile parlare di “confini” in un mondo segnato ormai dal processo di globalizzazione, dove popoli, culture, etnie sono in continuo contatto e scambio fra loro?

Il Movimento 5 Stelle, invece, colpisce dove gli italiani provano più insoddisfazione : nelle loro tasche. Infatti, dopo la crisi del 2008/2009 e, soprattutto, dopo i lunghi anni di recessione, il popolo italiano ha mostrato segni di insofferenza per le politiche di recupero attuate. L’insofferenza ben presto è diventata rabbia, che è stata amplificata dalle chiassose urla del capo politico Beppe Grillo. Il motto: tagli agli stipendi, onestà e trasparenza. Virtuosismi che nemmeno gli stessi associati al movimento riescono a seguire, però.

Più difficile la sfida per il Partito Democratico capitanato da Matteo Renzi. Le scelte politiche intraprese negli ultimi anni, delle volte più di destra che di sinistra, hanno sicuramente reso il PD uno dei partiti più impopolari e le sue continue scissioni interne sembrano esserne una conferma. Per questa ragione, l’uscente Capo dei Ministri gioca la carta dell’empatia, per sembrare il più affabile possibile ai suoi elettori. I social media sono il suo palco ed ogni post è una parte dello show. Un esempio? La sua performance di La musica non c’è, che ha raggiunto più di 25.000 visualizzazioni.

Con queste premesse arrivare all’affluenza delle Elezioni Politiche del 93,83% del 1953, massimo storico per la Repubblica Italiana, sembra un’utopia. Il generale scontento provoca una crescente apatia, soprattutto fra gli adulti che non si riescono più ad identificare in un partito: ed è così che le elezioni sembrano diventare un mero gioco fra personalità; per alcuni sembra di dover votare “il male migliore” e non c’è da stupirsi, dunque, se si preferisce non votare affatto.

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