Alla riscoperta di Olivetti: tra sogno, realtà e utopia

di MARIA TROVATO
Oggi, più che nel passato, torna attuale la persona di Adriano Olivetti: eminente figura della storia italiana, umana, spirituale e industriale.
Nel secondo dopoguerra, succedendo al padre nella guida dell’azienda, propose una ricetta d’impresa innovativa e sopratutto avanzata dal punto di vista umano e culturale. La superiorità del suo progetto imprenditoriale è da ricercare nell’obiettivo stesso del fare impresa.
Gli utili non si trasformavano – come invece avviene oggi, e come avveniva in passato nella maggior parte delle imprese italiane – in larghi dividendi per gli azionisti o in compensi per i manager pari a tre o quattrocento volte il salario di un operaio; ma venivano reinvestiti nell’azienda sotto forma di elevate retribuzioni, magnifichre architetture, servizi sociali  che non conoscono eguali nella storia dell’imprenditoria, nonché in ingenti investimenti in ricerca e sviluppo.
Se oggi Adriano Olivetti vivesse in questa italia del XXI secolo – afflitta dalla disoccupazione e dalla diseguaglianza sociale – certamente non seguirebbe l’esempio di molti imprenditori che hanno traferito o stanno trasferendo parte o tutto il processo produttivo all’estero, dove manodopera e tasse costituiscono un peso meno oneroso: probabilmente resterebbe ad operare in Italia, impegnandosi a oleare il marchingegno ideale che permette l’interrelazione tra sistema-Paese e sistema-impresa. E, perché no, provando a cambiare proprio dall’interno questa nazione. D’altronde c’è una frase che Olivetti amava ripetere spesso: «Una fabbrica che funziona in un Paese che non funziona è inutile».
Se oggi Adriano Olivetti vivesse in questa Italia cercherebbe il modo per neutralizzare il lato oscuro della globalizzazione: consistente, in quei Paesi industrializzati affetti da un’insostenibile disoccupazione, dal gap tra i salari di queste nazioni e quelli delle nazioni emergenti, dove oggi le imprese trasferiscono i loro processi produttivi per minimizzae i costi. Avvierebbe un new deal basato su ricerca e sviluppo, coordinamento dei fini e degli interessi dei lavoratori verso lo scopo ultimo e unico dell’impresa nel suo complesso e del mondo in cui la stessa opera; eliminerebbe il gap dovuto alla differenza di costo del lavoro – e quindi del minor prezzo sul mercato – facendo valere la qualità.
Una ricetta anticrisi, quella olivettiana, che non va interpretata come una semplice induzione: d’altronde, nel corso della sua attività imprenditoriale, l’ingegnere di Ivrea si trovò a dover affrontare una crisi di sovrapproduzione: precisamente nel 1953, Olivetti avrebbe avuto solo la possibilità di ridurre il personale e chiudere gli stabilimenti. Ma non lo fece, e puntò più in alto: prese i suoi punti di forza, la capacità degli operai, degli addetti alle vendite e la motivazione di entrambi; abbassò i prezzi e sviluppa i punti vendita all’estero; fece vivere all’azienda il suo momento di massima internazionalizzazione.
Oltre che dalla serie che ne romanza la biografia, il mito di Olivetti è tornato in augē anche grazie a un libro finito di stampare nel 2013 per conto di Comunità Editrice: Adriano Olivetti, a new deal, che contiene i due discorsi del Gigante della macchina da scrivere: uno ai lavoratori di Pozzuoli e l’altro alle spille d’oro d’Ivrea. È questa la testimonianza più toccante e realistica dell’uomo che guardava all’uomo: leggendo i suoi discorsi si scorge una visione lungimirante e non del tutto ottimista del mondo.

Le parole di sostegno e di entusiasmo rivolte agli operai sono offuscate da una velata malinconia, propria di un uomo troppo moderno per gli anni in cui si trovava a vivere. Si sente la ventata di novità coperta dal nevischio dell’intolleranza e dalla cortina di ferro della guerra fredda. Le idee di Olivetti potrebbero sentirsi a loro agio – almeno ai nostri giorni -se approfittando di questo momento di crisi economica il sistema-Paese (economico e sociale) fosse messo in discussione per un nuovo inizio segnato da nuovi fini.

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