Appuntamento con la storia sul finire dell’estate

pubblicato su LATINA OGGI del 06/09/2013 
 
 
di LUCA BELLARDINI
 

L’11 settembre di dodici anni fa, il mondo – sfigurato da quell’evento incancellabile – ha cambiato decisamente volto: lo possiamo dire con certezza, ora che il medio periodo ci separa da quel nodo della storia. Prima di quell’azione terribile, «spettacolare» nella sua mostruosità, la minaccia terroristica sembrava una preoccupazione solo dei diplomatici, di alcuni politici troppo premurosi, di esaltati analisti di geopolitica. 

Le precedenti malefatte di Al Qaeda erano state dimenticate dopo neanche troppo tempo: il doppio attentato dinamitardo contro le ambasciate americane di Nairobi in Kenya e Dar-es-Salaam in Tanzania, nel ’98; il motoscafo esplosivo lanciato a tutta velocità contro il cacciatorpediniere Uss Cole, nel porto di Aden (Yemen), quando correva l’anno 2000. E anche la reazione di Washington era stata assai poco significativa: Osama Bin Laden, che già all’epoca emergeva come lo «sceicco del terrore», era sfuggito a un bombardamento del suo rifugio ordinato dall’amministrazione Clinton che a poco più di un mese all’insediamento, il 26 febbraio 1993, si era trovata a fronteggiare il primo attacco al World Trade Center, le «Torri gemelle» di New York: un fondamentalista aveva fatto saltare un furgone – carico di una miscela esplosiva – nei parcheggi sotterranei della Torre nord. 
 
Era l’avvisaglia che qualcosa stava cambiando, che i vecchi nemici (gli Stati del blocco orientale) avevano ormai lasciato il posto ai nuovi, i quali sembravano quasi sconosciuti, benché l’Occidente avesse avuto più di un’occasione per incontrarli: l’invasione sovietica dell’Afghanistan, per esempio, aveva visto i mujaheddin (molti dei quali finiranno tra i talebani) combattere l’Armata rossa, costringendola infine alla ritirata. I fatti di dodici anni fa appartengono ormai della memoria condivisa: nessuno dimenticherà mai quelle immagini strazianti, soprattutto la sequenza del secondo aereo che in piena diretta televisiva, e con tempismo calcolatissimo, viene fatto schiantare sulla torre ancora intatta. 
 
Le conseguenze di quel giorno appartengono – ancora più di esso – all’attualità: le guerre in Afghanistan e in Iraq; l’emergere dell’Iran come il principale avversario arabo degli Stati Uniti; la morte di Saddam, di Bin Laden, di Gheddafi… E poi (come in Siria) massacri, rivolte, conflitti civili, «primavere» che talvolta – apparentemente ispirate dall’insofferenza verso la corruzione e il radicalismo – sono sfociate nella resurrezione di antichi fanatismi. Ma almeno altri due «Undici settembre», per un motivo o per un altro, sono passati alla storia. 
 
Andando cronologicamente a ritroso, il primo è quello del 1973: a Santiago del Cile un manipolo di militari assaltava il palazzo della Moneda, prendendo il potere. Il presidente in carica, Salvador Allende, si toglieva la vita; il capo dei golpisti, il generale Augusto Pinochet, gli succedeva al vertice del Paese. Terminava così, in modo violento, l’esperienza triennale di uno dei pochi governi marxisti nati in seguito a elezioni democratiche. Allende stava portando il Cile sulla strada del socialismo reale; ma il suo governo, che pure aveva perduto molti consensi, venne sostituito da una dittatura. Negli anni di Pinochet il Cile diventerà una delle economie più avanzate dell’America Latina (quale è tutt’oggi) e compirà notevoli passi in avanti, ma al prezzo di una feroce repressione e di una dura limitazione delle libertà personali. 
 
Il più lontano «Undici settembre» che bisogna ricordare, invece, è quello del 1683. Alle porte di Vienna infuriava una battaglia decisiva per le sorti dell’Europa, sconquassata dalle armate ottomane; un continente che fino a pochi decenni prima era dilaniato dalle guerre di religione e che in quel frangente storico si ritrovava unito contro un nemico comune. Le truppe di Giovanni III di Polonia (Jan Sobieski) – benedette dal predicatore cappuccino Marco da Aviano, che aveva esortato la cristianità a soccorrere l’Austria – rompevano l’assedio volgendo in fuga i turchi. L’Europa poteva tirare un sospiro di sollievo; a tutti sembrava che la fine di un’intera civiltà fosse stata scongiurata e che il futuro prospettasse nuove speranze. 
 
Ma quel giorno di trecentotrenta anni fa non ha impedito nuove guerre e nuove minacce; così come gli attacchi al cuore dell’America non hanno impedito a una grande nazione di risorgere, né alla civiltà di continuare a prevalere sulla barbarie in buona parte del mondo. Perché la storia non è mai scritta, e il cambiamento – come quello dei vari Undici settembre – è inevitabilmente la sua cifra

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