La verità e il suo potere: quando l’informazione mette a repentaglio persone, vite e istituzioni

di ANTONELLA GUGLIERSI

Nick Davies: «C’era un periodo, in Gran Bretagna, in cui i giornali non potevano riportare i dibattiti parlamentari: alcuni uomini allora hanno iniziato a stampare volantini, divulgando i dibattiti al pubblico. Gli uomini, beh, penso siano stati impiccati, ma il pubblico vide i volantini e chiese accesso ai dibattiti. […] Questi uomini, questi coraggiosi e irresponsabili uomini… erano i padri del moderno quarto potere. […] Una nuova rivoluzione dell’informazione, infinitamente più potente e terrificante dell’ultima. Un quinto potere. […] Daniel, tu e Julian ci avete dato un assaggio di come il futuro potrebbe essere. Avete svegliato il mondo, sia le democrazie che le dittature dovrebbero rendersi conto che due amanti della tecnologia ci hanno dato la voce, ci hanno mostrato che abbiamo il potere di esigere le onde dell’informazione che, prima o poi, laveranno via tutti i loro mali».
Nel 2007 Daniel Domscheit-Berg, giornalista e attivista tedesco, conosce l’attivista, giornalista e programmatore australiano Julian Assange e si unisce a lui nella causa di WikiLeaks: portare alla scoperta comportamenti poco etici di governi e aziende, pubblicando documenti integrali proteggendo le loro fonti lasciandole anonime, in modo da difenderle dalle eventuali ripercussioni nei loro confronti da parte dei suddetti governi e/o aziende messi in cattiva luce a causa delle loro dichiarazioni.
Già in quell’anno l’organizzazione dei due attivisti rivela pubblicamente particolari circa la corruzione in Kenya, l’equipaggiamento militare della guerra in Afghanistan e la gestione del campo di prigionia di Guantanamo: ma la notizia che fa più scalpore – e che provoca la chiusura del sito web WikiLeaks a causa di un’ingiunzione emessa da un tribunale californiano poi revocata – è quella in merito al coinvolgimento della banca svizzera Julius Bär in attività illegali, quali riciclaggio di denaro sporco ed evasione fiscale.

Negli anni a seguire i volontari che collaborano con WikiLeaks aumentano sempre più e le fughe di notizie che il sito web pubblica diventano di portata sempre maggiore (la lista dei membri dell’estremista Partito nazionale britannico, le e-mail dell’allora governatrice Sarah Palin riguardanti affari di stato e scambiate con i suoi collaboratori dall’account privato senza essere rese pubbliche – e in Alaska vi è una legge che permette ai dipendenti statali di trattare argomenti di interesse pubblico tramite account e-mail privati, ma questi scambi di informazioni devono poi esser resi pubblici, e così non è stato in quel caso – , i segreti dell’organizzazione Scientology) fino ad arrivare, nel 2010, ad avere a disposizione, grazie all’intervento del soldato Bradley Manning, documenti riservati che riguardano aspetti nascosti della guerra in Afghanistan: tra le altre, l’uccisione di civili e l’occultamento dei cadaveri, l’esistenza di un’unità segreta americana votata a fermare o uccidere i talebani anche senza processo, il doppio gioco del Pakistan.

Julian Assange vuole subito pubblicare i file ricevuti dal soldato americano, onde a evitare di mettere in pericolo la vita del whistleblower– letteralmente “colui che soffia il fischietto”, in questo caso chi passa loro le notizie illecite – ma Daniel Domscheit-Berg, in arte Schmitt, è contrario: i migliaia di documenti contengono dati riservati che pubblicati integralmente metterebbero a rischio anche degli innocenti.
Nel frattempo, l’attivista australiano è costretto a rifugiarsi in Islanda, poiché ha alle calcagna spie russe e americane: inoltre il governo degli Stati Uniti cerca in tutti i modi di screditarlo. Proprio per evitare questo, il quotidiano americano New York Times e quello inglese The Guardian, assieme al settimanale tedesco Der Spiegel, si accordano con Assange per pubblicare contemporaneamente il contenuto dei documenti, mentre WikiLeaks li avrebbe pubblicati integralmente: l’unica clausola per quest’ultimo è quella di rivedere e cambiare i nomi reali presenti al loro interno.
A quattro giorni dalla pubblicazione, Domscheit-Berg si rende conto che l’intenzione di Assange di pubblicare integralmente i documenti senza cambiarne i nomi non è mai mutata e hanno un confronto acceso, dal quale non esce vittorioso: viene allontanato dall’attivista australiano e i documenti vengono comunque pubblicati senza modifiche. Assieme ad altri membri originari di WikiLeaks, l’attivista tedesco decide poi di cancellare il sito web e bloccare l’accesso del server ad Assange.
Attualmente WikiLeaks è ancora in funzione; Julian Assange è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e Daniel Domscheit-Berg ha scritto Inside WikiLeaks: My Time with Julian Assange at the World’s Most Dangerous Website, il libro da cui è tratto questo film insieme a quello di Luke Harding, WikiLeaks: Inside Julian Assange’s War on Secrecy.                                                         
Negli Stati Uniti il film ha fatto flop di incassi – per la gioia del reale Julian Assange che ha provato a dissuadere Benedict Cumberbatch dall’interpretarlo nel film e ha anche dichiarato che il film non mostra le cose così come accadute e si basa su due libri scritti secondo lui “per vendetta” nei suoi confronti – ed è stato aspramente giudicato dalla critica: avrebbe effettivamente potuto trattare gli argomenti in maniera meno superficiale e concentrarsi di più sull’amicizia e collaborazione tra Assange e Domscheit-Berg, ma è piacevole ed interessante. Ha un cast ottimo – Daniel Bruhl nei panni di Daniel Domscheit-Berg, Stanley Tucci in quelli di James Boswell, Laura Linney in quelli di Sarah Shaw, tanto per nominarne alcuni – e l’interpretazione che Benedict Cumberbatch dà di Julian Assange è pressoché strabiliante: considerandone tutti gli aspetti, un film da vedere. Soprattutto per gli argomenti principali trattati: la libertà di informazione, la verità spesso nascosta ai più e il suo peso, il coraggio di alcuni pochi di portarla a galla, smascherando le bugie utilizzate per coprirla.

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