Sport e razzismo, un problema universale

di RICCARDO SETTH

Sport e razzismo è un binomio che va avanti da decenni, e in questi giorni si discute se sia giusto o meno chiudere le curve per punire i cori razzisti o la discriminazione territoriale. Le regole imposte dalla Uefa sono chiare: Costituisce comportamento discriminatorio ogni condotta che comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine etnica o territoriale. Ma quando l’oggetto in questione è il nome stesso della società?
Oltre Oceano è accesa la discussione sulla necessità di cambiare nome alla squadra di football americano dei Washington Redskins, «Pellerossa», termine che ha sempre avuto una connotazione razziale dispregiativa. Il nome della squadra ha avuto origine quando nel 1933 la squadra si trasferì da Boston proprio nella capitale statunitense, cambiando il nome da Braves («Coraggiosi») a Redskins. L’intenzione era quella di ispirarsi allo spirito fiero dei nativi americani, esaltandone le virtù guerriere. Quel nome era anche un omaggio a William Dietz, di origini sioux, giocatore e primo allenatore della squadra.
Le prime proteste risalgono agli anni Settanta, ma nel 1992 il dibattito si è spostato nei tribunali. Suzan Harjo, avvocato dei diritti dei nativi, chiese all’ente pubblico americano dei marchi registrati la cancellazione di quel termine considerato «scandaloso e immorale». Proprio in quell’anno venne fatto un sondaggio nel quale risultò che l’89% delle persone intervistate si dichiarava favorevole alla conservazione di quel nome. Dieci anni dopo vennero interrogati i nativi americani, con lo stesso esito del sondaggio precedente.
Nonostante tutto, ciclicamente la polemica torna fuori: in questi giorni tante firme del giornalismo americano hanno stipulato un accordo non scritto per non utilizzare più il termine «Redskins». A dare un’ accelerata alla polemica è la voce più influente d’America, il presidente Barack Obama, che ha espresso il suo dissenso: «Se io fossi il proprietario di una squadra e sapessi che il suo nome – sebbene abbia una storia solida – offende un determinato gruppo di persone, allora penserei di cambiarlo».
Daniel Snyder, proprietario della squadra, è invece contrario: «Non cambieremo mai il nome. Credo che i tifosi dei Redskins capiscano la grande tradizione, a cosa si riferisce e cosa significa». Lapidaria infine la sentenza del commissario Nfl Roger Goodwell: «I Washington Redskins hanno un nome che per la sua origine rappresenta un significato positivo, distinto da ogni altra denigrazione che può esservi letta in altri contesti».

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