Duchamp: «Re-Made in Italy»

di GIULIA DE VENDICTIS
«Si possono fare opere che non siano arte?» (Marcel Duchamp)

Cinquant’anni dopo il suo viaggio in Italia e cento dopo la creazione del primo ready-made, Ruota di bicicletta del 1913, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (GNAM) di Roma dedica una mostra – dall’8 ottobre fino al 9 febbraio 2014 – all’artista più discusso del ‘900: Marcel Duchamp.
Il primato per aver esposto a Roma le opere di Duchamp spetta all’imprenditore bolognese Dino Gavina – personaggio decisamente bizzarro che nel suo biglietto da visita si qualificava come «sovversivo» – con la mostra dell’11 giugno 1965, in occasione dell’inaugurazione dei suoi uffici romani, in via Condotti.
I curatori della mostra contemporanea – Stefano Cecchetto, Giovanna Coltelli e Marcella Cossu – e l’architetto Alessandro Maria Liguori hanno voluto rievocare l’allestimento del 1965, disegnato da Carlo Scarpa; Gavina raccontò che, volutamente, non furono esposti mobili, al contrario di quanto ci si aspetterebbe dall’inaugurazione di una società che vendeva arredi. Unica eccezione furono le poltrone Wassily disposte in file contrapposte e utilizzate come sedute per gli ospiti, proprio come nell’odierna mostra. Gavina decise di battezzarle con questo nome poiché il loro designer, l’architetto ungherese Marcel Breuer, gli aveva raccontato che erano talmente piaciute a «un tale» Wassily Kandinskij, che ne aveva acquistato il prototipo.
L’illuminazione era stata invece ideata dall’architetto Pier Giacomo Castiglioni, disponendo lampadine calate dal soffitto a varie altezze, “come stelle nel cielo” -altro elemento riprodotto nella mostra allestita al GNAM.


A lungo l’arte si è preoccupata di arricchire l’animo e deliziare i sensi: docēre et delectare; ma l’arte contemporanea ha deciso di cambiare completamente registro e ha ricevuto un notevole contributo dai ready-madedi Duchamp. Questo termine indica opere realizzate con oggetti non prodotti con finalità estetiche, ma presentati come opere d’arte. Qualsiasi cosa può essere arte, infatti il valore dei ready-made esiste solo nellidea. L’opera dellartista non consiste nella sua abilità manuale, ma è artista colui che sa proporre nuovi significati alle cose, anche per quelle già esistenti.
Il culmine del concetto del ready-made, della dissacrazione dei tradizionali concetti dell’arte è stato raggiunto con Fontana, del 1917.
Duchamp mise in atto la sua provocazione in incognito: presentò alla giuria di una mostra a New York un orinatoio capovolto firmandolo con lo pseudonimo R.Mutt, che racchiude la chiave di lettura dell’opera -anteponendo il cognome “Mutt” all’iniziale del nome “R” otteniamo la parola “Mutter”, madre in tedesco. La forma dell’orinatoio ricorda, infatti, la forma di un bacino femminile. La giuria non capì e nell’imbarazzo generale non fece esporre il pezzo.

Una fotografia dell’opera fu tuttavia pubblicata sulla rivista The Blind Man– edita dallo stesso Duchamp – che, fingendo di difendere l’ignoto autore dell’opera, scrisse: «Non è importante se Mr. Mutt abbia fatto Fontana con le sue mani o no. Egli l’ha SCELTA. Egli ha preso un articolo ordinario della vita di ogni giorno, lo ha collocato in modo tale che il suo significato d’uso è scomparso sotto il nuovo titolo e il nuovo punto di vista: ha creato un nuovo modo di pensare quell’oggetto».
Quella che vediamo esposta oggi è una riproduzione autorizzata da Duchamp, acquistata dal collezionista milanese Arturo Schwarz, dato che – stranamente – l‘originale della fontana fu gettato via per sbaglio durante lo smantellamento della mostra.

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