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La lenta e inesorabile crisi del capitalismo italiano

di DAVIDE FERRARINI


Col passaggio nelle ultime ore di Telecom in mano agli spagnoli di Telefonica (attraverso la ricomposizione degli assetti societari della holding Telco), si può aggiungere un altro emblematico capitolo a quel fenomeno di dispersione internazionale dei marchi storici italiani, che si sta delineando ormai da troppo tempo.
Telecom rappresenta l’ultimo tassello in ordine temporale di un panorama economico italiano che vede colpiti da tale fenomeno soprattutto due settori: l’alimentare e il lusso. Da non dimenticare infatti i passaggi del marchio Valentino dal gruppo Marzotto alla famiglia dell’emiro del Qatar Al-Thani, o quello di Gucci nelle mani di Kering, gruppo multinazionale guidato da Francois Henri Pinault, o ancora quello di Parmalat ai francesi di Lactalis. Settori che sono certamente i più colpiti, ma non gli unici.
Basti pensare alla marcia che sta conducendo la corazzata Air France verso la sempre più debole Alitalia a secco di capitali e con più di un azionista che vuole scendere da bordo. Non ultima la Finmeccanica, retrocessa ormai al rango di junk bond e costretta alle cessioni inevitabili – o quasi – di Ansaldo Energia, Ansaldo Sts e Breda, con la solita fila di investitori stranieri (i coreani di Doosan, i giapponesi di Hitachi e gli americani di General Electric) pronti a sbranarsi per mettere le mani sui gioielli italiani.
In questa situazione è riduttivo parlare ancora e soltanto di fuga di cervelli verso l’estero per mancanza di opportunità lavorative, perché è in atto una vera e propria fuga delle reti per mancanza di capitali. Telecom e Alitalia sono due esempi emblematici di aziende nazionali afflitte da ingenti debiti, i cui azionisti privati nazionali non sono più in grado di fronteggiare – né tantomeno ne è capace Stato, il quale di debiti ne ha già abbondantemente per conto suo – le ingenti passività.
Problema che secondo Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, nasce dal capitalismo made in Italy: in cui non sono i piccoli che non sono capaci di crescere, ma i grandi che in Italia non hanno abbastanza forza per restare grandi. Il tutto condito da una politica che di fronte a questo scenario rimane inerme – non mettendo alcun paletto in difesa degli interessi nazionali – e da una visione industriale italiana ancora non pervenuta. I fasti dell’epoca di Enrico Mattei, ahinoi, sembrano davvero lontani. 

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