Vincent Van Gogh: tra genio e follia

di GIULIA DE VENDICTIS
 «Nella mia febbre cerebrale o follia, non so come chiamarla, i miei pensieri hanno navigato molti mari.» V. Van Gogh

Vincent Van Gogh, pittore olandese tanto ignorato in vita quanto amato oggi, fu un esponente di spicco del Post-impressionismo. E deve proprio all’incontro con gli impressionisti, a Parigi, il “rasserenarsi” della sua tavolozza, fino ad allora scura e monotona come ne I mangiatori di patate, del 1885.

La peculiarità che però più di tutte lo ha caratterizzato, contribuendo alla sua grandezza artistica, è dipesa da tutt’altro: era mentalmente disturbato; ed è probabilmente alle sue turbe psichiche che si devono quelle affascinanti pennellate a spirale – tipiche delle sue notti stellate – sintomo di una mente angosciata  e inquieta. Il motivo della sua follia? Né alcool né sifilide, tanto di moda in quei tempi; ma una più prosaica intossicazione cronica da piombo, conosciuta anche come «saturnismo». Van Gogh produceva da sé i colori ad olio con cui dipingeva, mescolandoli con metalli pesanti come il cadmio: si avvelenò con le sue stesse mani senza saperlo.
Nel 1888 si trasferì ad Arles, nel sud della Provenza, regione ricca di colori e luminosità, con l’idea di aprire un «Atelier del Sud», luogo in cui tutti gli artisti avrebbero potuto rifugiarsi e incontrarsi. Per questo motivo suo fratello Theodore pagò il pittore francese Paul Gauguin perché andasse a vivere con Vincent, e La casa gialla – dello stesso anno – mostra proprio questa sognata e sospirata sede, simbolo del connubio artistico con Gauguin. Un’immagine colorata e allegra, così lontana dal cliché dell’artista folle di cui è etichettata la maturità artistica dì Van Gogh: le campiture di colore, vivaci e brillanti, sono stese con pennellate in forma di virgole piatte e allungate, orizzontali e verticali; e lo stesso pittore la descriverà così in una sua lettera al fratello Theo: La mia casa qui è dipinta all’esterno di un giallo burro e ha le imposte verdi. Si trova in pieno sole in una piazza sulla quale si affaccia anche un parco di platani, oleandri e acacie”.

Purtroppo la situazione psicologica di Van Gogh degenerò, ed egli – in preda a una violenta crisi – si tagliò un orecchio con un rasoio (un suo autoritratto con l’orecchio destro fasciato testimonia l’episodio) per regalarlo all’amico Gauguin, che – spaventato – fece in fretta i bagagli trasferendosi nella lontanissima Polinesia. Deluso da questa rottura, pensò bene di donare il suo orecchio a Rachele, una prostituta frequentata da lui e l’amico nei bei tempi andati; ma la malinconia di quella sedia lasciata vuota da Gauguin peggiorò ancor di più i suoi problemi psichici. Negli anni successivi abbiamo infatti una collezione di autoritratti e stanze di nosocomio, relativi ai suoi molti ricoveri presso vari ospedali psichiatrici.
Le condizioni di salute del pittore si incrinavano sempre più; il tocco vorticoso delle sue pennellate si faceva ancora più spasmodico. E scriveva: “ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati; e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la tristezza, l´estrema solitudine. Incompreso come si era sempre sentito, solo come il suo Iris bianco in un giardino di iris blu.
Campo di grano con volo di corvi è probabilmente il suo ultimo quadro, preludio di ciò che stava per accadere: in uno di questi campi, di lì a pochi giorni, si sparerà – morendo – due giorni dopo.

Nella sua ultima lettera al fratello, Vincent Van Gogh ammise di non aver avuto figli, ma lo storico Simon Schama lo contraddice: «Ha avuto un bambino, l’Espressionismo, e molti eredi». 

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