Parte il governo giallo-verde: che fine ha fatto il Piano B?

a cura di Domiziano Cristiani

 

Albo signanda lapillo. Dopo aver ottenuto la fiducia da entrambe le Camere del Parlamento, il governo giallo-verde è pienamente operativo e può cominciare la sua attività. Ed era ora, verrebbe da dire. Dopo mesi di incarichi a vuoto, litigi, insulti alle istituzioni, spread danzanti, arrabbiature da social network con annessi scambi di like e colpi di scena che nemmeno nei migliori feuilleton di fine Ottocento, finalmente ci siamo. Non è semplice ironia, bensì un autentico sollievo, che porta con sé un’altrettanto genuina curiosità: sarà interessante vedere quali punti del contratto di governo verranno presi in considerazione per primi, almeno per avere un’idea, seppur embrionale, di quali saranno le priorità del nuovo esecutivo; punti programmatici che l’altro ieri il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha esposto nel suo discorso al Senato, durato quasi un’ora e un quarto.

“Lungo, noioso e banale”, questo il commento di buona parte della stampa nazionale e, in particolare, di Alessandro Sallusti, mentre l’onorevole Brunetta si dice molto preoccupato per l’uso spropositato di luoghi comuni e slogan, tacciando il discorso di “giustizialismo, fondamentalismo, autoritarismo, pauperismo” – quante parole che terminano in –ismo per combattere gli slogan, eh!
Ad essere sincero, non mi pare ci sia mai stato nella storia della Repubblica un discorso programmatico orientato nella direzione del manifesto letterario, ma comunque è una critica trascurabile dal momento che essa non concerne la sostanza dei provvedimenti annunciati.

Assai più incisive le parole della senatrice Bernini e dell’ex premier Renzi – con quest’ultimo che non perde l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa -, i quali scendono nel dettaglio delle singole proposte e pongono domande più che legittime sulle relative coperture finanziarie. Peccato che siano le domande sbagliate.

Tutti, o almeno tutti quelli che leggono i quotidiani, sono in grado di stimare quanti soldi occorrano per realizzare flat tax, reddito di cittadinanza, superamento della Fornero con “quota 100”, et cetera. È inutile e provocatoria la domanda “dove troverete i fondi?”, perché tutti già hanno la risposta: l’unico modo per attuare queste misure è lo sforamento della soglia del 3 percento del deficit. Dunque, bisogna o infrangere le regole europee o cambiarle. A tal proposito, il senatore Bagnai, subito dopo il discorso del premier Conte, ha precisato che “le regole non sono un totem cui inchinarsi, ma uno strumento da adattare alle circostanze”.

Ora, si dà il caso che per la revisione del Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, noto ai più come Fiscal Compact, serva l’unanimità di tutti e 25 gli Stati firmatari. C’è dunque la remota possibilità che il tentativo di un suo superamento si risolva in un nulla di fatto – anche se, ad onor del vero, negli ultimi tempi sia Francia che Germania hanno fatto trapelare segnali di apertura. Ecco che irrompe la questione centrale: posto che in prima istanza, stando alle parole di Conte, l’Italexit non è argomento di discussione, qualora non si riuscissero a superare le “regole d’oro”, il nuovo governo uscirebbe dall’Euro al fine di (provare a) realizzare le misure promesse durante la campagna elettorale e successivamente cumulate nel contratto di governo? O sarebbe disposto a sacrificarne alcune, se non molte, in nome della permanenza nell’Unione Europea, andando così contro gran parte dell’elettorato?

 

La domanda non riflette altro che l’ormai ben noto e assai paventato “Piano B”, repentinamente messo in sordina dopo lo spostamento del professor Paolo Savona dal Ministero dell’economia e delle finanze al Ministero per gli affari europei. Per una qualche strana congiunzione astrale, o forse per un’atavica pudicizia -leggasi “paura di far alzare lo spread”-, il tema viene sottaciuto. In un Paese democratico, com’è l’Italia, il diritto all’informazione, pur non essendo espressamente previsto dalla Costituzione, è un diritto sociale fondamentale (sentenza n.420/1994 della Corte costituzionale) e, in teoria, non potrebbe essere compresso dall’ingerenza dei mercati nell’eventualità di una loro vicendevole idiosincrasia. Ma non fa niente.

 

Nel frattempo, attendiamo di vedere quale sarà l’operato del cosiddetto governo del cambiamento sui temi più urgenti e più concreti come Ilva e Alitalia, e manteniamo viva la speranza che si smetta una volta per tutte di disperdere energie in sterili polemiche, perché dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.

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