Tra Libertá e Censura

a cura di Cristina Milano

 

Lo scorso 3 aprile, l’organizzazione “Provita” ha affisso a Roma in via Gregorio VII la gigantografia di un feto all’interno del grembo materno, un’immagine che dovrebbe, di per sé, rappresentare un qualcosa di visceralmente bello, pieno di gioia, il miracolo della vita e del venire al mondo.
Ma, intorno alla figura del piccino, a caratteri cubitali vi sono alcune scritte: “Tu eri cosí a 11 settimane. Tutti i tuoi organi erano presenti. Il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento. Già ti succhiavi il pollice. E ora sei qui perché la tua mamma non ha abortito.”
L’articolo 21 della Costituzione italiana recita« Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure
Eppure quel manifesto sta per essere tolto. Protestano, ovviamente, i sostenitori Prolife, acclamando a gran voce la tutela costituzionale della propria libertà d’espressione e affermando di aver solo raffigurato una verità di fatto, al di là di ogni sorta di posizione politica, o liberal-democratica.
Sia chiaro, nessuno puó obiettare come questo manifesto, al centro oggi di numerose diatribe e non pochi battibecchi mediatici, non sia altro che la difesa di un’idea e di valore ineguagliabile quale quello della vita, sin dai suoi primi sussulti.
Il filosofo Umberto Galimberti, sull’Espresso del 2008, scriveva: <<se avete bisogno degli strumenti giuridici per difendere la vostra morale imponendola a tutti, dimostrate solo la debolezza della vostra fede, che , se ricorre al dispositivo legislativo, vuol dire che più non si fida del convincimento delle vostre coscienze.>>
E, in effetti, l’Onlus ProVita ha sollevato un’autentica protesta nei confronti della legge; quella legge, la 194/1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Una legge che ha consentito a tante donne di compiere una scelta senza rischiare di poter mettere a repentaglio anche la propria, di vita; una legge, tanto sofferta, tanto discussa, tanto osteggiata, a custodia di una libertà, invece, tanto semplice, scontata e primaria, quale la libertà di decidere quando e soprattutto in che modo divenire madre, al solo scopo di garantire ai propri figli una vita e un futuro degno di essere chiamato tale.
Anche stavolta, dopo ben 40 anni , ci si ritrova dinanzi all’ennesima battaglia politica riguardante un argomento troppo delicato per poter essere strumentalizzato.
Frasi cosí dure e spiazzanti, dal nero di un tabellone decisamente troppo ingombrante, sembrano riaprire ferite mai sanate nella mente e nel cuore di chi sa, di chi ancora adesso si ritrova a subire le conseguenze invadenti della decisione più dolorosa. Manifestare il proprio pensiero, le proprie idee o opinioni, non significa necessariamente provocare male.
Oggi, nel 2018, donne (ma non solo), madri o non madri che siano, gridano a pieni polmoni: quel percorso intrapreso tanti anni fa, nel 1978, non deve essere affatto messo in discussione, tanto più rafforzato il suo valore.
La 194 non si tocca.

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